venerdì 7 giugno 2019
«Aveva scelto di non mangiare e bere più». Maffeis (Cei): «Investire davvero in prevenzione e tutela dei minori»
Noa Pothoven

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«Noa aveva scelto di non mangiare e bere più», affermano i genitori di Noa Pothoven in una dichiarazione riportata da De Gelderlander. «Vorremmo sottolineare – precisano – che questa è stata la causa della sua morte». Una dichiarazione in risposta alle polemiche scatenatesi in tutto il mondo.

La 17enne olandese «è morta in nostra presenza domenica scorsa», scrivono i genitori, rammaricandosi «profondamente» che sia stato suggerito che la morte sia avvenuta per eutanasia attiva. Violentata a 11 anni ad una festa di scuola, Noa aveva subito un’altra aggressione sessuale in strada a 14 anni. Un trauma profondissimo che l’aveva portata a soffrire di una forma grave di depressione, all’anoressia e a svariati tentativi di suicidio. Ricoverata per anni in ospedali e comunità, posta anche in coma farmacologico per essere alimentata, domenica la ragazza è morta nella sua casa di Arnhem il 2 giugno.

La famiglia Pothoven ieri ha chiesto il rispetto della sua privacy e del suo dolore: un appello rivolto in particolare ai giornalisti di Inghilterra, Germania, Italia e Stati Uniti, che secondo il quotidiano olandese sono giunti nelle ultime ore ad Arnhem. Noa, afferma in una nota don Ivan Maffeis – responsabile dell’Ufficio Cei per le comunicazioni sociali –, si è lasciata morire «per cercare una via di fuga dalla sofferenza che le toglieva il respiro».

Colpisce, innanzitutto, «il silenzio con cui i media del suo Paese hanno ignorato la notizia: anche questo contribuisce a cancellare esistenze, a soffocarne il grido, a impedire reazioni». La sofferenza di Noa «nasceva dalla violenza» dimostrando le «conseguenze atroci degli abusi» e spinge a investire «in prevenzione e formazione a tutela dei minori».

Il dibattito sui media, conclude don Maffeis rivolgendosi al Parlamento, pur con «sensibilità diverse», ha dato voce «alla responsabilità educativa di noi adulti», interrogando «sulla nostra capacità di trasmettere ragioni di vita e di farci prossimo a chi è nell’abisso del dolore, impedendoci di assecondarne l’istinto di morte».

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