mercoledì 28 luglio 2010
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Non chiamatela ingegnere. Suor Celine, voce squillante e risata contagiosa, scuoterebbe la testa e immediatamente preciserebbe: «Io di ingegneria e costruzioni non sapevo proprio un bel niente». Fino al 2004, almeno. Quando la Congregazione delle Suore Terziarie di San Francesco l’ha “scelta”. Missione: entrare nel team di progettisti e tecnici impegnati nella costruzione del primo centro di cardiochirurgia di tutta l’Africa Centro Occidentale, l’ospedale di Shisong, realizzato dall’italiana Associazione bambini cardiopatici nel mondo. E coordinarlo.Suor Celine, al secolo Celine Epie Mbolle, era tra i banchi di scuola quando le hanno dato la notizia. Perché di mestiere lei – nata e cresciuta in Camerun, da una famiglia che non poteva permetterle scuole facoltose, tanto meno l’università – ha sempre fatto l’insegnante: lezioni di economia domestica, precisamente, e di corretta alimentazione impartite ai ragazzini, ma spesso anche alle loro mamme, fuori dagli orari scolastici. Immaginarsi la sorpresa della consacrata: «Ho risposto "Io? Ma davvero?". Poi ho detto "sì" – racconta –: era la mia chiamata, e anche se sembrava un compito impossibile, ho capito che era Dio a volerlo».Così, unica donna nel raggio di chilometri, con l’abito candido e il block notes alla mano per imparare dagli ingegneri veri, suor Celine ha assunto il suo incarico direttivo nel cantiere: «Inizialmente mi sono occupata della gestione del personale – spiega–: alla costruzione dell’ospedale hanno partecipato circa 120 persone, tra operai e volontari, e il mio compito era quello di istruirli sulle loro mansioni: geometri, architetti e ingegneri mi mostravano il progetto, indicavano le priorità, spiegavano come doveva procedere il lavoro. E io, a mia volta, illustravo tutto questo agli uomini in cantiere, e li seguivo». Ma non basta. Al nuovo ospedale servono materiali: legno per le porte e per i tetti, acciaio per le griglie e gli infissi, e ancora sabbia, cemento, vetro. Suor Celine conosce bene il mondo artigianale locale e parla perfettamente lingue e dialetti: sa quali sono i fornitori seri, quelli che lavorano meglio, quelli che lo fanno più in fretta. Così, per i responsabili del progetto, è naturale affidare la scelta di questi ultimi a lei: «Ho deciso con chi dovevamo lavorare, sottoscritto i contratti. Ho imparato persino a distinguere, col tempo, quando i materiali che ci fornivano andavano bene e quando no».Scoppia di nuovo a ridere, suor Celine, nella sua stanza d’albergo a Milano, dove oggi la Facoltà di Architettura del Politecnico le consegnerà un attestato che certifica «il suo valido lavoro quale "capo cantiere" nella costruzione dell’ospedale di Shisong»: «Chi l’avrebbe detto –esclama –, quando decidevo da chi acquistare il calcestruzzo, che questa avventura mi avrebbe anche portata lontana dal Camerun, per la prima volta nella vita». Suor Celine non era mai uscita, dal suo Paese, prima. E si legge tanta emozione, sul suo volto, mentre si volta a cercare lo sguardo della superiora, suor Alfonsa Kiven, arrivata con lei per ritirare il riconoscimento: «Io una laurea in ingegneria non ce l’ho – continua –, però quello che mi riconoscono oggi è un po’ come se lo fosse, una laurea». Ci pensa su un attimo e subito aggiunge: «Una laurea di famiglia, s’intende». Perché, spiega, è quello che si è davvero costruito in Camerun, nel distretto dimenticato di Kumbo, là dove centinaia di bambini soffrono di problemi di cuore e non hanno cure: una casa, una famiglia, e solo dopo, «ma molto dopo», un ospedale. «Senza Dio, e senza quell’essere famiglia che siamo stati, non sarebbe stato possibile nulla». Suor Celine, ingegnere sul campo della fede. Ponte tra uomini. Costruttrice di speranza.
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