mercoledì 25 marzo 2015
Il Governo ha dovuto mettere la fiducia per riuscire a far digerire al Senato un decreto con il quale le banche a voto capitario (quelle cioè che seguono la regola una persona-un voto) con attivo superiore agli 8 miliardi vengono forzosamente trasformate in Società per azioni. Di fatto con questa decisione, fortemente spinta e sostenuta da Bankitalia, il Governo (e non il mercato attraverso le scelte di azionisti e investitori) ha stabilito che al di sopra di un certa soglia dimensionale – oggi fissata a 8 miliardi, domani chissà – è opportuno che un attore importante della vita finanziaria in Italia e nel mondo chiuda la partita, qualunque sia stata la qualità del suo gioco, e si trasformi in altro.Nel resto del mondo (e, in primis, in Europa) non la pensano così perché le 50 più grandi banche a voto capitario (la gran parte europee e più precisamente olandesi, francesi, tedesche, austriache e finlandesi) sono vive e floride con un attivo medio attorno ai 120 miliardi, ben al di sopra della soglia di "sopravvivenza" definita dal nostro governo. Sono banche ben capitalizzate, sotto la vigilanza Bce, che non hanno problemi a raccogliere fondi sul mercato, la preoccupazione principale che giustificherebbe – secondo il governo – la radicalità della decisione di oggi. Non la pensa così neanche Angela Merkel che ha difeso le banche popolari tedesche (Volksbanken), ricapitalizzandole con fondi pubblici e considerandole un pilastro di quell’economia sociale di mercato che in Germania riesce a conciliare rigore dei conti e benessere economico più che ogni altra parte dell’eurozona. Perché dunque procedere con tanta fretta e urgenza nei confronti di un gruppo di dieci banche popolari italiane che mediamente hanno una patrimonializzazione non inferiore a quella della media delle banche non capitarie delle medesime dimensioni e che hanno dimostrato nella loro storia di ottenere il consenso degli azionisti sul mercato?La decisione appare paradossale soprattutto in un momento nel quale c’è il rischio che l’abbondanza della liquidità messa a disposizione dal quantitative easing della Bce non si trasformi in prestiti a famiglie e imprese e le istituzioni si lamentano, un giorno sì, un giorno no, che le nostre banche non fanno abbastanza credito. I dati degli ultimi anni indicano che a livello italiano e mondiale le banche a voto capitario hanno una percentuale di prestiti sul totale degli attivi più elevata delle banche Spa, dato che queste ultime hanno la tendenza a orientarsi verso attività (speculative) a più alto rendimento per massimizzare la creazione di valore per gli azionisti. In un momento delicato come questo, il resto dell’Europa e del mondo si tiene stretta la "biodiversità" delle forme bancarie e cerca – con regole sulla separazione tra banca commerciale e banca d’affari – di orientare verso il credito (al di là di una doverosa e fisiologica diversificazione del portafoglio di attività per ridurre i rischi di liquidità ed evitare un’eccessiva compressione dei profitti) anche le banche Spa. Noi invece muoviamo contromano senza alcuna intenzione di indirizzarci verso qualche forma di separazione ed eliminando dal mercato l’attore storicamente dimostratosi più sensibile verso il credito. È significativo che nelle audizioni parlamentari la rete di rappresentanza delle piccole e  medie imprese e dell’artigianato si sia dichiarata preoccupata e contraria alla decisione. Riusciranno famiglie, artigiani e Pmi a varcare la soglia della filiale della ex popolare e nuova grande banca internazionale per ottenere ascolto?Il decreto sulle BanPop è un provvedimento affrettato, che minaccia di rivelarsi un boomerang, essendo in palese contraddizione con la libertà di iniziativa economica e con la volontà dei soci proprietari di quote di capitale nel momento in cui hanno deciso di acquistare quote di quelle banche invece che di altre. Secondo il parere di quattro illustri costituzionalisti, questa decisione viola almeno sei articoli della Costituzione e rischia pertanto di essere cancellata in caso di ricorso alla Corte costituzionale (qualche serio dubbio in proposito è emerso in Commissione, al Senato, dove la pregiudiziale è stata superata 12 voti contro 11, e solo grazie alla disciplina di partito). In partciolare, se è vero, come è vero, che l’articolo 45 dichiara che lo Stato italiano ritiene importante e intende accrescere la funzione sociale della cooperazione, non si vede come la nuova normativa possa essere ritenuta coerente e non in conflitto con un obiettivo così chiaro. Anche in virtù del fatto che la Ue ha riconosciuto recentemente che «le società cooperative hanno una particolare rilevanza nell’economia degli Stati membri dove hanno operato e continuano a operare grazie al loro modello sociale» e che il diritto di tali società «di espandersi e di ricorrere al mercato per la raccolta di capitali è pienamente riconosciuto». La valutazione è chiarissima: «Una volta accettato che le società cooperative siano aperte a puri investitori, il fatto che il capitale sia raccolto sui mercati regolamentati e il peso rilevante assunto dagli investitori puri sono fattori secondari, se gli investitori potenziali sono debitamente informati sulla natura e funzionamento della società in cui intendono investire… Altrettanto irrilevante è la dimensione». È ovviamente lecito pensarla diversamente, ma sarebbe stato saggio registrare l’opinione diversa di 163 economisti, di tutte le principali organizzazioni cattoliche e probabilmente della maggioranza dei senatori, visto che solo sotto fiducia (e col rischio di andare "a casa" in caso di mancata conversione del decreto) che il governo è riuscito a vincere la partita. Staremo a vedere quello che accadrà nei prossimi anni visto che demutualizzazione e contendibilità non sempre e non comunque hanno migliorato le cose, ma speriamo, anzi siamo sicuri, che le nostre preoccupazioni possano essere di stimolo per scrivere una pagina di storia migliore. Registriamo nel frattempo che da oggi nel nostro Paese c’è meno diversità, meno capacità di autodeterminazione, meno democrazia economica.
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