mercoledì 9 gennaio 2019
Nel 2015 il lutto per la scomparsa di Beau scoraggiò l’allora vice di Obama, che in un libro intenso racconta con l’umanità di un padre i retroscena di quelle tragiche giornate
Il senatore Joe Biden, che fu vicepresidente con Barack Obama (Ansa)

Il senatore Joe Biden, che fu vicepresidente con Barack Obama (Ansa)

Qui in Italia lo conosciamo poco. Al più ce lo hanno sempre descritto come un simpatico gaffeur. Troppo grande era l’aura del suo “capo”, Barack Obama, perché si trovasse pure il tempo, e l’interesse, per approfondire anche il suo di personaggio. Eppure Joe Biden, anni 76, chioma candida e sorriso contagioso, di punti di attrazione ne avrebbe eccome.

Primo fra tutti: è proprio lui, già vicepresidente Usa tra il 2008 e il 2016, ad avere oggi il consenso più vasto tra i probabili candidati democratici alle presidenziali del 2020, quelle in cui Donald Trump cercherà la conferma alla Casa Bianca. Quattro anni dopo, insomma, Biden potrebbe finalmente mettersi in corsa (secondo il New York Times deciderà entro due settimane), riprendendo un discorso interrotto per motivi drammaticamente personali nella scorsa tornata elettorale a causa della morte del figlio 46enne Beau, avvenuta nel maggio 2015 per un tumore al cervello proprio nel periodo in cui si decidevano le candidature. “Papà, fammi una promessa” è il libro memoir (best-seller negli Usa e appena uscito in Italia per NR Edizioni, tradotto da Francesco Costa) in cui oggi Biden ci racconta e si racconta, emergendo in tutta la sua profonda umanità nella descrizione di «un anno di speranza, sofferenza e determinazione». Quello, appunto, in cui la tragedia che attende Beau si intreccia alle vicende di un politico ma soprattutto di un padre, chiamato ai mille impegni di un incarico da vicepresidente che non lascia respiro, ma anche ad essere sostegno del proprio figlio.

È un libro sul dolore privato e sulla battaglia contro la malattia, talmente profondo in alcuni passaggi che la politica passa spesso in secondo piano. Perché certo Biden non si sottrae nel descrivere anche il lavorio diplomatico su questioni come l’Iraq, l’Ucraina, l’America Centrale, i suoi pranzi con Obama o gli incontri con Hillary Clinton, che all’epoca già sembrava la candidata “inevitabile” tra i democratici. Ma quello che avvince è proprio lo sguardo sugli affetti, sulla sfera intima del suo “clan”, sui propri punti fermi e tradizioni familiari. Insomma, un libro che potrebbe colpire anche chi non è appassionato di politica americana e che di Biden (come è facile che sia) non ha mai sentito parlare.

Senatore per 36 anni, Biden è forse anche l’unico politico al mondo vivente a cui sia stata dedicata una stazione ferroviaria. È quella di Wilmington, nel suo Delaware, da dove Biden è partito ogni giorno in treno verso il Congresso di Washington e dove, puntualmente, è tornato a casa ogni sera. Non un vezzo, ma una necessità. Nel 1972 la prima moglie di Biden morì in un incidente d’auto insieme alla figlia. Sopravvissero gli altri due figli piccoli, Beau e Hunter, da cui il senatore si impose di tornare tutte le sere nonostante gli impegni nella capitale. Il rapporto strettissimo con i due figli si rafforza con questo dramma e approda, purtroppo, alla tragedia di Beau 43 anni dopo, rendendo quella di Biden una grande storia su quella che, dalle pagine, emerge soprattutto come una grande persona.

Scomparso Beau, che aveva fortemente incoraggiato il padre a candidarsi alla Casa Bianca, l’allora vicepresidente, molto amato dalla classe media e dai democratici moderati, si prende qualche mese di tempo per capire, valutare. Ma il lutto è troppo forte per lanciarsi in una campagna elettorale così totalizzante come quella per le presidenziali. Quattro anni dopo, però, il momento del vecchio Joe potrebbe essere arrivato.

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