La preghiera penultima
sabato 5 febbraio 2022

Tu che ti nascondi dentro tutti i nomi.
Se tu fossi.
Se tu fossi una madre...
Se tu consolassi
come la cagna in leccate il suo nato dolorante.
Se tu. Se tu partorissi...
Se tieni. Se ripari. Se stringi al petto. Se vieni a lui...
Vieni. Non avere paura di lui. Ti perdona. Si? ti perdona.

Mariangela Gualtieri, Preghiera dell’Alato

Le profezie di segno opposto non si annullano a vicenda. La speranza vera che emana da alcune pagine di un profeta non consola la disperazione di altri suoi passi, perché se così fosse la Bibbia sarebbe solo una raccolta di parole troppo piccole per riuscire a chiamarci per nome. Ogni verso di un profeta è un racconto in presa diretta di una parola viva perché impastata con la terra della storia, mescolata con i rumori della nostra vita, che risplende grazie allo sfondo nero dei nostri errori. E così quando quella parola un giorno ci raggiunge – "c’è un tempo per" ogni parola della Bibbia... – la riconosciamo come cosa viva, quei versi antichi iniziano a parlare la nostra lingua. Ci toccano, ci sanano, e qualche volta accade il miracolo che quelle parole diventano le parole che non avevamo per raccontare l’indicibile delle nostre morti e resurrezioni. Succede, succede qualche volta, deve succedere almeno una volta. Ma questa capacità straordinaria della parola biblica, della quale sono sorelle la poesia e l’arte, si attiva se lasciamo la parola libera, libera e viva immagine di quell’attimo vero della vita di chi l’ha generata.

Il Venerdì Santo non ci parla se, mentre lo incontriamo, pensiamo al primo giorno dopo il sabato; e quando non reggiamo lo sguardo su quel dolore eccessivo e ci volgiamo verso il sepolcro vuoto, non risorgiamo noi e non aiutiamo a risorgere i molti che sono ancora appesi alle croci. Il Golgota non è anticamera del sepolcro vuoto. Il Golgota è per sempre, e così i crocifissi possono pregare con le parole della Bibbia mentre sono ancora in croce, quando non sanno se e quando risorgeranno. È così che i disperati possono trovare un loro salmo disperato, che recitano mentre gli sposi, in un altro luogo, intonano il Cantico. Se potessimo scattare un’istantanea sull’anima del mondo, troveremmo migliaia e migliaia di persone tutte intonate simultaneamente con i versi della Bibbia, ognuno sintonizzato con il suo unico verso. Qualcuno si trova nell’aia in compagnia dei dialoghi d’amore tra Rut e Boaz, altri sono invece nell’aia idolatrica di Osea in compagnia del tradimento.

La verità biblica si apre se custodiamo questa sua sinfonia infinita: «Israele hai praticato la prostituzione, abbandonando il tuo Dio, hai amato il compenso della tua prostituzione su tutte le aie per il grano» (Osea 9,1-2). Siamo dentro una festa di Israele, una festa del raccolto, forse la sua festa religiosa principale (la "festa delle capanne"). È probabile che questi versi siano un’eco fedele della predicazione orale di Osea, quando nel bel mezzo di questa grande festa prende la parola per un’arringa di accuse verso il popolo che ha trasformato una festa di YHWH in un’orgia per onorare gli dèi della fertilità. In quel clima di euforia, Osea grida la sua condanna. Diventa il guastafeste: «Non potranno restare nella terra del Signore, ma Èfraim ritornerà in Egitto» (9,3). La pena è quella più grande di tutte: la revoca dell’alleanza, la cancellazione della promessa. Il ritorno in Egitto, la terra di schiavitù, prima della grande liberazione. Una condanna radicale e definitiva, senza alcuna speranza. Sono questi i momenti più duri per i profeti. Quando pur amando il loro popolo devono diventare soltanto una matita tra le dita di Dio e scrivere parole di morte. È questa una sofferenza tremenda e tipica dei profeti: dichiarare la fine del patto e quindi la morte di Dio, coscienti di morire insieme alla morte che stanno annunciando - i profeti sono la corda che lega terra e cielo: vivono fino a quando questa corda tiene.

Ma perché l’idolatria può produrre la rescissione del patto, l’atto che fonda l’intera Bibbia? Quando si prende una statua di un vitello e lo si chiama "YHWH" il patto è già spezzato. Il profeta può solo prendere atto del divorzio che è già diventato prassi (anche in questo la realtà è più grande dell’idea). La revoca del patto significa mettere parole sull’evidenza. I patti, le alleanze, sono beni di reciprocità che vivono fino a quando esiste un rapporto co-creato e co-goduto da entrambe le parti. Se uno dei due viene meno il patto muore in quanto patto – può sopravvivere come perdono o misericordia, ma non in quanto bene di reciprocità.

Ci sono fasi nella vita di un profeta quando la fedeltà alla voce lo chiama a svelare l’evidenza, ma la sua comunità non ha la sua stessa percezione dell’evidenza, e così lo svelamento diventa avversione e persecuzione da parte della propria gente. Israele non era pienamente cosciente della propria idolatria. Nelle comunità religiose (e laiche) la trasformazione degli ideali in idolatria è processo lento e quasi mai svolto in cattiva fede. Spesso ci si ritrova dentro un culto idolatrico – quello più comune è la trasformazione di una persona o di un carisma (o di entrambi) in idolo – senza che nessuno lo abbia né cercato né desiderato, e soprattutto convinti di star seguendo l’ideale di sempre. Ecco perché è praticamente impossibile che i popoli diventati idolatri ascoltino i profeti, perché ciò che per i profeti è evidente per il popolo è percepito come un’accusa ingiusta, come una condanna iniqua per un reato immeritato – è questa una delle prime spiegazioni delle crisi e morti delle comunità, che si auto-estinguono quasi sempre in buona fede, perché non ascoltano i profeti onesti e ascoltano quelli falsi.

Non dovrebbe allora stupirci troppo la continuazione del capitolo: «Uno stupido è il profeta, è un pazzo l’uomo ispirato» (9,7). Anche per Osea, come era accaduto con Eliseo e accadrà con Isaia, Geremia, Ezechiele, giunge il momento non solo della persecuzione fisica («un laccio gli è teso su tutti i sentieri»: 9,8) ma della derisione. I profeti veri non temono tanto le persecuzioni e le sofferenze fisiche, sanno che fanno parte della loro missione; molto più doloroso è il sarcasmo, essere considerati personaggi bizzarri da baraccone. È l’esperienza del discredito, del perdere credito-fiducia. La sofferenza e le persecuzioni sono sopportabili se e fino a quando il profeta è perseguitato in quanto profeta; diventano (quasi) impossibili quando viene screditato in quanto stupido. Il popolo, per la sua tipica intelligenza che a volte prende anche la forma dell’intelligenza cattiva del serpente, sa bene come far soffrire un profeta vero: non serve imprigionarlo né bastonarlo, basta dirgli: "sei un pagliaccio". Non c’è modo più efficace di neutralizzare un guastafeste di farlo diventare un saltimbanco nella festa. Dalla struttura della frase sembra poi che Osea riporti voci che giravano nel paese, perché la ridicolizzazione perfetta del profeta è quella che avviene alle sue spalle, quasi sempre alimentata dai primi nemici dei profeti veri: i falsi profeti.

Nella seconda parte del capitolo torna l’immagine, cara al profeta, del deserto: «Trovai Israele come uva nel deserto, ebbi riguardo per i vostri padri...; ma essi, appena arrivati a Baal-Peor, si consacrarono a quell’infamia e divennero una cosa abominevole» (9,10). In questo passaggio abbiamo indizi per una possibile diversa fonte usata da Osea riguardo la storia dell’alleanza: sembra che per Osea sia stato il deserto (non l’Egitto) il luogo del patto tra YHWH e il suo popolo. Inoltre, non c’è in lui la visione dei tempi antichi come l’età dell’oro della fedeltà (i patriarchi, Mosè, Davide), contrapposta al presente di infedeltà. Per Osea la corruzione e l’idolatria facevano già parte dei primi giorni del giovane Israele (è questo il senso il riferimento a Baal-Peor, narrato dal libro dei Numeri (25), quando gli israeliti aderirono al culto dio Baal, ancora durante l’esodo). È questa una chiave di lettura importante, perché mette in discussione l’idea, radicata ancora in molta vita religiosa e ideale, che il passato di un’esperienza collettiva contenga una maggiore purezza carismatica rispetto al presente. Osea ci dice invece che la tendenza alla corruzione è intrinseca, che la zizzania cresce da subito insieme al grano buono. E quindi davanti ad una crisi non bisogna commettere l’ingenuità di pensare che sarebbe sufficiente un generico e indiscriminato "ritorno alla radicalità dei primi tempi", perché se non si lavora su dove si trova la "parte buona" dell’esperienza, è molto probabile che si attualizzino le cose sbagliate, e che gli errori ricevano anche un crisma sacrale dalla tradizione nobile.

Il capitolo termina con una nota disperata, un ultimo grappolo d’uva avvizzito (Is 65,8) che però contiene anch’esso una benedizione: «La gloria di Èfraim volerà via come un uccello, non più nascite né gravidanze né concepimenti. Anche se allevano figli, io li eliminerò dagli uomini… Anche se generano, farò perire i cari frutti del loro grembo"» (9,11-16). Madri, grembi, gravidanze, bambini: sono questi i simboli che nelle civiltà antiche dicevano benessere (la parola latina felicitas ha la stessa radice di fetus e femina). Il giudizio del profeta raggiunge proprio il centro della vita, la sua trasmissione tra le generazioni. Se il patto è ritirato, se l’alleanza è spezzata è bene che i bambini non nascano più perché nascerebbero in una terra desolata, in un mondo arido sotto un cielo vuoto. Nell’umanesimo biblico quando Dio si ritrae, insieme si smarrisce la vita intera: «Beate le sterili, i grembi che non hanno partorito e le mammelle che non hanno allattato» (Lc 23,29).

Queste beatitudini, le beatitudini del grembo appassito, le possono cantare solo i grandi profeti, che mentre la cantano piangono per noi. E se leggiamo bene tra le righe delle nostre comunità, se leggiamo nel cuore di chi vive accanto a noi, ci accorgiamo che queste parole di Osea sono ancora vive. Risentiamo quella beatitudine in Marco che da giovane ha seguito una stella ed è partito carico di promessa, e da adulto o vecchio si ritrova in una comunità che, gli sembra, abbia tradito quella promessa. Può arrivare per lui il giorno in cui, per una paradossale fedeltà a se stesso, giunge a sperare e pregare che non arrivino più nuove vocazioni nella sua comunità, perché è certo che quei giovani di oggi un giorno faranno la stessa esperienza di delusione e di tradimento che sta facendo lui. E finalmente capisce Osea, finalmente capisce che la Bibbia è stata scritta anche per lui, per mettere in quel giorno tremendo parole sulla sua strana preghiera che gli fa paura – le parole della Bibbia si imparano una alla volta. E forse, in un altro giorno, capisce che quella preghiera disperata non era l’ultima preghiera della sua vita: era soltanto la penultima.

l.bruni@lumsa.it

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