giovedì 23 febbraio 2017

Onestamente, dopo anni di dibattito e battaglie politiche combattute fuori e dentro le aule parlamentari anche e soprattutto dalle associazioni cattoliche, dopo un voto favorevole alla Camera nell’ormai lontano ottobre 2015, è deprimente vedere che la riforma della cittadinanza è ferma in mezzo al guado tra i due rami del Parlamento. Delude per giunta il tentativo di strumentalizzazione della nuova legge sulla cittadinanza in quella che sarà una lunga campagna elettorale. Ha dato fuoco alle polveri il presidente del Pd Orfini mettendo l’approvazione della riforma della cittadinanza – che langue al Senato ed è impropriamente chiamata ius soli – anche con voto di fiducia tra le priorità del governo Gentiloni. Hanno subito ribattuto il centrodestra e la Lega con le minacce di Salvini di erigere addirittura un muro politico in Parlamento contro il provvedimento. La sorpresa è stata la posizione di Area popolare, che sta in maggioranza e che, dopo aver votato il provvedimento alla Camera 450 giorni fa, ieri ha dichiarato attraverso alcuni autorevoli esponenti che i bisogni del Paese sono altri (il lavoro che manca, i giovani in fuga dal Mezzogiorno) e di non accettare l’ultimatum della fiducia.


Schermaglie di bassa politica che negano ad almeno 800mila minori stranieri per la legge, ma che abitano in Italia da anni e frequentano le scuole di ogni ordine e grado, un sacrosanto diritto. La situazione in cui vivono è infatti ingiusta, come ammesso da quasi tutti e soprattutto evidente, perché oggi un minore figlio di cittadini stranieri nato o arrivato in Italia per ricongiungimento (il numero totale è quadruplicato in un decennio stando ai dati della Fondazione Ismu) deve risiedervi ininterrottamente fino al diciottesimo anno per diventarne cittadino. Basta una svista per perdere il treno, come dimostrano tanti casi. E non è giusto vivere nel limbo fino alla maggiore età a casa tua.


Non stiamo parlando di minori non accompagnati o di emergenze sociali, anche questo è bene chiarirlo (e anche qui la legge langue), bensì di figli di lavoratori e lavoratrici stranieri con permesso di soggiorno che pagano le imposte almeno quanto i cittadini italiani e che a pieno titolo sono cittadini. Sono amici dei nostri figli, sono figli di questo Paese e come tali vanno trattati. Cosa prevede la legge? Semplicemente accelera le procedure, perché diventa italiano chi è nato qui da genitori in regola da anni oppure ha compiuto un ciclo di studi. Ecco perché più che di ius soli, si tratta di ius culturae, come abbiamo detto molte volte o di ius soli temperato.


Sarebbe utile capire dai nostri parlamentari cosa toglierebbe agli italiani questa nuova legge. Forse che la crescita del numero di cittadini italiani comporterebbe un aumento delle tasse? Difficile pensarlo, ancora più arduo sostenerlo. Oppure vogliamo recitare il mantra della sicurezza? Si teme, cioè, che questi compagni di scuola dei nostri figli siano tutti potenziali terroristi, portatori di valori incompatibili con la nostra Costituzione e con la fede e la cultura cristiana della grande maggioranza degli italiani? I numeri dicono l’opposto. Le nazionalità principali degli under 18 sono infatti quella romena e albanese. E comunque le ragazze e i ragazzi delle G2, le seconde generazioni, sono spesso indistinguibili dai loro coetanei italiani.

Basta andare non in una classe delle primarie, ma in un oratorio estivo per vedere un bellissimo mosaico multietnico e perfino multi religioso che gioca e condivide valori profondi. È un’esperienza che ci sentiamo di consigliare. E comunque, diciamolo fuori dai denti, un Paese in pieno declino demografico non ha interesse a escludere potenziali cittadini. Ormai la rivoluzione migratoria è in corso e va governata per il bene comune.


Un ultimo appello. In tempi di populismo becero e di notizie false, occorre un colpo di reni per evitare che centinaia di migliaia di under 18 che sono una risorsa per il nostro futuro si trasformino nel capro espiatorio di un Paese invecchiato, incattivito e ripiegato su se stesso. Non è più una questione solo politica, ma umana. È tempo di essere giusti, e concittadini.

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