mercoledì 8 aprile 2009
Dopo i disordini di martedì la polizia ha ripreso ieri il controllo del centro di Chisinau, ma centinaia di dimostranti resistono davanti alla sede del governo riunito d’urgenza. Fra i fermati anche un leader del gruppo Azione popolare, mentre i tre principali partiti di opposizione si dissociano dalle violenze.
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La polizia moldava ha ripreso il controllo del centro di Chisinau e di tutti gli accessi alla città. Tuttavia ieri alcune centinaia di persone si sono riunite davanti alla sede del governo, dove nel pomeriggio si è svolta una seduta straordinaria del gabinetto con la partecipazione del presidente Vladimir Voronin. Questo il bilancio delle ultime ore di disordini, confermato dal governo: 193 arrestati, fra cui 8 minorenni, oltre 270 feriti, fra cui 170 poliziotti. Arrestato anche un esponente di spicco dell’opposizione, Sergiu Mocanu, ex consigliere del presidente ed ora leader del gruppo “Azione popolare”. I manifestanti davanti al palazzo del governo chiedevano a gran voce la liberazione degli arrestati, minacciando in caso contrario l’assalto all’edificio, minaccia che poi non si è avverata. I tre maggiori partiti di opposizione, attraverso Vlad Filat, leader del Partito liberal-democratico, si sono dissociati dalle violenze, attribuendone in parte le responsabilità alle forze dell’ordine. Nell’esplodere della protesta ha svolto un ruolo anche Internet. Subito dopo l’annuncio della vittoria comunista alle elezioni, su Twitter e Facebook sono partiti messaggi come: «Perdere la speranza è quello che vogliono i comunisti. Se ti trovi in Moldova, scendi in piazza e protesta!». Il presidente Voronin ha accusato apertamente la Romania di aver fomentato i gravi disordini di martedì a Chisinau, con l’assalto al parlamento e al palazzo presidenziale da parte di manifestanti anticomunisti. «Lo testimoniano – ha detto Voronin – anche le bandiere romene che sono state issate sugli edifici governativi a Chisinau». In seguito a questa denuncia l’ambasciatore romeno in Moldova è stato dichiarato «persona non grata» con l’ordine di lasciare il Paese entro 24 ore. Nello stesso tempo Chisinau ha praticamente chiuso le frontiere con la Romania. Ieri sono stati respinti al confine circa 280 romeni, fra cui 20 giornalisti di testate romene, e non sono stati lasciati uscire 50 giovani moldavi che studiano in Romania. Bucarest respinge le accuse: il presidente del Senato romeno Mircea Geoana ha fatto rilevare che il disagio dei moldavi «è nutrito dalla mancanza cronica di vita democratica autentica». Intanto gli ambasciatori europei a Chisinau, compreso quello italiano Stefano De Leo, si mantengono in costante contatto per valutare la situazione. Voronin ha minacciato di usare la forza nel caso di nuovi atti di violenza. «Anche la pazienza ha un limite. Noi non possiamo tollerare questi baccanali, e siamo intenzionati a stroncarli con la massima fermezza», ha detto il presidente. «Quando la bandiera romena è stata issata sugli edifici governativi è divenuto chiaro il tentativo dell’opposizione di attuare un colpo di stato. Noi non lo consentiremo», ha detto Voronin. A sua volta Ievgheni Stirbu, capo della Commissione elettorale centrale, ha respinto la richiesta fondamentale dell’opposizione, cioè la ripetizione dello scrutinio delle schede elettorali. Preoccupazione per l’aggravarsi della crisi interna alla Moldova è stata espressa dalla Russia. Parlando a Mosca, anche il ministro degli Esteri, Sergej Lavrov, ha puntato il dito, seppur indirettamente, contro la Romania, e ha definito «prive di fondamento» le richieste dell’opposizione moldava per un annullamento dei risultati del voto di domenica che ha visto la riaffermazione del partito comunista al potere, al quale è andato oltre il 50% dei consensi: un voto che l’opposizione considera manipolato. Lavrov ha esortato le parti a risolvere i problemi attraverso il negoziato. Il vicecapogruppo di Russia Unita alla Duma, Vladimir Pekhtin, ha sottolineato che, a suo parere, la «rivoluzione» moldava, come le precedenti ucraina e georgiana, è stata organizzata per «indebolire l’influenza della Russia nei Paesi dell’ex Unione Sovietica affinché intorno alla Russia non vi siano più stati filo-russi».
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