mercoledì 15 dicembre 2010
Una studentessa cristiana di 21 anni è stata rapita da un gruppo di uomini armati a Mosul, nel nord dell'Iraq: ne dà notizia l'agenzia Aswat al Iraq. Intanto i vescodi dell'Iraq, in visita all'Europarlamento, chiedono aiuto per la pace nella regione.
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Una studentessa cristiana di 21 anni è stata rapita da un gruppo di uomini armati a Mosul,  nel nord dell'Iraq. A riferirlo sono fonti della sicurezza citate dall'agenzia Aswat al Iraq. La dinamica al momento non è chiara. Una fonte spiega che la ragazza, che frequenta l'istituto tecnico di Mosul, è stata sequestrata martedì pomeriggio mentre stava tornando nella sua abitazione ad est della città. Un'altra fonte invece sostiene che la giovane è stata rapita dopo un'irruzione alla sua casa da parte di uomini armati. LA SOLIDARIETA' DELL'EUROPARLAMENTO"Noi, membri del Parlamento europeo, siamo determinati a mantenere relazioni coi cristiani del Medio Oriente e a non lasciarli soli. Siamo determinati a utilizzare tutti i mezzi a disposizione per difendere la democrazia, i diritti umani e la libertà di religione, anche per i cristiani del Medio Oriente". Lo affermano 160 eurodeputati in un messaggio consegnato oggi ai vescovi di Baghdad, Mosul e Babilonia in visita all'Europarlamento. Il documento, promosso dai deputati italiani Mario Mauro e Gianni Pittella, rappresenta un "segnale di attenzione" verso i prelati e le loro comunità in Iraq e in quei paesi in cui sono in atto "persecuzioni sempre più evidenti" contro i credenti di religione cristiana. "Difendere i cristiani - spiega Mauro - vuol dire difendere la libertà di tutti e la convivenza pacifica" in quei paesi. La notte di Natale Mauro e Pittella saranno a Betlemme, assieme al presidente dell'Autorità palestinese, Abu Mazen, per "portare la nostra solidarietà ai cristiani" e ai popoli che vivono in Terra santa. Mauro è anche relatore per il Parlamento europeo per il primo accordo Ue-Iraq in fase di definizione e che dovrebbe essere firmato a maggio. "Vogliamo far pesare la questione dei diritti umani e della libertà religiosa nei rapporti" con Baghdad."I cristiani dell'Iraq vivono con la paura del futuro": mons. Athanase Matti Shaba Matoka, arcivescovo di Baghdad, ha portato l'esperienza quotidiana dei cristiani che vivono in Iraq nella sede dell'Europarlamento di Strasburgo. Matoka ha raccontato che "da quando si è sviluppata la guerra contro il regime di Saddan Hussein e dopo il cambio di regime, le difficoltà per noi si sono moltiplicate. I cristiani sono quelli che hanno sofferto maggiormente" per questi eventi.L'arcivescovo ha ricordato quanto avvenuto il 31 ottobre, con l'attentato nella cattedrale che gli è affidata: "Ho negli occhi cinquanta morti e settanta feriti, ma noi non siamo venuti qui a Strasburgo per chiedere una crociata di guerra, ma per domandare aiuto per costruire la pace nella nostra terra".A suo avviso l'Unione europea potrebbe "sostenere il governo di Baghdad in questa fase, affinchè esso dia prova di buona volontà nel proteggere i cristiani. Ma da solo il nostro governo non ce la può fare". Mons. Basile Georges Casmoussa, arcivescovo di Mossul, ha aggiunto: "Si potrebbe pensare a una grande conferenza internazionale, da svolgere in Iraq o, se questo non è possibile, in Libano, che si occupi della tutela delle minoranze presenti in Medio Oriente".I FERITI DI BAGHDAD TORNANO A CASAUn primo gruppo di cristiani iracheni che erano stati trasferiti in Italia per essere curati in seguito all'attentato alla chiesa di Baghdad, farà ritorno oggi in Iraq. "Si tratta di sette persone che sono ormai guarite e che dunque sono in grado di rientrare nel loro Paese - ha spiegato il coordinatore della Task Force Iraq, Massimo Bellelli, che ha curato l'operazione umanitaria - Altri, invece, stanno ancora ricevendo trattamenti sanitari". I feriti iracheni sono stati trasportati in Italia all'indomani dell'attacco terroristico sferrato da Al Qaeda alla cattedrale di Nostra Signora del Perpetuo Soccorso di Baghdad. Giunti a Roma, sono stati ricoverati al Policlinico Gemelli, dove sono stati affidati alle cure di un'equipe multidisciplinare. Molti di loro hanno espresso il desiderio di non far ritorno in Iraq: "per coloro che non vogliono tornare - ha assicurato Bellelli - stiamo studiando la soluzione più appropriata".
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