Verso i Giochi, Stefania Belmondo: «La gioia di un nuovo inizio»
A Torino 2006 accese il tripode, oggi è tedofora a Milano-Cortina 2026: «La mia carriera poteva durare di più ma ho scelto di diventare mamma e ne sono felice»

Vent’anni fa per i Giochi olimpici invernali di Torino ebbe l’onore di accendere il tripode dentro lo stadio Olimpico, lo scorso novembre è stata invece scelta come prima tedofora italiana di Milano-Cortina, all’esterno del museo archeologico di Olimpia. Omega nel 2006, Alfa nel 2026. All’epoca ultima staffettista, adesso quella iniziale. Stefania Belmondo ha unito idealmente le due edizioni italiane della rassegna invernale della neve e del ghiaccio, fingendo da principio e fine di uno dei momenti più iconici: la staffetta del fuoco. «Ci tengo a ringraziare – attacca la campionessa piemontese – il presidente del Coni che mi ha scelto come prima tedofora, un ruolo che mi fatto immenso piacere ricoprire. Oltre alla mia presenza sono stata felicissima di condividere l’emozione con un altro carabiniere come Armin Zoeggeler. Adesso tutti i giorni lavoro in caserma o faccio sorveglianza sulle piste, quindi la mia vita attuale, da quando il gruppo della Forestale è confluito nell’Arma, è quella da carabiniera». Cappellino e guanti di lana, divisa con il logo di Milano-Cortina («Mi è sembrata un po’ più bianca rispetto a quella di Torino»), con passo felpato Belmondo ha condotto il sacro fuoco insieme al canottiere ellenico Petros Ghaidatzis («È stata una bella conoscenza, mi ha raccontato di come lo avessero chiamato all’ultimo per sostituire lo sciatore AJ Ginnis che si era infortunato») fino al monumento intitolato a Pierre De Coubertin, «colui che ha reso possibile il massimo spettacolo sportivo». Ripensandoci a mente fredda «mi è sembrato di essere ritornata agli anni in cui gareggiavo. Nell’ultimo decennio, per un motivo o per un altro, mi ero allontanata da questo mondo, che ha rappresentato tutto per me. Adesso grazie a Milano-Cortina mi sento nuovamente a bordo».
Il suo ruolo durante la rassegna di febbraio sarà il medesimo di Torino, ossia quello di commentatrice tecnica per la Rai. Con una differenza però. Nel 2006 era in cabina a Pragelato accanto al telecronista Franco Bragagna (andato in pensione il 1° gennaio), a febbraio invece niente trasferta in Valle di Fiemme, ma ospite fissa nel salotto milanese di Raisport. «Prenderò parte alla trasmissione serale intitolata Notti olimpiche e li parlerò di sci di fondo, lo sport che mi ha forgiato come atleta e come donna». Nata nel 1969 a Vinadio e cresciuta a Pontebernardo, l’ex azzurra dello sci di fondo era soprannominata lo scricciolo per via della sua corporatura esile: 158 centimetri di altezza per 45 chili di peso. Cinque edizioni dei Giochi olimpici all’attivo, da Calgary 1988 a Salt Lake City 2002, passando per Albertville, Lillehammer e Nagano, con dieci medaglie a cinque cerchi in bacheca, di cui due d’oro artigliate nella 30 chilometri a Les Saisies nel 1992 e nella 15 chilometri a Soldier Hollow dieci anni più tardi. «La gente si ricorda soprattutto della vittoria del 2002, quando riuscii a spuntarla anche con il bastoncino rotto, superando pure la sfortuna. Fu bellissimo concludere la carriera così». La generazione successiva ha potuto sfruttare due edizioni dei Giochi in casa, lei invece non ha avuto il piacere di disputare l’evento clou sulla neve amica: «Non ho rimpianti, perché a Torino, pur non avendo gareggiato, il fatto di avere acceso il braciere dentro lo Stadio Olimpico è stato meraviglioso. E anche per Milano-Cortina l’aver portato la torcia a Olimpia è stato bellissimo, non ci sarebbe potuto essere posto più iconico».
Eppure percorrendo quei 150 metri nell’Elide, Belmondo si è riscoperta atleta nel suo intimo: «Quando ripenso a Stefania Belmondo giovane la vedo atleta, col pettorale attaccato al petto, con quella grinta e determinazione che le hanno consentito di battagliare nel circo bianco e di salire sul podio oltre che ai Giochi, anche ai Mondiali e in coppa del mondo». Nelle rassegne iridate il conto delle medaglie ha fatto 13, mentre la tanto agognata sfera di cristallo è stata solo sfiorata: nel 1999 conquistò i medesimi punti della norvegese Bente Martisen (poi diventata Skari), ma il globo andò alla vichinga per via del maggior numero di vittorie. Ha duellato in casa con Manuela Di Centa e all’estero dapprima contro le sovietiche e poi con le russe, ed è stato un esempio di longevità agonistica: «Acciuffai il primo trionfo in coppa del mondo nel dicembre del 1989 a Salt Lake City in una 15 chilometri in tecnica libera e l’ultimo dei 22 a Oslo il 16 marzo del 2002 in una 30 chilometri in pattinaggio. Ero costante nell’allenamento, stando attenta all’alimentazione, al recupero e ai riposi». Come Alberto Tomba nello sci alpino, anche Stefania Belmondo nel fondo ha salutato il circuito vincendo. «Col senno di poi avrei potuto anche allungare un quadriennio per gareggiare a Torino, ma a quel tempo non avevo nelle gambe altri quattro anni di fatica dopo Salt Lake City. Divenni mamma per due volte nel giro di due anni e poi nella primavera del 2005 provai a rientrare nel giro, ma con i bimbi piccoli era impossibile. Fu una precisa scelta di vita e va bene così. Non mi pento, anzi ne sono ancora felice».
Oggi il figlio maggiore, Matthias, lavora al di fuori dello sport nell’officina del padre, il secondo, Lorenzo, è uno sciatore e sta facendo il corso per diventare maestro. «Sono felice che non siano diventati dei fondisti. Insieme guardiamo tutti gli sport in tv e ci divertiamo tantissimo soprattutto quando si tratta di vedere i gran premi di MotoGp, dove ognuno tifa per un pilota diverso». Nel tempo libero si diletta ad andare in biciletta («A volte mi sembra di gareggiare anche se non indosso il pettorale. Ora lo sforzo fisico è puro divertimento, ma mi manca il confronto con l’avversaria. Mi è sempre piaciuto gareggiare, la sfida con le rivali mi esaltava»), e pensando ai Giochi che verranno l’auspicio è che nello sci di fondo ci siano gare avvincenti: «Tiferò ovviamente per gli atleti italiani, ma non voglio fare pronostici. Sono però sicura che saranno belle gare e avremo buoni risultati. Siccome sono tifosa, concedetemi un appello: ragazzi non mollate mai perché tutta l’Italia è con voi».
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