giovedì 4 agosto 2022
120 condanne a morte, 15mila arresti e 2mila esecuzioni sommarie in 18 mesi. «Con il vile e brutale trattamento dei detenuti i militari cercano di fiaccare ogni resistenza della popolazione civile»
Militari birmani di pattuglia  ispezionano  un autobus  nel centro  della capitale Yangon

Militari birmani di pattuglia ispezionano un autobus nel centro della capitale Yangon - Ansa/Epa

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La tortura come strumento di potere applicata regolarmente verso chi si oppone al colpo di Stato del primo febbraio 2021. In Myanmar la giunta militare sembra avere superato in crudeltà persino la dittatura che per mezzo secolo, dal 1962 al 2010, aveva tenuto il Paese nella paura e nella miseria prima di essere costretta a liberare la leader della lotta democratica non violenta Aung San Suu Kyi e a cedere il potere a un governo di civili pur diventandone una spina nel fianco. Oggi la Premio Nobel per la Pace, 77 anni da poco compiuti, è in carcere e rischia decine di anni per le condanne già inflitte e altre che arriveranno dal regime guidato dal generale Min Aung Hlain. Il regime sa di non avere un’alternativa alla vittoria perché ora non ha più davanti una popolazione passiva e isolata.

Vent’anni di lotta e dieci di democrazia che i generali hanno tentato inutilmente di cancellare hanno convinto la popolazione che i generali sono un ostacolo. Per questo i birmani di ogni età, etnia e condizione sociale hanno scelto di combattere apertamente oppure di minare con ogni mezzo possibile un potere senza legittimazione, anche internazionale.

La reazione è stata brutale. A mostrarlo sono i quasi 15mila arresti e le almeno 2mila esecuzioni sommarie registrati dall’Associazione per l’assistenza ai prigionieri politici, ma anche la ripresa, il 25 luglio, delle esecuzioni di oppositori politici, il numero crescente di sentenze di condanna a morte – quasi 120 in 18 mesi – decise dai tribunali militari e l’estensione della tortura descritta nel nuovo rapporto di Amnesty International. Significativamente intitolato “Quindici giorni che sembravano 15 anni”, il rapporto contiene le esperienze drammatiche – alle quali a volte nemmeno la scarcerazione ha messo fine – di una quindicina di ex detenuti, oltre che le testimonianze di difensori, esperti e l’analisi di un centinaio di fonti giornalistiche.

Ne emerge un quadro di violazione sistematica della legge da parte del regime. Arresti senza mandato, confessioni estorte con la tortura, isolamento dal mondo esterno dei detenuti, sparizioni di oppositori sotto custodia, rappresaglie verso i congiunti degli arrestati. Strumenti finora inefficaci a fermare la rivolta ma devastanti per chi ne è vittima. «Con questo vile e brutale trattamento dei detenuti, i militari di Myanmar cercano di fiaccare lo spirito delle persone e di costringerle ad abbandonare ogni resistenza al colpo di stato. Ma stanno ottenendo l’effetto opposto», ha dichiarato Agnès Callamard, segretaria generale di Amnesty International.

«Chiediamo con urgenza che la giunta militare scarceri le migliaia di persone che stanno languendo nelle carceri solo per aver esercitato i loro diritti. Sollecitiamo il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ad aumentare la pressione sottoponendo la situazione di Myanmar al Tribunale penale internazionale, applicando un embargo sulla fornitura di armi e sanzioni mirate», ha aggiunto. Le pressioni internazionali e le sanzioni non hanno convinto la giunta a cercare il dialogo con il Governo di unità nazionale in clandestinità o con Aung San Suu Kyi. Questo dipende dalla possibilità per i militari di sfruttare buona parte delle risorse nazionali e in parte per l’appoggio che godono da alcuni alleati, Cina e Russia in testa. La prima partner economico, la seconda fornitore di armi. Non a caso, ieri, nel colloqui con la giunta, il ministro degli Esteri di Mosca, Sergei Lavrov, ha espresso sostegno al regime per il suo impegno a «stabilizzare» il Paese.

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