domenica 27 agosto 2017
l 57% dei lavoratori delle fabbriche di mattoni non ha un regolare documento, l’80% vive in casupole senza acqua e l’87% di questi tuguri non è allacciato a una rete fognaria
Quegli schiavi senza nome «incatenati» nelle fornaci

Fuochista di fornace nel Khyber Pakhtunkhwa, remota provincia del Pakistan nord-occidentale. Il fumo nero che sale dei pneumatici e delle ciabatte di risulta o dei cumuli di immondizia, è una maledizione quotidiana da ingoiare, 12 ore al giorno, arrampicandosi su e giù fino allo sfiatatoio della caldaia, attenti a non cadervi dentro con gesto maldestro. Nella casupola a fianco dello stabilimento, nemmeno una presa di corrente o una bombola di gas per riscaldare cibo e dare luce. Per questo Nazar, con i suoi cinque figli, anche loro al lavoro da mattina a sera nella fornace, ha rischiato di ammalarsi per quel fumo nero che entra fin nella stanzetta di mattoni grezzi, oltre che nei polmoni.

Tenere sempre acceso il forno, alla giusta temperatura, perché se i mattoni invece di essiccare si bruciano, è un’altra condanna da scontare: 12 ore al giorno, sei giorni alla settimana, mentre il sorvegliante annota sulla scheda con spietata precisione quanti mattoni sono usciti rovinati. Mille pezzi al giorno valgono 300/350 rupie, pari a due o tre euro di compenso per tutta la famiglia, ma quelli che si devono scartare per vizio di fabbrica, non vengono conteggiati nella diaria di Nazar e famiglia. La sua casupola di nudi mattoni, sembra una prigione, ma è sempre meglio di una galera per chi è un senza nome: Nazar per due volte è stato arrestato perché privo di documenti. Così la fornace diventa un porto franco per sopravvivere appena: spesso schiavi di un debito da restituire, o schiavi semplicemente per tradizione.

Analfabeta e senza conoscenze, Nazar non sa che potrebbe uscire dall’anonimato, avere un nome e grazie alla Computerized national identity card, avere i diritti che la legge riconosce a tutti i cittadini, anche a quelli senza nome o figli di minoranze da sempre sfruttate. Senza nome per lo Stato, senza un documento di riconoscimento: per questo, pur non avendo nessun debito da sanare, Nazar è uno schiavo senza identità. Secondo la National Coalition Against Bonded Labor (La Coalizione nazionale che lotta contro il lavoro in condizioni di costrizione) il 57% dei lavoratori nelle fornaci del Pakistan non ha un regolare documento di identità, l’80% vive in casupole senza acqua corrente e l’87% non è allacciato a una rete fognaria.

Una situazione di indigenza e di assoluta precarietà: il 25% dei lavoratori delle fornaci presta il suo lavoro in base ad accordi verbali, mentre oltre ai mattoni scartati, il proprietario della fornace toglie l’affitto della casupola e, quando c’è, il costo dell’acqua e della luce. Tre euro al giorno, a cui si devono sottrarre le spese. Basta una malattia, una disgrazia, o il matrimonio di una figlia, per indebitarsi: il «peshgi», l’«anticipo» è una somma richiesta al padrone con l’impegno di restituirlo in piccole rate mensili volutamente basse per allungare il tempo di dipendenza. E sempre, grazie alla tabella del sorvegliante e ai costi dell’affitto, il debito invece di diminuire immancabilmente cresce.

Così famiglie intere diventano proprietà del padrone della fornace, che arriva a venderle ad altri imprenditori o a costruire delle prigioni private per chi ha tentato la fuga. Sono gli schiavi del debito, sono i forzati delle fornaci. Difficile, in società arcaiche e contesti così remoti, far applicare la legislazione che pure vieta queste forme di sfruttamento. «La cosa più difficile è identificare quali sono le fornaci in cui è possibile svolgere la nostra attività e questo è possibile solo lavorando molto con le comunità, il consiglio degli anziani e gli stessi proprietari delle fornaci», spiega Maddalena Collo, fino al 2016 capo progetto in Pakistan. Per questo Iscos (Istituto sindacale per la cooperazione allo sviluppo), che dal 1999 opera in Pakistan, organizza ogni anno numerosi corsi, alcuni pure per autorità e imprenditori locali: così si riesce a far breccia in consuetudini secolari. E poi decine di corsi di formazione sindacale e para sindacale, fra personale accuratamente selezionato.

Non mancano risultati tangibili: nel Punjab 60 casi di sfruttamento sono stati discussi in tribunale lo scorso anno; in un centinaio di fornaci sono stati firmati dei contratti di lavoro; più di trecento i figli di lavoratori delle fornaci hanno iniziato ad andare a scuola grazie a Iscos che ha pagato le rette e un kit di materiale scolastico. «Anche Nazar potrebbe sognare di mandare i suoi 5 figli a scuola, ma prima di tutto gli serve una carta d’identità. Nazar, il fuochista schiavo senza nome: nostra responsabilità dargli un cognome».

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