venerdì 2 agosto 2019
La bambina di 5 anni è in stato di minima coscienza dallo scorso 9 febbraio dopo un’improvvisa emorragia cerebrale. L’ospedale vuole sospendere i trattamenti vitali. I genitori chiedono aiuto
(La mamma di Tafida ha inviato ad Avvenire la foto della sua piccola da lei scattata dopo la malattia, autorizzandone la pubblicazione)

(La mamma di Tafida ha inviato ad Avvenire la foto della sua piccola da lei scattata dopo la malattia, autorizzandone la pubblicazione)

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L’ingresso che accoglie pazienti e visitatori del Royal London Hospital, a Whitechapel, Londra Est, è un atrio elegante e ben curato, allestito con dettagli che rendono l’ambiente sereno e rassicurante. Una variopinta trottola gigante domina l’ala sinistra, attirando l’attenzione dei bambini che, a decine, attraversano insieme a genitori e accompagnatori le grandi porte girevoli di accesso alla struttura, una delle più famose nel Regno Unito nell’ambito dei servizi pediatrici.

Poco più in là, proprio di fronte al banco delle accettazioni, un uomo con i capelli bianchi seduto a un lucido pianoforte a coda esegue un repertorio di musica da camera. Ogni tanto, alza lo sguardo dalla tastiera per dispensare saluti e sorrisi. Il lettino di Tafida Raqeeb, la bambina di 5 anni in stato di minima coscienza dallo scorso 9 febbraio, a cui l’ospedale vuole sospendere i trattamenti vitali, si trova nel reparto di terapia intensiva, al sesto piano dello stesso edificio che riceve i piccoli pazienti tra sorrisi, colori e melodie.

Alle tre del pomeriggio, Tafida è sveglia. Nonostante sia intubata, il suo volto non appare molto diverso da quello immortalato nelle foto di cinque mesi fa: le sue guance sono ancora paffute e, come sempre, ha i lunghi capelli neri raccolti in due robuste trecce. I suoi grandi occhi scuri sono spalancati in uno sguardo che sembra perso nel nulla ma che pare riaccendersi appena Shelina, la madre, le si avvicina al volto chiamandola per nome: «Tafida, Tafida, non aver paura – le mormora – la mamma è qui. Tutto andrà per il meglio».

Il bip dei monitor che tengono sotto controllo il battito del suo cuore e l’intensità del suo respiro si confondono alle musiche di Frozen, il cartone animato che le fa compagnia su uno schermo posto accanto al letto, nell’angolo opposto a quello in cui ha trovato spazio una morbida stellina sorridente, il suo peluche preferito. Nessuno sa, né saprà mai, quanto la piccola veda e senta di quello che le succede attorno oggi. I danni provocati dall’improvvisa emorragia cerebrale, molto probabilmente provocata da una malformazione arterio-venosa, che l’ha costretta a un delicato intervento neurochirurgico, sono molto gravi.

«Ma Tafida – dice Shelina – non è morta». «Piccola mia, lo facciamo vedere come sei brava ad alzare il braccio?», chiede dolcemente la mamma alla bambina. Tafida risponde accennando un leggerissimo movimento dell’arto destro. Appena visibile, ma reale.

Lo scorso 19 giugno, la direzione del Royal London Hospital, che fa capo ai servizi pubblici della Barts Health, ha comunicato alla famiglia Raqeeb di voler sospendere, «nel miglior interesse» della piccola paziente, tutti i trattamenti che le consentono di restare in vita, comprese alimentazione e idratazione, e, in generale, ogni tipo di terapia invasiva. I genitori si sono opposti ricorrendo all’Alta Corte britannica per ottenere, piuttosto, l’autorizzazione a trasferire Tafida in Italia, all’ospedale pediatrico Giannina Gaslini di Genova, dopo aver da questi ottenuto la disponibilità ad accoglierla e a prendersene cura. Il pronunciamento del giudice, Alistair MacDonald, è atteso agli inizi di settembre. Trenta giorni sono un tempo interminabile per la vita fragile di Tafida.

A cinque mesi dal malore e dal successivo intervento di urgenza, avvenuto al King’s College Hospital dopo il trasferimento dal Newham University Hospital, non ha ancora ottenuto la tracheotomia e continua a respirare per mezzo di tubi posti direttamente nelle vie respiratorie. Secondo pareri concordi degli esperti, è a rischio di infezioni potenzialmente fatali. L’attesa del giudizio è una forsennata corsa contro il tempo. Ma Tafida sembra determinata a resistere. Tra le manine poste sotto le coperte, al riparo dall’aria fredda della stanza, la piccola regge dei pezzi di carta stagnola: piccoli e leggeri, riflettono la luce e fanno rumore: per la bambina sono allo stesso tempo un gioco e una terapia. Incoraggiata ancora una volta da mamma Shelina a stringere i pugnetti, Tafida, a suo modo, di nuovo, risponde e la carta stagnola, poco poco, scricchiola.

(Nota. La mamma di Tafida ha inviato ad Avvenire la foto della sua piccola, da lei scattata dopo la malattia, autorizzandone la pubblicazione)

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