Tragedie libiche e autolesionismi. Otto anni di disastri umani e politici
sabato 6 aprile 2019

A otto anni dalla prima scintilla di rivolta – che questo giornale fin dagli istanti iniziali documentò sul campo con l’insurrezione di Bengasi – e dell’ingannevole primavera che portò alla rapida caduta del quarantennale regime della Jamairiya, tutto quanto di peggio poteva accadere è accaduto. E non è certo la nostalgia di un raìs scaltro quanto cinico come Muhammar Gheddafi a farci rimpiangere l’epoca in cui la Libia era retta con mano paternalistica e al contempo spietata – un po’ come avevano fatto Tito in Jugoslavia o Saddam Hussein in Iraq –, ma piuttosto il constatare che la guerra civile promossa e assecondata dall’Occidente ci ha lasciato in eredità un territorio (definirlo nazione oggi è davvero difficoltoso) spaccato e teatro di azioni feroci e disumane.

La Libia di oggi è un conglomerato di tre regioni, la Cirenaica, la Tripolitania e il Fezzan, a loro volta divise in un mosaico di clan e di gruppi tribali che rispondono essenzialmente ai propri interessi particolari, formando un reticolo di ambigue alleanze. Le stesse di cui si avvalgono con sconfortante somiglianza due leader come al-Serraj (la cui legittimità è riconosciuta dall’Onu e da una moltitudine di Paesi occidentali, tra cui l’Italia, con l’aggiunta di Qatar e Turchia) e il generale Khalifa Haftar (che ha il sostegno di Egitto, Russia, Emirati e Arabia Saudita – ma anche, non senza opache sfumature, della Francia).

Quest’ultimo ora sta marciando su Tripoli, intenzionato – sempre che la sua non sia l’ennesima drôle de guerre – a chiudere la partita con un governo che non è mai riuscito a imporre un simulacro di legalità e di ordine neppure a Tripoli e un presidente che ha precauzionalmente eletto a propria dimora una vecchia base navale, non osando trasferirsi ufficialmente nel Palazzo del governo della capitale.

Non per nulla dietro gli appelli alla moderazione e al dialogo si muovono strategie e disegni di molteplici attori esterni: non occorre la sfera di cristallo per immaginare che Haftar non si sia mosso di propria iniziativa. Dietro alla prosopopea bellica del satrapo cirenaico si stagliano i mai sopiti appetiti petroliferi, sicuramente incoraggiati dalla Francia, ma che in verità interessano tutti, Italia compresa: il 90% delle entrate libiche sono dovute al greggio e agli idrocarburi, le cui riserve sono le più vaste dell’Africa e si piazzano fra le prime dieci del mondo. Ed è sui giacimenti del deserto e sui terminali del Golfo della Sirte che Haftar cerca di mettere definitivamente le mani: chi controllerà il petrolio controllerà la Libia intera.

Ma esiste ancora una Libia?

Basta un rapido sguardo nel sud del Paese, su quel Fezzan che più di cent’anni fa ispirò a Gaetano Salvemini l’acido epiteto di «scatolone di sabbia», e vi troviamo un autentico inferno in terra, fatto di ogni genere di scambi e maneggi (dal traffico di organi a quello di vite umane, dai convogli di armi a quelli della droga, fino alle piste sicure per i jihadisti in transito dal Mali e dalla Mauritania e diretti al Sinai) la cui turpitudine sembra non avere eguali. Non occorre altro per constatare che quello libico rappresenta un fallimento militare, politico e diplomatico così esemplare da sembrare finto. Peccato però che sia tutto vero.

Come è vero che l’ex Quarta sponda rimane da sempre il delicato confine sud dell’Italia. Come è vero che i campi di detenzione e di transito dei migranti sono e rimangono – a dispetto delle vacue rassicurazioni del fatiscente governo libico (e purtroppo anche di politici nostrani) – tutt’altro che un approdo sicuro. Definire quelle sponde un luogo «affidabile» e accogliente per gli sventurati recuperati in mare o in procinto di affrontarlo (dopo decine di denunce, centinaia di testimonianze e fior di dossier sull’orrore di quei "lager") è un insulto alla dignità della persona.

Alla fine anche l’Onu si ritrae impotente da questo scenario dominato dal caos: «Lascio la Libia con il cuore pesante e profondamente preoccupato», ha detto il segretario generale Guterres. Rimane la mesta considerazione che sulla pelle di un regime moribondo si è giocata otto anni fa una partita di raggelante cinismo, i cui esiti fallimentari sono da molto tempo sotto gli occhi di tutti. Nessuno sa come uscirne, né chi potrà fare il primo passo. E forse – è opportuno rimarcarlo – finora quasi nessuno, nonostante la Conferenza di Palermo, ha voluto farlo davvero. Rassegnarsi, proprio in Italia e a fini di politica interna e di freno "costi quel che costi" dell’immigrazione irregolare, a quella stessa cinica partita sarebbe insensato e da autolesionisti.

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