giovedì 28 marzo 2019
La premier: non gestirò la fase attuativa. A giorni il terzo cruciale voto a Westminster. Bocciate tutte le 8 opzioni del «piano B»
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L’offerta è stata ufficializzata. Theresa May è disposta a lasciare la guida del governo e del partito conservatore in cambio dell’appoggio dei falchi brexiteers all’accordo di separazione del Regno Unito dall’Ue negoziato con Bruxelles. Lo stesso già respinto due volte dal Parlamento. Parlando, ieri, al Comitato 1922, l’organo dei Tory chiamato a indire nuove elezioni per la leadership, la premier ha assicurato che, se l’accordo verrà approvato nei prossimi giorni, lascerà l’incarico prima dell’inizio della seconda fase della Brexit.

«Ho capito che c’è voglia di un approccio diverso e di una nuova leadership per la seconda fase dei negoziati e io non mi opporrò», ha detto la premier parlando al Comitato. I toni del suo discorso sono quelli di un vero e proprio appello: «Chiedo a tutti i presenti di sostenere il mio accordo così che possa essere portato a termine il nostro dovere storico: realizzare la decisione del popolo britannico e lasciare l’Ue con un’uscita lineare e ordinata».

La svolta era nell’aria da qualche giorno. La risposta con cui il Consiglio Europeo, la scorsa settimana, ha accolto la richiesta di posticipo della Brexit, rinviandola al 22 maggio a condizione di un’approvazione del piano entro il 12 aprile, ha ammaccato la già fragile leadership della premier. L’accusa, sferzata con violenza non solo dai parlamentari, ma anche dalla stampa, è quella di aver accettato l’ennesimo ultimatum dell’Ue e di non essere riuscita a portare a casa un posticipo incondizionato. Il colpo di grazia è arrivato lunedì sera quando il Parlamento ha approvato l’emendamento con cui ha “simbolicamente” sottratto all’esecutivo la gestione dell’iter parlamentare sulla Brexit. A votargli contro sono stati ben 30 membri del partito conservatore, tre dei quali suoi ministri.

Messa con le spalle al muro anche dagli ex alleati del Dup, risoluti fino all’ultimo a non sostenere il suo piano, May non ha trovato altra soluzione utile a uscire dall’impasse se non quella di offrire la sua poltrona. La possibilità era stata accennata ai capi dell’ala più euroscettica del partito, Boris Johnson e Jacob Rees-Mogg, in una riunione «esplorativa» organizzata domenica. La possibilità che avrebbero accettato era concreta, terrorizzati dall’idea che con un Parlamento allo sbaraglio e una scadenza ormai prossima, si sarebbe concretizzata la possibilità di una soft Brexit o, addirittura, di un annullamento dell’intero processo di separazione. Tra i primi ad aver annunciato di accogliere la proposta della May ci sono, non a caso, proprio Rees-Mogg e Johnson. Il Dup resta contrario, ma la posizione sembra più ammorbidita. Ciò significa che il tormentato piano, adesso, potrebbe davvero passare. Prima di veder calendarizzata la votazione decisiva dell’accordo (in teoria possibile già domani), May deve risolvere il nodo formale imposto dallo speaker della Camera, John Bercow, che proprio ieri, dopo aver aperto il giro di votazioni «indicative » sui possibili piani alternativi, ha ricordato al governo che il testo da mettere al voto dell’Aula deve rispettare «lo standard già indicato», ovvero essere diverso rispetto a quello già respinto due volte. Il veto, ha avvertito, «non potrà essere aggirato» con ritocchi formali, motivo che imporrà un passaggio per verificarne l’effettivo «cambiamento ».

Il Parlamento, nel frattempo, ha continuato ieri sera a discutere e votare le otto mozioni del «piano B» che proponevano «indicativi» piani alternativi a quello della premier May. Tutte le otto mozioni, tra cui figurava anche quella che ammetteva la revoca del divorzio da Bruxelles, sono state bocciate. È stata invece approvata la scontata modifica che ha rimosso la data iniziale della Brexit del 29 marzo modificandola secondo quanto stabilito al Consiglio Europeo: Brexit il 22 maggio se il Parlamento approverà l’accordo di May oppure il 12 aprile se l’accordo non verrà approvato.

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