martedì 28 marzo 2017
Incubi e speranze nella città irachena. Una popolazione stremata non appena la città verrà liberata, presumibilmente entro maggio, ci si aspetta di dover soccorrere un milione di persone
Bambini raccolgono dalla spazzatura avanzi di lamiere e materiali da riciclo fuori Qayyara (Battaglia)

Bambini raccolgono dalla spazzatura avanzi di lamiere e materiali da riciclo fuori Qayyara (Battaglia)

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L’edificio della municipalità di Mosul è totalmente sventrato: resistono solo le lamiere dell’armatura in acciaio, enfiate fino al punto di scoppio. Intorno ci sono solo macerie: tutte tracce della battaglia che in questa piazza di fronte al fiume Tigri, che taglia perfettamente in due la città di Mosul, nessuno si è mai preso la briga di ripulire. C’è un silenzio irreale in città, interrotto solo da un lontano richiamo alla preghiera e dai colpi di arma da fuoco, vicini, provenienti dal quadrilatero intorno alla zona Est ancora infestato dai cecchini; dai colpi di mortaio, più lontani, sulla zona Ovest, e da un lieve ronzio che viene dall’alto, non un elicottero Apache ma un drone telecomandato, una delle armi da guerra che Stato Islamico-Daesh utilizza per colpire i sui nemici: le forze speciali dell’esercito iracheno, la Golden Division curda, civili, giornalisti. Un giovane in bicicletta solca la piazza della municipalità.

Due uomini la attraversano a piedi, di ritorno dalla preghiera di mezzogiorno, la salat al-Duhr. Hassan Ali trascina un carretto pieno di spazzatura e ha voglia di fermarsi. «Prima della guerra facevo l’uomo delle pulizie nell’area della municipalità. Appena son finiti gli scontri, da questo lato, ho recuperato una carriola e mi son messo a raccoglierne di nuovo: ce n’è così tanta che ne avrò da lavorare per mesi». Quanto guadagna? «Adesso 2.500 iraqi dinar al giorno (poco più di due dollari, ndr). Prima avevo uno stipendio. Intendo, prima che arrivasse Daesh». Le hanno fatto qualcosa? «Daesh ha torturato mio fratello che adesso sta a casa e non vuole uscire per nessuna ragione. Mia mamma è anziana e malata e ha bisogno di cure.


Ma non abbiamo medicine. L’ospedale al Salam, qui vicino, è stato occupato da Daesh ed è stato distrutto dalla battaglia. Mia moglie è malata, è epilettica. Io sono lievemente disabile. Non ho nessuna salute, non ho vestiti e non ho salario. Sopravvivo». Hassan Ali si allontana all’interno delle vie del quartiere al-Baath, scansando quell’angolo di piazza dove quel che resta dei quattro corpi degli attentatori suicidi di Daesh staziona smembrato, ridotto a cranio e ossa femorali, spolpato ogni notte dai cani randagi. Di fronte alla piazza, guardando a Ovest, c’è la rampa zoppa del ponte al Hurrya, l’unico tra i cinque ponti di Mosul rimasto parzialmente in piedi e che l’IAF, le Forze armate irachene, ci spiegano verrà riattivato per evacuare meglio i civili appena la città verrà definitivamente liberata, non si sa ancora quando ma, presumibilmente, entro maggio. Ci si aspetta di dover soccorrere un numero variabile tra 700mila e un milione di persone, tra cui 350mila bambini, rimasti intrappolati al’interno.

L'offensiva, iniziata lo scorso 19 febbraio, con l’aiuto della coalizione internazionale e l’intervento americano, ha proceduto abbastanza rapidamente, contrariamente alle previsioni: l’attacco è iniziato da Sud Ovest, con la penetrazione prima nel villaggio Abu Saif, cinque chilometri a Sud dell’aeroporto, posto in collina, e un’azione congiunta anche da Nord. In dieci giorni tutta la zona Sud Ovest, prevalentemente industriale e periferica, è stata occupata dalle forze della coalizione. Ma il cuore della città, al di là della linea ferrata nei quartieri chiave di Al Yarmouk, Arrabi, oltre l’arteria di Baab Sinjar, che fanno parte della Mosul nuova (al Jadidah) sono ancora in mano allo Stato Islamico, mentre la battaglia infuria nella zona Ovest ossia nel cuore della municipalità, in Arrafidayn, intorno a strada Dhu an Nurayn, nella vecchia Mosul (Mosul al Qadima), e a Baab al Tob.

Nella battaglia è stato fatto uso di ogni mezzo compresi gas nervini letali da parte dello Stato Islamico i cui effetti sono stati confermati sui civili poi trasportati nello West Emergency Hospital di Erbil, il centro più vicino, sicuro Bambini raccolgono dalla spazzatura avanzi di lamiere e materiali da riciclo fuori Qayyara A sinistra: Hassan Ali, spazzino a Mosul Sotto, l’edificio della Municipalità sventrato a Mosul Est (Battaglia) e specializzato. Daesh lascia sempre campi minati al suo ritiro: su uno di questi, nei pressi della gigantesca fossa comune di Kashfa, in cui sono stati depositati i corpi dei circa 4mila uomini arrestati, torturati e uccisi per i motivi più diversi, è caduta la collega Shifa Gardi della televisione curda Rudaw. In una delle fosse potrebbe esserci il padre di Ibrahim, un ragazzo disabile di Mosul Est, che sorride e basta: la vita gli ha tolto la parola.


Per lui riferisce Nabi Younis Samre, che ci invita a visitare il suo negozio, appena riaperto, in zona al-Baath, e a ripararci dal pericolo di droni incombente sul quartiere: «Non sappiamo dove sia il padre: sono venuti a prenderlo un anno e mezzo fa. Era andato in moschea e gli dissero che puzzava di fumo. Mai più rivisto. Il ragazzo è scioccato da allora». Nabi intrattiene una conversazione che dura un’ora: non vuole essere ripreso «perché qui abbiamo timore di ripercussioni da parte di Isis, non ci si può fidare di nessuno» ma chiama gli altri vicini. In breve, dentro il negozio di bibite e generi alimentari, si forma un capannello di 7 uomini: vomitano due anni di vita sotto il regime totalitario senza bisogno di tirar loro fuori storie e testimonianze con la tenaglia. Nabi, che ha tagliato la barba e si è messo la coppola, non se lo fa ripetere due volte: «La situazione era terribile. I miliziani ci trattavano come bestie. Torturavano le persone per le barbe troppo corte, il modo con cui vestivamo, per i pantaloni o le gonne non abbastanza lunghe. Se trovavano qualcuno fumare, ci flagellavano: il fumo è haram, è il demonio, dicevano. Sono stato abbastanza fortunato perché, quando quelli che facevano la ronda nel quartiere mi trovarono fumare, mi misero in prigione per tre giorni. Non mi hanno flagellato, solo arrestato.

Cinquantamila yemeni rial, circa 50 dollari: a tanto ammontava la tassa per essere liberati dopo l’arresto per fumo». Chiediamo come sono state liberate le zone dall’esercito iracheno. Risponde Ibrahim Saleh, un uomo di bella presenza con un cappotto anni settanta che ci invita nella sua villa: «Lo vedete questo? (indica uno squarcio sulla porta finestra di fronte al giardino, esattamente corrispondente allo squarcio sul cancello esterno, ndr). Questo è un colpo di mortaio. Daesh ha iniziato a estrarre le persone dalle case e farne scudi umani. È successo qui e lo stesso succede a Ovest adesso. Ma, grazie a Dio, nel nostro caso, la questione è durata solo per poche ore. E dopo è entrato l’esercito iracheno». I guai non sono stati risparmiati a nessuno: Nabi: «È stato il momento peggiore: se non collaboravi eri morto. Un vicino si era rifiutato di concedere ai miliziani di Isis il tetto della sua casa per piazzarci cecchini e mitragliatori per l’anti-aerea. Appena si è rifiutato, gli hanno messo addosso la cintura esplosiva e gli hanno detto: 'Adesso vieni a morire con noi'. Alla fine l’hanno risparmiato ma il bombardamento ha colpito la sua casa e tutta la sua famiglia: morti tutti».

Tutti i civili incontrati riferiscono di atrocità insensate da parte di Isis e di un regime del tutto simile ai peggiori della storia. Nel negozio si raduna una piccola folla. Ahmad Haider, tra parlare e ascoltare, ha consumato un due pacchi di sigarette in un’ora: «Uccidevano per cose semplici, per un pacco di sigarette o una sim card. Se ti trovavano una sim card ti uccidevano. Ti consideravano una spia. Se trovavano qualcuno con il sistema satellitare, lo uccidevano subito. Lo facevano senza processo. Per non parlare del lavaggio del cervello fatto ai bambini a scuola». Ahmad confessa di avere vietato la frequenza scolastica al figlio maschio tredicenne: «Dopo le lezioni regolari, li radunavano tutti e li indottrinavano sulla necessità di lasciare questa vita per l’altra; non affannarsi, non sposarsi. Me ne sono accorto un giorno quando mio figlio, rientrando a casa da scuola, mi ha chiesto: 'perché lavori, perché ti sei sposato, perché litighi con mia madre? Non sai che devi morire? Tutto quello che fai è haram'. Ecco, lì non ci ho visto più e l’ho nascosto in casa: che facessero quel che volevano a me, ma non avrei mai permesso che bacassero la testa a mio figlio».

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