venerdì 13 gennaio 2017
L'esercito avanza ma molto lentamente. Obiettivo: l'università in mano al Daesh
Vessillo del Daesh catturato dalle truppe irachene vicino a Mosul (Lapresse)

Vessillo del Daesh catturato dalle truppe irachene vicino a Mosul (Lapresse) - LaPresse

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Anche l’università di Mosul, trasformata nel quartiere generale del Daesh, sta per entrare nel mirino dell’esercito iracheno. Negli ultimi giorni, hanno riferito le forze speciali dell’antiterrorismo, nella parte orientale della città sono stati riconquistati i quartieri di Baladiyat, Hadba e Seddiq, nei pressi del campus. Ormai, riferisce al-Arabiya le forze irachene «hanno assediato l’Università» dove i corsi non si sono mai formalmente interrotti anche se gli uomini del Califfato hanno trafugato molto materiale. Tuttavia l’offensiva, avviata in grande stile dall’esercito iracheno e dai peshmerga all’alba del 17 ottobre scorso e giunta un mese dopo alla periferia di Mosul, ora prosegue molto a rilento. Presentata come una operazione lampo con baldanzosi proclami di vittoria, si è chiaramente trasformata in una guerra di logoramento. «Ci aspettiamo che la campagna di Mosul si concluda entro tre mesi», ha dichiarato ieri l’ambasciatore iracheno in Turchia Hisham Ali Akbar, ma altre fonti diplomatiche prevedono si debba combattere fino all’estate.

Sinora le forze irachene hanno riconquistato al Califfato circa l’80% di Mosul est: circa 100mila uomini impegnati nella controffensiva con i peshmerga curdi che si sono fermati fuori dalla città sunnita per evitare reazioni etnico-religiose. Nelle ultime due settimane le forze di Baghdad hanno raggiunto la riva orientale del Tigri mentre sono stati bombardati e distrutti i quattro ponti che attraversano il fiume per impedire ai combattenti del Daesh asserragliati nella parte orientale di riparare in quella occidentale, ancora nelle mani dei jihadisti. Ora l’esercito iracheno e le forze speciali dell’antiterrorismo vogliono puntare direttamente al cuore della città, a cominciare dall’università.

Una battaglia casa per casa con le forze irachene che, come voluto dal premier iracheno Haydar Abadi, si sono impegnate a rispettare il diritto umanitario e a usare esclusivamente armi leggere. Regole di ingaggio che allungano i tempi e hanno provocato molte perdite fra gli iracheni, nel tentativo di preservare il più possibile la popolazione civile e gli immobili. «Apprezziamo gli sforzi dell’esercito iracheno di minimizzare le perdite civili utilizzando armi leggere», ha dichiarato ad Avvenire Bruno Geddo, responsabile dell’Acnur in Iraq. Secondo le ultime stime sono infatti 70mila i civili nella zona orientale della città, ben 800mila in quella occidentale. A Mosul ovest sono arroccati dai 4mila ai 6mila jihadisti che usano camion bomba e si spostano in tunnel scavati ad arte per attuare una tattica di difesa suicida.

«Quello che si verifica ora a Mosul è una situazione forse inevitabile, ma che ha serie ripercussioni sulla popolazione civile, con le forze irachene e curde a chiudere il fronte da Nordest a Nordovest, mentre le milizie sciite a Tall Afar chiudono ogni via di fuga a est, verso la Siria», ha aggiunto Bruno Geddo. Una situazione che rinnova l’allarme, già lanciato lo scorso novembre, per una possibile catastrofe umanitaria: «Chi giunge nei campi Onu da Mosul – spiega Geddo – riferisce di mancanza di carburante e viveri: di fatto a Mosul si mangia una sola volta al giorno». Sono circa 150mila i profughi sfollati da Mosul dal novembre scorso e ogni giorno ne giungono 1.800 ai campi gestiti dalle Nazioni Unite. Di questi risulta che 18mila, dopo una breve permanenza nei centri di raccolta, hanno deciso di fare ritorno nelle loro case, in gran parte situate nei villaggi ora liberati alla periferia di Mosul.

Lo sforzo delle Nazioni Unite, ora che il fronte è avanzato, è di portare l’assistenza umanitaria il più vicino possibile alla città. Un flusso di profughi relativamente basso rispetto alle stime dell’autunno scorso perché grand parte dei civili ha scelto di restare barricato in case mentre la battaglia avviene a pochi metri di distanza. Quando l’esercito raggiunge un nuovo quartiere, dopo due anni di repressione, esecuzioni sommarie e saccheggi, la popolazione saluta i soldati come liberatori con grandi effusioni di gioia. Un consenso alle forze irachene che non può eliminare i sentimenti anti-sciiti di gran parte della borghesia commerciale di Mosul come il rischio di infiltrazioni di jihadisti fra i profughi. Una emergenza sicurezza che è la principale preoccupazione del governo di Baghdad e delle autorità del Kurdistan iracheno.

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