mercoledì 29 dicembre 2010
Dopo 35 giorni crolla il muro di gom­ma eretto dalle autorità egiziane at­torno al sequestro degli eritrei ed e­mergono nuove, importanti prove sull’inferno del Sinai. I predoni hanno imprigionato altri 900 migranti di varie nazionalità, sudanesi, etiopi e somali. In tutto sono coinvolte 1200 persone, con un giro d'affari criminale di milioni di dollari.
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Dopo 35 giorni crolla il muro di gom­ma eretto dalle autorità egiziane at­torno al sequestro degli eritrei ed e­mergono nuove, importanti prove sull’in­ferno del Sinai. La stessa polizia egiziana e fonti a Rafah vicine agli stessi trafficanti, i clan beduini Rashaida, hanno confermato all’Ansa e ad altre agenzie occidentali la presenza dei 300 ostaggi. Inoltre gli arresti effettuati nel deserto nei giorni scorsi dal­le autorità egiziane riguardano ostaggi ri­lasciati prima di Natale dai rapitori dopo il pagamento del riscatto. Appurata anche l’e­norme entità del traffico. Ma i banditi re­stano impuniti. Ieri è stato chiarito il numero delle perso­ne catturate dalla polizia. Si tratta di 27 mi­granti africani, fermati nel deserto in due ri­prese. Il primo gruppo, composto da otto eritrei e sette etiopi, è stato arrestato tre giorni fa, mentre il secondo, di sette eritrei, tre sudanesi e due etiopi, è stato fermato lu­nedì alla frontiera con Israele. Confermato che i 300 eritrei sono ancora in mano ai banditi. Circa 80 provengono dalla Libia, dove alcuni erano stati respinti nel Medi­terraneo dalle nostre motovedette. Gli altri arrivano dall’Eritrea attraverso il Sudan. So­no stati tutti venduti da una banda di traf­ficanti senza scrupoli all’altra, come ab­biamo appreso in questo mese ascoltando le testimonianze di ostaggi rilasciati, dei parenti e della suora comboniana Azezet Kidane, che ha curato i superstiti giunti in Israele. I predoni hanno inoltre imprigio­nato 900 migranti di altre nazionalità – su­danesi, etiopi, somali – i quali hanno pagato le somme richieste e aspettano di poter ten­tare l’ingresso in Israele. In tutto sono coin­volte 1200 persone, è la conferma che nel Sinai è in corso da tempo un giro d’affari cri­minale di svariati milioni di dollari sulla pelle dei disperati del pianeta. Durante la detenzione in baracche e container inter­rati hanno tutti subito torture e violenze, le donne sono state abusate. Un trattamento disumano condito da minacce di morte e di espianto di reni. Per contattare l’esterno e raccontare l’orrore, ai rapiti è stato lasciato il telefono cellulare per accelerare i paga­menti del riscatto via Western Union a e­missari della banda al Cairo e a Gerusa­lemme. Ad eritrei ed etiopi è toccato il trat­tamento peggiore, come confermano le te­stimonianze raccolte ieri, come vendetta per l’uccisione di un carceriere durante un tentativo di fuga di 25 di loro, conclusosi tragicamente con l’assassinio di sei eritrei. Ribadito infine che almeno otto ostaggi sa­rebbero stati uccisi dai trafficanti, una de­cina di uomini bene armati che cambia spesso i luoghi di detenzione. La polizia e­giziana continua comunque a non inter­venire per catturare i mercanti di schiavi, anzi. L’ultima volta che intervenne, ad a­gosto, aprì il fuoco su un gruppo di eritrei imprigionati a Rafah e lasciò impuniti i car­nefici. Stavolta ha ricevuto l’ordine di non sparare e limitarsi ad arrestare i migranti rilasciati per immigrazione clandestina. Al­le vittime il governo del Cairo, delle quali fi­no a ieri ha negato perfino la presenza nel­la zona al confine con Israele, lascia la vita, ma riserva una beffa atroce. I profughi ar­restati vengono consegnati alle rispettive ambasciate dei paesi di provenienza per il rimpatrio immediato, che può voler dire galera e morte. Le forze egiziane sostengono di non poter intervenire nel Sinai riparandosi dietro il Trattato di pace con Israele che impedisce di introdurre armi pesanti e blindati nella zona di frontiera. I Rashaida disporrebbe­ro invece di armi sofisticate, acquistate dai sudanesi come contropartita per il traffico di esseri umani. La notizia degli arresti ha intanto allarmato la diaspora eritrea, nella quale proseguono le collette per pagare i riscatti, che i predoni pretendono vengano rateizzati per non venire identificati. «Lunedì ho sentito mio fratello dal Sinai – di­chiara H., rifugiato eritreo che vive in Sviz­zera – e non mi ha detto nulla. Ho sentito anche altri parenti, noi continuiamo a pa­gare e a sperare». Ieri il sacerdote eritreo Mosè Zerai ha con­tattato gli ostaggi. «Non sanno nulla, mi chiedevano di fare presto a pagare per li­berarli. Chiediamo al governo egiziano di consegnare i profughi nelle mani dell’Acnur e non alle ambasciate che li potrebbero rimpatriare. Ma questo potrà accadere so­lo se l’Europa dimostra fattivamente di es­sere disposta a dare asilo a queste persone. Mi preoccupa la sorte di chi non può pa­gare, un gruppo di almeno 15 persone che comprende sei donne, tre in stato di gravi­danza ». L’odissea nel deserto, insomma, è tutt’altro che finita.
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