mercoledì 23 maggio 2018
I dati degli ultimi dieci anni mostrano il calo dei 18-30enni che non hanno mai sperimentato attività per gli altri. Associazioni e parrocchie potrebbero far spazio a questa crescente disponibilità
Giovani volontari. Cultura del dono contro la liquidità
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Il mondo del volontariato rappresenta ancora oggi uno dei volti più vivi e dinamici della società civile italiana. La galassia composita di associazioni, cooperative sociali, comitati, fondazioni ed enti religiosi dove ogni giorno centinaia di migliaia di cittadini prestano gratuitamente la loro opera ha fatto da argine all’onda d’urto della crisi dell’ultimo decennio, contribuendo a mantenere la coesione in un contesto di forte crescita dei problemi e delle tensioni sociali. Ma le attuali generazioni di giovani che spazio occupano in questa galassia? Per i Millennials il volontariato è ancora un valore? Se lo è, quanto e in che modo è praticato? Spesso gli adulti liquidano queste domande con discorsi preconfezionati e generalizzati sull’indifferenza dei giovani per le questioni riguardanti il bene comune, la loro superficialità e irresponsabilità, la loro tendenza a isolarsi nei luoghi del consumo, la loro mancanza di determinazione e impegno anche per quanto riguarda la sfera del sociale. In realtà le indagini multiscopo dell’Istat sulla vita quotidiana degli italiani mostrano come i livelli di partecipazione dei giovani under 30 siano aumentati tra il 1995 e il 2015 e non siano particolarmente differenti da quelli delle coorti più anziane.

I dati del Rapporto giovani, l’indagine periodica svolta dall’Istituto Toniolo, confermano che il volontariato è una realtà tenuta in grande considerazione anche dai Millennials. Nel 2017 è tra le uniche istituzioni, insieme alla ricerca scientifica e agli ospedali, ad avere raggiunto la sufficienza nella scala della fiducia. A breve distanza, ma già ampiamente sotto la soglia della sufficienza, si collocano le piccole imprese, le forze dell’ordine, le scuole e l’università, istituzioni percepite come più vicine alla vita quotidiana e ai bisogni delle persone, a differenza di istituzioni politiche, sindacati e banche che sono agli ultimi posti. Passando dall’attribuzione di valore all’impegno sul campo i dati più recenti mostrano un’evoluzione della partecipazione da parte dei 18-30enni ad attività di volontariato tra luci e ombre.

La buona notizia è che diminuisce drasticamente la quota di giovani che non hanno mai fatto esperienze di volontariato, dal 64,8% del 2013 al 55,2% del 2017. Cresce anche la percentuale di chi ha avuto esperienze di volontariato in passato (21,6% nella prima rilevazione e 34,6% nell’ultima). C’è quindi una maggiore familiarità e contiguità dei giovani con questo tipo di attività. Tuttavia diminuiscono anche quelli che hanno dichiarato di essere impegnati al momento dell’intervista: erano il 13,6% nel 2013 e sono diventati il 10,2% nel 2017. Di questi ultimi sono più i giovani attivi saltuariamente (5,5%) rispetto a quelli coinvolti in modo continuativo (4,8%).

Le esperienze di volontariato sono dunque più comuni oggi tra i giovani ma, al tempo stesso, si fanno più discontinue e occasionali: una fluidità della partecipazione che, da un lato, risente dell’andamento non lineare dei percorsi scolastico-lavorativi e della maggiore mobilità dei giovani. Dall’altro lato, questi comportamenti riflettono un approccio diverso, più centrato sul valore in sé del dono, sulla dimensione relazionale dello scambio, sul riscontro tangibile e immediato del proprio impegno. L’appartenenza a un’organizzazione e il senso del dovere non sono leve motivazionali sufficienti per mobilitare l’impegno e da sole non ne garantiscono la continuità. Almeno nel volontariato sono i giovani a non ambire a un 'posto fisso' in un’organizzazione ma a seguire e cercare opportunità maggiormente gratificanti, ingaggianti e significative. I dati raccolti dal «Rapporto giovani» permettono anche di gettare una luce sul modo attraverso il quale famiglia e scuola contribuiscono o meno a indirizzare i giovani verso il volontariato. In primo luogo mostrano come la famiglia, mediando tra la persona e il contesto socioculturale, gioca un ruolo importante nella formazione di un atteggiamento prosociale e nel favorire il primo ingresso in circuiti sociali di impegno e partecipazione. Al di là dell’appartenenza di classe sociale e del background familiare, è la qualità delle relazioni familiari che può fare la differenza. Là dove la famiglia promuove un clima positivo, connotato da supporto e apertura, si generano più frequentemente tra i suoi membri comportamenti solidali che possono essere trasferiti nel contesto esterno; viceversa, dove prevalgono genitori intrusivi e la famiglia viene percepita come una prigione, o come uno spazio neutro di coabitazione di individui, allora la spinta propulsiva verso il sociale perde di slancio e intensità.

Anche la scuola esercita un’influenza tangibile sulle chance dei giovani di vivere esperienze di volontariato. Sempre secondo i dati del Toniolo, i giovani tra 18 e 33 anni che nel 2016 non hanno mai svolto volontariato sono il 69% di quelli con licenza media e il 68,3% dei qualificati. La percentuale scende al 58,7% tra coloro che hanno concluso gli studi con il diploma di scuola superiore e al 48,2% nei laureati. Anche tra coloro che attualmente svolgono esperienze di volontariato in modo continuativo sono di più i laureati (5,9%) e i diplomati (5,2%) dei giovani con licenza media (4,2%) e di quelli con qualifiche professionali (2,5%). Se è un fatto che la famiglia e la scuola rappresentano, insieme al gruppo dei pari, i contesti relazionali primari all’interno dei quali i giovani maturano atteggiamenti prosociali ed entrano in contatto con realtà ed esperienze di volontariato questo non significa che non si possano e non si debbano incentivare altri canali di accesso e di coinvolgimento. Il rischio altrimenti è che si perpetui anche in questo ambito un meccanismo di iniquità che fa sì che abbiano accesso a mondi vitali arricchenti e umanizzanti soprattutto coloro che sono nati in contesti che dispongono di una forte dotazione di capitale sociale e culturale. Diventano allora importanti tutte quelle esperienze e occasioni che, a partire dalle associazioni e dalle realtà del terzo settore, gettano dei ponti e accettano la sfida di attivare e coinvolgere nuovi giovani a prescindere dalle loro esperienze e appartenenze pregresse. Un esempio virtuoso, da questo punto di vista, è il servizio civile nazionale: un’attività istituzionalmente promossa dallo Stato e dalle Regioni rivolta ai giovani, temporanea, mirante a promuovere in svariati modi l’impegno sociale a favore di cerchie differenti di beneficiari a fronte di un corrispettivo economico. Ogni anno decine di migliaia di giovani, molti dei quali senza esperienze pregresse di volontariato, scelgono di aderire ai progetti proposti da enti pubblici e privati nei più disparati ambiti di servizio: dalla cultura all’assistenza, alla tutela dell’ambiente all’educazione. In una delle ultime rilevazioni del rapporto è stato chiesto ai giovani cosa ne pensassero del nuovo servizio civile universale, istituto che subentrerà a quello attuale ampliando gli ambiti di intervento e le possibilità di coinvolgimento. Sebbene sia stato appurato che i giovani conoscono poco il servizio civile universale, ne emerge una rappresentazione coerente con le ricerche sinora condotte riguardanti il servizio civile nazionale: il 95% lo ritiene uno strumento molto o abbastanza importante per esprimere i valori della solidarietà, il 90% ritiene che aiuti a rafforzare il senso di appartenenza alla comunità, una percentuale analoga ritiene che sia utile per arricchire conoscenze e competenze utili per la vita sociale e lavorativa. L’esempio positivo del servizio civile consente di mettere in luce alcune caratteristiche vincenti per qualsiasi iniziativa volta a coinvolgere i giovani in attività prosociali: l’esistenza di una progettualità mirata all'inserimento dei nuovi arrivati nel contesto preesistente, la presenza di figure di riferimento che dedicano tempo all'accompagnamento dei giovani, la durata temporanea, l’attivazione di dispositivi e metodologie di formazione mirati. La presenza di giovani volontari in determinate associazioni, cooperative, parrocchie non è frutto del caso ma della capacità e dell’impegno profuso dalle stesse nel fare spazio al proprio interno ai giovani, ed è un’importante cartina al tornasole della capacità di queste organizzazioni di essere attori generativi.

Professore di Sociologia della Famiglia e dell’Infanzia Università Cattolica, Brescia

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