La demolizione dell'idolo
domenica 14 ottobre 2018

«L’ideale della buona fede è, come quello della sincerità, un ideale di essere in-sé. Ogni credenza non è mai abbastanza credenza, non si crede mai a ciò che si crede». J.P. Sartre, L'essere e il nulla

Chi ha fatto della fede il fondamento della propria vita – ogni fede, non solo quella religiosa –, chi l’ha fatta diventare il tema esistenziale e non un tema tra tanti, vive costantemente nella paura di aver fondato la propria vita su un inganno, di aver costruito un edificio mirabile sul niente. Per molto tempo questa paura resta latente, soprattutto da giovani, quando compare di tanto in tanto e poi ci saluta per lasciarci vivere in pienezza il tempo dell’incanto, necessario per spiccare i folli voli. Ma, sotto terra, cresce insieme alla fede. Finché, in una fase adulta dell’esistenza emerge, si impone con una forza invincibile. Ci sorprende, ci turba molto, non ci fa dormire. Ci rendiamo improvvisamente conto che quella paura era fondata, e la possibilità del nulla diventa esperienza reale. Ci eravamo ingannati veramente. È l’esperienza della mancanza del fondamento, del disallineamento totale, dello spaesamento dell’esiliato. Ci ritroviamo in una terra nuovissima, abitanti di quell’impero che abbiamo temuto e odiato per tanti anni. All’inizio proviamo ad orientarci nel nuovo paesaggio, cerchiamo gli stessi segni del paesaggio del paese dove siamo cresciuti. Cerchiamo la torre, il campanile, l’orologio nei modi nei quali li abbiamo conosciuti da sempre. Non li troviamo, e ci spaesiamo. In realtà sono anche lì, ma non li vediamo.

In altre parole, ci accorgiamo che non avevamo creduto in Dio ma in un idolo. Ed è qui che il cammino spirituale deve diventare esperienza di demolizione. Nel giorno della chiamata, la voce rivela al profeta Geremia la sua missione e il suo destino: «Oggi ti do autorità sopra le nazioni e sopra i regni per sradicare e demolire, per distruggere e abbattere, per edificare e piantare» (1,4-10). All’inizio c’è il piantare e l’edificare. L’abbattere, quando arriva, viene tardi.

La più importante realtà che viene distrutta durante un cammino vocazionale è l’idea di Dio e dell’ideale. Una vocazione prima di essere una distruzione dell’io è una distruzione di Dio, un abbattere l’immagine che ce ne siamo fatti e in cui crediamo. La Bibbia ha posto come suo primo comandamento il divieto di farsi immagini di Dio perché ogni immagine di Dio è un idolo. Ma già a partire dal giorno dopo quello della vocazione, ognuno di noi si costruisce la propria immagine di Dio, e quindi il suo idolo. Non lo sappiamo, dunque siamo innocenti. La distruzione è allora essenziale per poter lasciare il tempo dell’idolatria – nella Bibbia la distruzione del tempio e dell’esilio consentirono a quella fede diversa di non diventare idolatria.

Sta qui, forse, uno dei tanti significati di quella frase misteriosa (koan) e paradossale della tradizione Zen: "Se incontri un Buddha per la strada: uccidilo". Il "Buddha" lungo il tratto adulto della strada non è solo il maestro che ci ha fatto scoprire il cammino spirituale. È anche l’idea-immagine di Dio che quel maestro o quella comunità ci avevano donato all’inizio.

Questa demolizione prende varie forme. A volte quella prima immagine scompare poco alla volta come una statua consumata dal vento e dalla pioggia (che noi però cerchiamo continuamente di restaurare). Altre volte è un terremoto della nostra terra che la fa implodere, e non è raro che restiamo sotto le macerie. Qualche volta, e sono quelle più interessanti, ma difficili da capire e dire, siamo noi che prendiamo il piccone e iniziamo a colpire quella statua, perché capiamo che era un idolo che, come tutti gli idoli, ci stava divorando giorno dopo giorno. Perché intuiamo che se non distruggiamo la nostra statua di Dio sarà essa a distruggere noi. Le fedi sono autentici luoghi di liberazione se diventano, un giorno, esperienze di distruzione.

Quando questo processo accade dentro una comunità, un movimento spirituale o una Organizzazione a Movente Ideale (Omi), la distruzione coinvolge anche la comunità. Se la prima idea dell’ideale l’avevamo imparata dalla comunità che le aveva dato concretezza e parole, il bisogno di distruggere la statua di Dio diventa inevitabilmente anche demolizione della comunità che me l’aveva donata e insegnata. Insieme all’immagine di Dio sparisce anche l’immagine di quella comunità che l’aveva custodito – le sue pratiche, i suoi volti, le sue preghiere. La demoliamo perché ha impressi gli stessi segni idolatrici. Questa distruzione – che non resta mai tutta intima, e si esprime in critiche pubbliche, sarcasmo, in giudizi verso tutto e tutti – racchiude, nascosti, anche dei messaggi preziosi per quella comunità, perché le dice la necessità vitale che ha di auto-sovversione. Ma ogni comunità ha il terrore della propria distruzione, perché le è molto difficile capire che se non distrugge l’idolo dell’ideale che ha costruito è condannata alla morte – e così custodisce con tutta se stessa l’idolo confuso con l’ideale.

L’elemento decisivo che spesso impedisce l’inizio dei lavori di demolizione è la mancanza assoluta di garanzia che una nuova fede prenderà il posto di quella che dovremmo e vorremmo demolire. È il terrore di perdere per sempre anche Dio insieme all’immagine che ce ne eravamo fatta, che conduce molte persone che avevano ricevuto una autentica chiamata spirituale a non distruggere l’idolo e restare per sempre nella stagione idolatrica della fede (gli idoli ci piacciono molto perché non ci chiedono di assumerci alcun rischio).

Per tanti questa fase del Dio della chiamata diventato l’idolo della vita adulta avviene in perfetta, assoluta e innocente buonafede. Per altri invece assume la forma di quella che Sartre chiama malafede (una parola che lui usa in un’accezione diversa da quella comune): rinunciano all’esercizio del rischio radicale della libertà, e così restano bloccati in una sorta di limbo morale, dove sono contemporaneamente credenti e idolatri, fedeli e atei, veri e falsi. Quelli in buonafede sono su un teatro a recitare una commedia-tragedia, ma sono convinti che il palco sia la vita; i secondi in malafede sanno che stanno recitando un copione che non è la vita, ma non vogliono più scendere dal palcoscenico perché fuori sarebbero assaliti e distrutti dall’angoscia. Chi però riesce a superare la malafede (o almeno a riconoscerla e a decidere di volerla superare) e quindi compie questa demolizione dell’idolo di Dio, si ritrova dentro a una delle esperienze umane più alte e straordinarie. Precipita in una condizione molto simile, se non identica, a quella dell’ateo. Percepisce – lo vede, lo sente – il nulla sotto tutte le cose, una vanitas che con il suo fumo denso avvolge tutto il paesaggio interiore ed esteriore. Ma, a differenza di chi non crede perché non ha mai creduto, quando l’esperienza di questo nulla arriva dopo una vera vita di fede, l’impatto con il paesaggio di questa terra desolata è quasi sempre devastante.

In realtà, l’esperienza radicale dell’assenza di Dio è eticamente preferibile all’idolatria, perché il nulla che arriva come maturazione della fede è un salto evolutivo spirituale e antropologico, ma la persona che si ritrova dentro l’esperienza non percepisce alcuna evoluzione, soltanto una infinita solitudine in uno mondo spopolato di dei. Lo stesso disorientamento lo sperimentano, quasi sempre, anche coloro che osservano e accompagnano chi vive queste esperienze, che sono i primi a impaurirsi di fronte alle prime picconate, e quindi fanno di tutto per toglierci il piccone di mano.

Ci sono poi alcune tipiche sfide, poco esplorate sebbene cruciali – non è facile esplorare questi abissi della vita. Quando questa fase demolitrice si svolge dentro una comunità, all’esilio interiore si aggiunge quello esteriore. Si vive con concittadini che attraversano fasi diverse della vita, alcuni in buonafede altri in malafede, e ci si sente totalmente estranei dentro casa. Anche perché nelle comunità sono pochissime le persone che sono rimaste dopo la demolizione. Molti di coloro che interrompono un autentico cammino comunitario sono quelli che si sono ritrovati sfiniti alla fine della demolizione – magari perché quella prima statua era troppo imponente e robusta –, e non hanno trovato più risorse per continuare. Per questi demolitori di idoli la vita diventa, infatti, molto dura nelle comunità. I discorsi a tavola, le liturgie, le molte attività che continuano a fare non solo non interessano più ma procurano un dolore nuovo. Si rimane a svolgere il proprio mestiere, come sempre, in una indigenza di risposte e di luce, nella quale si permane per anni, decenni. È molto probabile che quando ascoltiamo da qualcuno parole diverse e più vere sulla vita e sullo spirito, questa persona si trovi in questa fase della vita – ma non ce lo dice, non saprebbe come dircelo, perché le parole non si trovano (vivere e raccontare ciò che si vive sono due "mestieri" diversi, soprattutto in alcuni momenti della vita).

Ma se riusciamo ad arrivare fino a fondo a questo abbattimento, può iniziare una fase splendida della vita, la più bella e vera di tutte. Si diventa veramente fratelli di tutti gli uomini e le donne, si riscopre una stessa solidale condizione umana che precede la fede e la non-fede. Si diventa mendicanti di senso verso tutti coloro che si incontrano, per strada, nei libri, nella poesia. Si torna bambini e si chiede a tutti: "perché?", e nasce un nuovo ascolto ignorante e incantato. Si stimano tutti coloro che senza avere la fede che noi avevamo riescono a lavorare, a mettere al mondo figli, a morire senza disperarsi, ad amare. E forte diventa la rabbia perché noi invece non ci riusciamo. Si arriva a maledire quella immagine che ci ha impedito di imparare il mestiere del vivere, perché ci scopriamo molto meno competenti in questa arte fondamentale di quanto non lo siano le donne e gli uomini "normali". Ma se si ha ancora voglia di leggere la Bibbia si comincia finalmente a capire qualche pagine di Giobbe, di Isaia, alcuni salmi, che prima restavano estranei o ci davano fastidio. Senza l’esperienza di distruzione molta parte della Bibbia e della vita restano inaccessibili. E si inizia a ringraziare per questa nuova epifania della vita e della parola.

Dopo una vita spesa in un ambiente popolato di Dio, lo svanire del sacro libera la vista per iniziare a vedere, finalmente, l’uomo. Il luogo sgomberato dalla religione diventa un umanesimo. Cacciando via i cambiavalute dal tempio, le colombe e le capre dai suoi altari, si è liberata la terra per accogliere un regno diverso.Qualche volta, dopo la distruzione torna una nuova fede e una nuova comunità di fede – che poi ci lasceranno di nuovo, per riportarci in altri esili, e lì diventeremo ancora più umani. Qualche altra volta la preghiera rifiorisce gridando per il dolore degli uomini e delle donne. Altre volte la fede non torna più. Si entra in chiesa non per pregare ma per sperare che torni e ci sorprenda alle spalle mentre siamo seduti su una panca a guardare un tabernacolo vuoto. Ma non ci pentiamo di aver distrutto il feticcio, e non torneremmo indietro per nulla al mondo. Resta il mestiere del vivere. Resta la stessa attesa di Dio.

l.bruni@lumsa.it

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