sabato 13 luglio 2019
Cattolici, protestanti, ebrei e musulmani hanno pubblicato un manifesto comune perché a tutti sia garantita solidarietà e fratellanza. Effettuata l’autopsia sul corpo del tetraplegico
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Vincent Lambert è stato sepolto stamattina, sabato, in una cerimonia privata che si è svolta a Longwy, nel nordovest della Francia, alla presenza di tutti i parenti, nonostante la lunga battaglia che ha spaccato la famiglia. Il cadavere del 42enne, che oltre 10 anni fa era rimasto tetraplegico in un incidente stradale ed era tenuto in vita dalle macchine, è stato consegnato venerdì sera alla famiglia. Intanto giovedì la procura di Reims ha aperto un'inchiesta per verificare che la procedura con cui l'uomo è morto, dopo lo spegnimento delle macchine come deciso dalla giustizia, si sia svolto secondo le regole.

Ma dopo la morte di Vincent Lambert, quali saranno, in Francia e in Europa, il messaggio e l’eredità raccolti da chi si batte per il diritto alla vita dei portatori di handicap gravi? Ieri, nelle stesse ore in cui il corpo di Lambert subiva a Parigi un’autopsia ordinata dal procuratore della Repubblica di Reims, per verificare gli atti ospedalieri terminali eseguiti sul paziente tetraplegico in stato di minima coscienza, una parte del dibattito transalpino evocava le idee e le strade da promuovere per evitare che l’eutanasia ed ogni suo possibile surrogato possano ancor più far breccia nel Vecchio Continente.

A Reims, epicentro di un dramma umano, familiare ed etico di risonanza non solo francese, le principali autorità cattoliche, protestanti, ebraiche e musulmane della città hanno pubblicato un documento comune. «Crediamo che per gli esseri umani sia possibile sostenersi, aiutarsi, accompagnarsi nei momenti più dolorosi della vita, in modo che nessun cittadino possa essere tentato d’esigere dalla società che provochi la sua morte», recita la dichiarazione ecumenica e interreligiosa, sottoscritta anche dall’arcivescovo Eric de Moulins-Beaufort, nuovo presidente della Conferenza episcopale transalpina.

«Vorremmo ricordare ai nostri concittadini che divenire dipendenti dagli altri per delle cure o per degli atti della vita ordinaria non significa perdere la propria dignità; vogliamo agire per contribuire a suscitare le dedizioni, le generosità e le solidarietà necessarie presso delle persone dipendenti, qualunque ne sia la ragione, e presso i loro cari che assumono questa responsabilità, coloro che si suole chiamare “ausiliari”», prosegue il documento, prima dell’esortazione finale per un contributo corale delle coscienze e della società in modo da «garantire a tutti una vita comune nella solidarietà e nella fratellanza».

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Nelle stesse ore, diversi esperti di bioetica hanno evidenziato i rischi che si aprono per la società dopo la scelta del Policlinico di Reims di privare Vincent Lambert di ogni forma di nutrizione. Per Tugdual Derville, delegato generale dell’Ong Alliance Vita, che si è espresso sulle colonne del settimanale Famille chrétienne, «è stata oltrepassata una linea rossa, quella del divieto di uccidere».

Nel mondo intellettuale, ha espresso sconcerto pure Michel Houellebecq, scrittore francese tradotto su scala planetaria: «Mi è difficile liberarmi dall’impressione fastidiosa che Vincent Lambert è morto d’eccessiva mediatizzazione, del fatto d’essere diventato un simbolo, suo malgrado; che si trattava, per la ministra della Sanità e “delle solidarietà”, di dare un esempio. Di “aprire una breccia”, di “far evolvere le mentalità”. Cosa fatta. In ogni caso, una breccia è stata aperta», ha scritto in un intervento apparso su Le Monde, avallando una tesi affine a quella del «crimine di Stato» denunciata dai genitori di Lambert. Il romanziere ha anche sottolineato di essere «rimasto sbalordito» dalla scelta di due ministeri di rivolgersi alla Corte di cassazione per far annullare il verdetto del 20 maggio favorevole al mantenimento in vita del paziente.

Prosegue, intanto, l’inchiesta non penale per accertare le condizioni precise della morte di Lambert. L’autopsia effettuata ieri è stata ordinata anche per verificare le sostanze e i farmaci impiegati nel protocollo terminale. Sono state inoltre sequestrate le cartelle cliniche del paziente, mentre i responsabili e il personale ospedalieri saranno ascoltati nel prossimo futuro come testimoni.

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