domenica 15 aprile 2018
Dall'insurrezione ai raid stranieri. La guerra in Siria entra in una nuova fase, quella dell'internazionalizzazione completa
Un soldato siriano filma le macerie lasciate dai missili Usa dove sorgeva il Centro di Ricerca Scientifica Siriano a Barzeh vicino a Damasco (Ansa)

Un soldato siriano filma le macerie lasciate dai missili Usa dove sorgeva il Centro di Ricerca Scientifica Siriano a Barzeh vicino a Damasco (Ansa)

Con «l’aggressione tripartita» – come è stata definita dal regime siriano riprendendo il nome arabo della Campagna di Suez del 1956 contro l’Egitto di Nasser – la guerra in Siria entra in una nuova fase, quella dell’internazionalizzazione completa. Ed è per questo ancora più «imprevedibile». Il conflitto si era aperto il 15 marzo 2011 sotto forma di un movimento di protesta contro la dittatura del clan Assad, scoppiato sulla scia della Primavera araba che ha interessato varie nazioni del Nordafrica e del Medio Oriente. Alla continua repressione delle manifestazioni reagiscono migliaia di ufficiali e soldati che disertano le proprie unità per unirsi al cosiddetto Esercito libero siriano (Els) fondato, nel luglio dello stesso anno, dal colonnello Riyad al-Assad.

Per tutto il 2012 lealisti e ribelli si contendono le varie regioni del Paese. I primi prendono il controllo di Homs, il cuore della contestazione, ed espugnano Hama, ma la periferia di Damasco è ormai in mano agli insorti. Nel 2013 entrano in scena i primi contingenti stranieri: si tratta degli sciiti libanesi di Hezbollah che dichiarano il proprio sostegno ad Assad, e inviano in Siria migliaia di combattenti, prima nelle aree sul confine con il Libano, poi sempre più lontano. Anche l’Iran scende in campo sostenendo finanziariamente e militarmente il regime tramite l’invio di “consiglieri militari” e membri dei pasdaran, ma anche di «volontari» sciiti afghani e pachistani. È in questo contesto che avviene il primo attacco chimico imputato al regime contro due zone ribelli alle porte di Damasco, avvenuto il 21 agosto 2013, che avrebbe provocato circa 1.400 morti. Il regime smentisce ma l’allora presidente americano Barack Obama minaccia una risposta. Pur ammettendo che sia stata superata la cosiddetta «linea rossa», Obama rinuncia però ad intervenire siglando con la Russia un accordo per smantellare l’arsenale chimico siriano.

Un anno dopo, nel giugno 2014, una nuova fase del conflitto si apre con la proclamazione del Califfato del Daesh, con la città di Raqqa che diventa la sua principale roccaforte in Siria. L’internazionalizzazione si esprime con il flusso di aspiranti jihadisti da oltre cento nazioni del mondo. Il dominio dell’aria è (ma ancora per poco) monopolio del regime che colpisce con bombe tradizionali e con i tristemente noti barili-bomba tutte le aree fuori dal controllo del regime, sia quelle in mano ai qaedisti di al-Nusra (Idlib e Daraa) che quelle in mano ai gruppi di insorti nazionalisti (parte di Aleppo, Homs). Il monopolio finisce quando a settembre una coalizione internazionale a guida Usa lancia i primi attacchi contro il Daesh. Nei corridoi aerei della Siria “passeggiano” i jet americani, ma anche australiani, canadesi, sauditi, giordani, marocchini e turchi. Inizia così una nuova fase che porterà, solo tre anni dopo e con l’aiuto dei curdi, a liberare la quasi totalità dei territori conquistati dai terroristi.

Nel frattempo era iniziata una nuova fase con l’ingresso ufficiale della Russia, il 30 settembre 2015, a sostegno delle truppe di Assad, allora in grande difficoltà. L’aiuto di Mosca darà nuova forza al regime: i ribelli subiranno una battuta d’arresto, perdendo Aleppo Est nel dicembre 2016. Nel dicembre scorso il Vladimir Putin ha annunciato il «ritorno in gloria » dei suoi soldati, ma non lo smantellamento della basi russe in Siria, in particolare la base navale di Tartus e quella aerea di Hmeimim, vicino Latakia. All’atteso banchetto di spartizione della torta siriana non poteva mancare la Turchia, che ha agitato, nel gennaio di quest’anno, il suo “Ramoscello d’ulivo” strappando alle milizie dei curdi lo strategico “cantone” di Afrin.

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