venerdì 17 novembre 2017
Il presidente vuole arrivare a scadenza, a metà del 2018. Trattative nella sua abitazione, dove era stato confinato dai militari. L'Unione Africana: non accetteremo un golpe
Il presidente dello Zimbabwe, Robert Mugabe, stamani a una cerimonia di laurea alla Zimbabwe Open University di Harare: è la sua prima apparizione in pubblico dopo che i militari hanno preso il potere (Ansa)

Il presidente dello Zimbabwe, Robert Mugabe, stamani a una cerimonia di laurea alla Zimbabwe Open University di Harare: è la sua prima apparizione in pubblico dopo che i militari hanno preso il potere (Ansa)

Il presidente dello Zimbabwe, Robert Mugabe, ha partecipato stamani a una cerimonia di laurea alla Zimbabwe Open University, nella capitale Harare. È la sua prima apparizione in pubblico dopo le notizie secondo cui i militari avrebbero preso il potere.

Robert Mugabe, 93 anni, non vuole mollare. Tuttora nella sua residenza sotto la custodia dell’esercito insieme alla moglie, Grace, i figli e alcuni ministri, il dittatore, che per 37 anni ha governato lo Zimbabwe con un pugno di ferro, ha intenzione di resistere fino alle prossime elezioni previste per metà 2018. Il Paese è quindi in bilico in attesa di una soluzione definitiva. «Mugabe e sua moglie stanno cercando di prendere tempo – ha confermato ieri una fonte dell’intelligence locale –. Per ora ha richiesto la possibilità di finire il suo mandato presidenziale».

Ai colloqui partecipa anche un prete cattolico

Nella “casa blu”, l’abitazione della famiglia Mugabe, i colloqui sono andati avanti per diverse ore. Tra le differenti personalità al tavolo dei negoziati c’era anche padre Fidelis Mukonori, un prete cattolico che conosce il capo di Stato da decenni. Inoltre, dal Sudafrica, è arrivato ieri Morgan Tsvangirai, leader oppositore del Movimento per il cambiamento democratico (Mdc) ed ex primo ministro. Come altri membri dell’opposizione, Tsvangirai esige «le dimissioni di Mugabe al più presto». Gli inviati diplomatici della Comunità per lo sviluppo dell’Africa meridionale (Sadc) sono alla ricerca di un accordo. Vogliono evitare violenze e, allo stesso tempo, soddisfare l’ormai ex dittatore, considerato ancora da molti leader africani e da una fetta della popolazione come un «liberatore dal giogo della colonizzazione».

Dall’altra parte del Continente, nella capitale della Guinea, Conakry, arriva infatti un messaggio chiaro: «L’Unione Africana non accetterà mai un colpo di Stato militare nello Zimbabwe – ha dichiarato ieri Alpha Conde, capo di Stato guineano e presidente di turno dell’organizzazione panafricana –. È necessario che ci sia rispetto per la Costituzione».

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La crisi politica si sta però aggravando. Nonostante le evidenti tensioni che per mesi hanno caratterizzato lo Zanu-Pf, il partito al potere, la goccia che ha fatto traboccare il vaso è stato il licenziamento dell’ex vice-presidente, Emmerson Mnangagwa, avvenuto settimana scorsa. Quest’ultimo è da tempo il prescelto candidato presidenziale dell’ala più anziana del partito e di gran parte dell’esercito. Contro di lui, però, c’è la figura di Grace Mugabe, la cui candidatura è sostenuta dal marito e dalla fazione dei più giovani dello Zanu-Pf. L’esercito, attraverso il suo comandante, il generale Constantine Chiwenga, ha dichiarato di essere intervenuto martedì per «fermare i criminali che circondano Robert Mugabe e stanno procurando sofferenze sociali e economiche alla popolazione». La tensione nella capitale, Harare, resta quindi molto alta.

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