Diritti umani. Amnesty: sui diritti umani passi indietro


mercoledì 24 febbraio 2016
Bilancio negativo per il 2015: conflitti in crescita, indifferenza verso i profughi e civili coinvolti nelle guerre.
Amnesty: sui diritti umani passi indietro
​"Il 2015 non è stato un buon anno per i diritti umani. È stato un anno oscuro, uno di quei rari anni in cui non registriamo passi in avanti. Anzi, registriamo molti arretramenti": è preoccupante il "Rapporto 2015-2016, La situazione dei diritti umani nel mondo", presentato a Roma da Amnesty international, e così introdotto dal suo direttore generale per la sezione Italia, Gianni Rufini. Nel 2015 si è registrata, "una crescita dei conflitti, delle crisi umanitarie, dei crimini di guerra e contro l'umanità". E allo stesso tempo, "c'è una generale indifferenza nei confronti del destino dei milioni civili nei conflitti. C'è indifferenza nei confronti di coloro che fuggono dai conflitti e si ritrovano davanti ad un filo spinato, magari nel cuore dell'Europa".    Nel suo rapporto annuale, Amnesty analizza la situazione dei diritti umani in 160 Paesi, notando tra l'altro che 30 Paesi hanno rimandato illegalmente rifugiati verso Paesi in cui sarebbero stati in pericolo, o che in 19 Paesi sono stati commessi crimini di guerra o altre violazioni delle "leggi di guerra". E 156 difensori dei diritti umani sono morti durante la detenzione o uccisi, mentre 61 in Paesi i governi hanno messo in carcere prigionieri di coscienza, ossia persone che avevano solamente esercitato i loro diritti e le loro libertà.    E si analizza la situazione anche nel dettaglio, Paese per Paese. Con ad esempio l'Arabia Saudita dove si verificata una "brutale repressione contro chi aveva osato chiedere riforme o criticare le autorità", e anche "crimini di guerra nella campagna di bombardamenti in Yemen". Oppure in Cina, dove c'è un "aumento della repressione contro i difensori dei diritti umani e l'adozione di leggi indiscriminate in nome della sicurezza nazionale". O ancora in Egitto, dove ci sono stati "migliaia di arresti, anche nei confronti di chi aveva espresso critiche in modo pacifico, nell'ambito della repressione in nome della sicurezza nazionale e la prolungata detenzione di centinaia di persone, senza accusa né processo e centinaia di condanne a morte". E in Israele, dove c'è stato il "mantenimento del blocco militare nei confronti di Gaza e conseguente punizione collettiva ai danni di 1,8 milioni di abitanti; il mancato rispetto, così come da parte della Palestina, della richiesta Onu di condurre serie indagini sui crimini di guerra commessi nel conflitto di Gaza del 2014". E ancora in Russia, dove si fa uso "repressivo di leggi sulla sicurezza nazionale e contro l'estremismo dai contenuti vaghi" con una "azione coordinata per ridurre al silenzio la società civile" e si verifica il "vergognoso rifiuto di riconoscere le vittime civili degli attacchi in Siria e mosse spietate per fermare l'azione del Consiglio di sicurezza sulla Siria". E anche gli Stati Uniti, il cui "centro di detenzione di Guantanamo - esempio delle gravi conseguenze della "guerra al terrore" - è ancora aperto". Ce n'è anche per l'Italia, dove "ha destato preoccupazione l'implementazione di un sistema comunitario concordato per controllare gli arrivi, il cosiddetto 'approccio hotspot'. È perdurata la discriminazione contro i rom" e non è stato "introdotto il reato di tortura nella legislazione" né è stato garantito "il riconoscimento giuridico delle coppie formate da persone dello stesso sesso". E allora, per mostrare che la lotta alle ingiustizie non è finita, Amnesty lancia un appello e lo fa con uno spot in cui è testimonial Roberto Saviano, sulle note di "Herès to you", la celebre ballata di Ennio Morricone interpretata da Joan Baez che negli anni 70 fece da colonna sonora al film di Giuliano Montaldo su Sacco e Vanzetti. "Tornare a cantare Herès to you - afferma lo scrittore di Gomorra - significa mostrare che la lotta alle ingiustizie non è finita, per tutti i Sacco e Vanzetti del mondo, per tutti gli uomini e le donne perseguitati, torturati, imprigionati per quello che dicono e per quello che pensano".
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