venerdì 17 aprile 2009
Dopo 10 anni, chiusa la guerra a Grozny. Con la revoca del regime speciale abolite le misure legate allo stato di emergenza: coprifuoco e posti di blocco. Rientro per circa 20mila uomini. Ma nelle basi resteranno almeno 60mila soldati. Ed è scontro con la Nato per le esercitazioni militari in Georgia: «Sono un'ingerenza».
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La Cecenia è tornata un Paese apparentemente normale dalla mezzanotte di ieri, quando Mosca ha revocato il regime di alta sicurezza antiterrorismo in vigore negli ultimi dieci anni, che dovrebbe portare al ritiro di 20 mila uomini. Una decisione per certi versi storica, che segna la fine di un conflitto iniziato nel 1994 e costato due guerre, decine di migliaia di vittime e profughi, una lunga stagione di abusi e una striscia di attentati clamorosi, come quello del teatro Duvrovka e della scuola di Beslan.Mosca può ora vantarsi di aver raggiunto il suo obiettivo di normalizzare la situazione, anche se l'emergenza terrorismo sta riesplodendo nelle confinanti repubbliche caucasiche del Daghestan e dell'Inguscezia. Ma il vero vincitore alla fine appare il trentatreenne presidente ceceno Ramzan Kadyrov, l'ex guerrigliero indipendentista filoislamico imposto dall'allora presidente Vladimir Putin come uomo forte del Paese per garantire la stabilizzazione, sulla base di un patto che prevede lealtà in cambio di una ampia autonomia di gestione. La democrazia, insomma, è rimasta un optional. Non è un caso che Kadyrov sia stato il primo a felicitarsi per una decisione che certifica come la Cecenia sia diventata un Paese pacifico, invitando gli imprenditori ad investire e i giornalisti a girare liberamente. Le autorità hanno già chiesto che l'aeroporto di Grozny diventi scalo internazionale. Per ora non è stato precisato se saranno abolite anche tutte le altre misure connesse con lo stato di guerra, come il coprifuoco, i posti di blocco sulle strade, le perquisizioni. Era stato il presidente russo, Dmitri Medvedev, il 27 marzo scorso, a disporre la revoca del regime speciale antiterrorismo in Cecenia, che comporterà il ritiro di circa 20 mila soldati russi, anche se ne resteranno 30 mila dislocati su base permanente. L'annuncio è stato dato ufficialmente oggi dal capo del comitato nazionale antiterroristico, Aleksandr Bortnikov, che è anche il direttore dei servizi segreti russi (Fsb). Con questa mossa, Medvedev volta una pagina che aveva danneggiato l'immagine della Russia e rafforza la propria immagine di leader nuovo e pragmatico, sulla scia delle ultime aperture in tema di democrazia, opposizione, ong, giustizia. Un'immagine che gli consentirà di rilanciare meglio le relazioni con gli Usa, in vista del primo summit con il presidente americano Barack Obama in luglio a Mosca.La polemica con la Nato. Nello stesso tempo si apre una nuova polemica con la Nato per i piani dell’Alleanza che prevedono (fin dalla primavera dello scorso anno) un’esercitazione in Georgia dal 6 all’11 maggio. Le manovre, denominate «Longbow/Cooperative Lancer 09», si svolgeranno a circa 20 chilometri da Tbilisi nel quadro del programma Partnership for Peace. Parteciperanno 19 Paesi, ma non l’Italia, a giudicare dall’elenco pubblicato dall’Itar-Tass. Si tratterà, secondo un comunicato della Nato, di esercitazioni a livello di stato maggiore, con l’impiego di 1.300 militari. La decisione della Nato ha provocato l’irritata reazione di Mosca. Il ministro degli esteri russo Sergej Lavrov, ha affermato che le esercitazioni Nato in Georgia «non favoriranno la stabilizzazione nel Caucaso». Egli ha quindi auspicato che «i Paesi della Nato siano in grado di evitare passi che possano dare a Tbilisi la sensazione di impunità e di poter fare ciò che vuole». L’Alleanza, secondo Lavrov, dovrebbe «trarre le giuste conclusioni dalla guerra russo-georgiana (dell’agosto 2008, ndr) e capire che è pericoloso armare la Georgia».Più duro il giudizio di Dmitrij Rogozin, rappresentante russo presso la Nato. Egli ha definito le manovre «una provocazione» e ha chiesto che siano «rinviate o cancellate». Rogozin ha richiamato l’attenzione sul fatto che «la cooperazione militare fra la Russia e la Nato non è stata riattivata dopo la guerra d’agosto», e quindi «qualsiasi movimento di natura militare, anche della Nato, ai confini della Russia è fonte di legittima preoccupazione». Mosca, perciò considera la possibilità di «sanzionare gli Stati che continuano a militarizzare la Georgia e rifornirla di armi pesanti». Il calvario della Cecenia. La Non saranno comunque dimenticate presto le due guerre contro Grozny, costate circa 100 mila morti ceceni (il 10% della popolazione) e diverse migliaia di vittime russe. Il primo conflitto contro l'indipendenza cecena, proclamata nel 1991 dal presidente Giohkar Dudaiev, fu scatenato nel 1994 dall'allora presidente Boris Ieltsin e si concluse nel 1996 con un accordo che lasciò a tale repubblica una indipendenza di fatto. Ma dopo una ondata di attentati in Russia attribuiti al movimento indipendentista, e un attacco contro la repubblica del Daghestan, nel 1999 l'allora premier Vladimir Putin lanciò un' operazione antiterrorismo che contribuì alla sua popolarità ma che suscitò nel mondo intero una nuova indignazione: la seconda guerra russo-cecena diventò teatro di sequestri, torture, arresti arbitrari, massacri. Abusi denunciati con forza da Anna Politkovskaia, la giornalista di Novaia Gazeta uccisa a Mosca nel 2006, e per i quali Mosca è stata ripetutamente condannata dalla Corte europea dei diritti dell'uomo. Se i combattimenti su larga scala si sono conclusi nel 2002, e nel 2003 la Cecenia ha visto trionfare i sì al referendum sulla sua appartenenza "inalienabile" alla Russia, la guerriglia cecena ha continuato la sua battaglia con una serie di attentati drammatici: come la presa di ostaggi al teatro Duvrovka di Mosca (130 morti nel 2003) e alla scuola di Beslan, in Ossezia del nord (334 morti nel 2005). Tutti i principali capi guerriglieri, tuttavia, sono stati eliminati, alcuni in circostanze ancor oggi poco chiare: da Dudaiev, ucciso da un missile teleguidato 'miratò contro il suo telefono cellulare, ad Askal Maskhadov, da Samil Basaiev fino a Sulim Iamadaiev, freddato a fine marzo a Dubai. Forse la fine del regime antiterrorismo è legato anche a questa morte: Iamadaiev era rimasto l'ultimo nemico irriducibile di Kadyrov.
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