giovedì 20 agosto 2009
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L’ astensione forzata di buo­na parte della popolazione pashtun, seriamente mi­nacciata dai taleban, toglierà indi­spensabili voti proprio all’attuale presidente Hamid Karzai. Ancora ie- ri i miliziani hanno minacciato: «Compiremo varie operazioni e se qualcuno resterà ferito non potrà prendersela con noi, perché abbia­mo dato un chiaro avvertimento». Dal canto suo Karzai ieri ha chiesto nuovamente agli afghani di andare a votare «per la stabilità, la pace e il progresso». In un Paese multietnico come l’Afghanistan, l’appartenenza etnica dei candidati conterà più di o­gni altro criterio nella scelta dei can­didati. Sarà il tasso di partecipazio­ne dei pashtun, l’etnia cui appartie­ne Karzai, a determinare chi sarà il prossimo vincitore. Secondo le stime più attendibili, i pashtun rappre­sentano circa il 42% della popolazione, seguiti dai ta­giki (27%), poi dagli hazara (10-15%) e dagli uzbeki (6­9%). Nulla di strano se Kar­zai le ha tentate tutte per ga­rantirsi la rielezione. Anzi­tutto, si è dimostrato parti­colarmente conciliante nei confronti dei «taleban mo­derati » negli ultimi mesi. Nonostante le smentite del portavoce dei taleban, il controverso fratello di Karzai affer­ma di aver intrapreso negoziati se­greti con il movimento radicale per arrivare a un «cessate il fuoco» ed e­vitare che una bassa affluenza alle urne nelle zone pashtun possa por­tare all’elezione di un presidente non-pashtun. «Ho appena avuto un incontro con un comandante tale­ban molto, molto influente – ha rac­contato al Guardian Ahmad Wali Karzai – Gli ho detto che le elezioni si svolgeranno ugualmente, anche se le quattro province pashtun par­teciperanno o meno». Un altro motivo di preoccupazione per Karzai sono i voti che i due prin­cipali sfidanti possono rosicchiargli tra i «suoi» pashtun. Abdullah Ab­dullah, dato dai sondaggi al 26%, è presentato come rappresentante dell’etnia tagika. In verità, l’ex capo della diplomazia afghana è di etnia mista: pashtun per parte di padre e tagiko per parte di madre. L’altro av­versario, il pashtun Ashraf Ghani, de­tiene quel 6% che manca a Karzai (stando ai sondaggi) per infrangere dal primo turno la barriera del 50%. Ghani ha dichiarato al Times di es­sere stato avvicinato dagli interme­diari di Karzai. Il presidente gli a­vrebbe offerto l’incarico di premier, nel tentativo di garantirsi la vittoria fin dal primo turno, ma invano. Fonti vicine a Ghani hanno smenti­to qualsiasi coinvolgimento degli Stati Uniti nelle trattative, ma han­no confermato che dai diplomatici americani sono arrivate garanzie sulla «sincerità» dell’offerta. La pro­posta è stata discussa dall’inviato speciale americano Richard Hol­brooke e dall’ambasciatore Usa a Kabul Karl Eikenberry con lo stesso ex ministro delle Finanze, ritenuto da Washington un tecnico compe­tente. Fallita questa manovra, Karzai ha co­munque continuato a tessere la te­la che, nelle sue intenzioni, lo con­fermerà alla presidenza. Ha prima raggiunto diversi accordi con leader tribali e signori locali, promettendo incarichi di governo in cambio dei voti, poi ha rotto gli indugi autoriz­zando il ritorno a Kabul del genera­le Abdul Rashid Dostum, veterano signore della guerra uzbeko. Questa mossa potrebbe far pendere la bi­lancia dalla sua parte, visto che nel 2004 il voto uzbeko gli ha assicura­to un 10% di consensi. In cambio di cosa non è del tutto chiaro. Dostum è guardato con diffidenza dall’Occi­dente, che ricorda i suoi cambi di al­leanze nella guerra contro i sovieti­ci e le accuse di violazioni dei diritti umani e traffico di droga. L’Onu e gli Stati Uniti hanno espresso preoccu­pazione sulla possibilità che possa ricoprire incarichi di governo in cambio del sostegno a Karzai. «Per portare avanti il Paese servono più politici competenti e meno signori della guerra», ha affermato un por­tavoce delle Nazioni Unite a Kabul.
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