martedì 11 giugno 2024
Al Consiglio di Sicurezza (con l'astensione della Russia) passa la bozza di risoluzione che accoglie il piano Biden per il cessate il fuoco. Il segretario di Stato Blinken ha incontrato ieri Netanyahu
Il segretario di Stato Usa Blinken ha incontrato ieri a Gerusalemme Il premier Netanyahu

Il segretario di Stato Usa Blinken ha incontrato ieri a Gerusalemme Il premier Netanyahu - Ansa

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Buona l’ottava? È presto per dirlo. Di certo, il segretario di Stato Usa è determinato a far sì che il viaggio numero otto in Medio Oriente dal 7 ottobre sia quello clou. Il momento è delicato. L’uscita del centrista Benny Gatnz dal governo israeliano, pur non mettendo a rischio la maggioranza, altera gli equilibri, anche se ancora non si sa in quale direzione. La Casa Bianca vuole inclinare la bilancia a proprio favore. O, meglio, a favore della tregua. Che la proposta sul tavolo sia “made in Usa” – nonostante la formale attribuzione a Tel Aviv – è apparso chiaro fin dalla presentazione da parte del presidente Joe Biden lo scorso 31 maggio. Dieci giorni dopo, l’accordo per il cessate il fuoco e contestuale rilascio degli ostaggi è impantanato. Il nodo resta la fine delle guerra, chiesta da Hamas e rifiutata in modo secco dal premier, Benjamin Netanyahu. Anche sabato notte, decine di migliaia di israeliani sono scesi in piazza per chiedere di raggiungere un’intesa. Poche ore prima l’esercito aveva liberato quattro ostaggi. Un successo indubbio che, però, non ha alterato lo status quo. Da qui l’entrata in scena di Antony Blinnken.

Il capo della diplomazia statunitense è volato prima al Cairo da cui ha lanciato un appello ai Paesi arabi: «Se volete il cessate il fuoco, fate pressione su Hamas affinché dica sì». Il gruppo armato – ha ribadito – «è l’unico ostacolo». Affermazione smentita dall’alto funzionario Sami Abu Zuhri che ha accusato il segretario di Stato di «parzialità ». Al di là del balletto di dichiarazioni di circostanza, però, la maggior pressione Usa è rivolta a Israele dove Blinken è arrivato in serata per riunirsi, a Gerusalemme, con Netanyahu e, poi, a Tel Aviv, con il ministro della Difesa, Yoav Gallant, oggi, invece, vedrà Ganz.

Due azioni lo dimostrano. Primo, con un cambio di rotta rispetto ai precedenti veti, Washington ha fatto approvare ieri dal Consiglio di sicurezza Onu, con la sola astensione della Russia, il piano della tregua, chiedendo ad Hamas di accoglierlo (il progetto in tre fasi annunciato dal presidente americano il 31 maggio e condiviso con Israele, ha l'ambizione di porre fine alle ostilità nella Striscia, attraverso il progressivo ritiro dell'Idf ed il rilascio di tutti gli ostaggi). Secondo, nei media Usa è circolata l’ipotesi di trattative separate per il rilascio dei cinque rapiti con nazionalità americana. Netanyahu, però – al di là del cordiale comunicato ufficiale – non sembra intenzionato a cedere.

Per tutta la giornata sono proseguiti gli attacchi a Rafah e nella parte centrale della Striscia, in particolare la città di Deir al-Balah, vicino a Nuseirat, dove sono stati liberati gli ostaggi con un sanguinoso blitz. I palestinesi denunciano oltre 270 morti, gli israeliani parlano di meno di cento e ha precisato che tra le vittime non ci sarebbero altri sequestrati. Cifre impossibili da verificare in modo indipendente. Nel frattempo, il bilancio totale, secondo il ministero della Sanità, controllato da Hamas, ha oltrepassato quota 37mila. Tre dei quattro rapiti sono stati trovati a casa di Abdullah Jamal, portavoce del ministero del Lavoro di Gaza, esponente di Hamas e «giornalista di al-Jazeera », sostiene l’esercito. In realtà, l’emittente ha precisato che Jamal è stato un collaboratore sporadico in passato.

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