L'Europa di Sassoli, l'Europa che verrà e perché subisce attacchi

A quattro anni dalla morte del giornalista, l'Unione è rimasta un modello politico ed economico basato sull’apertura e sul rispetto della legge, anziché sulla chiusura e sulla forza. E proprio per questo viene messa in critica: perché rappresenta un’idea alternativa di società
January 11, 2026
L'Europa di Sassoli, l'Europa che verrà e perché subisce attacchi
La bandiera della Unione Europea /Siciliani
Sono passati quattro anni dalla morte di David Sassoli. Qualche giorno prima di quell’11 gennaio 2022, ci aveva lasciato le sue ultime parole: «La speranza siamo noi …». Era la speranza di un’Europa che non si lasciasse vincere dalla paura, con il rischio di tornare sui propri passi, ma che ritrovasse il coraggio di andare avanti. Sassoli era ben consapevole che l’Europa è “un cantiere che non smette mai di operare… una cattedrale la cui officina richiede l’impegno di successive generazioni”. E riconosceva l’importanza di una politica paziente dove ogni passo è provvisorio e ogni traguardo è solo un’approssimazione temporanea nel costante divenire del nostro mondo. Che fine ha fatto quel cammino? Che ne è stato di quella speranza e di quella politica?
Nei pochi anni che ci dividono da quelle parole, l’Europa è rimasta ancora un modello politico ed economico basato sull’apertura e sul rispetto della legge, anziché sulla chiusura e sulla forza. E proprio per questo sta subendo attacchi continui. L’Europa è diventata un problema, perché rappresenta un’idea alternativa di società rispetto a quanto emerge in altri continenti. Un’idea imperfetta, certo, ma ancora capace di tenere insieme libertà e solidarietà, crescita e tutele sociali, diritti e responsabilità. Con l’ostinazione di dimostrare ogni giorno che si può vivere in una comunità politica che non misura il suo valore solo in base alla forza.
Siamo l’Europa: un modello spesso lento e faticoso, ma capace – nonostante tutti i suoi limiti – di produrre civiltà concreta, come dimostrano i sistemi di welfare, le scuole pubbliche, la sanità universale, le reti di protezione sociale che continuano, pur tra mille difficoltà, a non lasciare indietro chi resta ai margini. È questo quello che siamo. Anche se, forse, ci siamo dimenticati perché lo siamo. L’Europa non è un caso, né – come ci ricordava ancora Sassoli – un incidente della storia, ma una scelta: «Siamo i figli e i nipoti di coloro che hanno trovato l’antidoto alla malattia del nazionalismo che ha avvelenato la nostra storia». Una scelta fatta per assicurare libertà, pace, progresso e giustizia sociale a milioni di persone appartenenti a culture, lingue e memorie diverse. Una scelta compiuta da chi sapeva che il Vecchio Continente aveva conosciuto secoli di guerre interne generate dall’illusione che ciascuno possa salvarsi da solo. Una scelta di chi aveva visto l’Europa ridursi in cenere per colpa dei nazionalismi. Una scelta faticosa, che richiede pazienza e metodo, ma che ha permesso al nostro continente di attraversare crisi profonde senza rinnegare i propri principi.
Forse ci sarà sempre qualcuno pronto a evocare il declino europeo e Trump continuerà a dipingerci come un “Occidente senza futuro”. Ma la risposta non è reagire alle provocazioni: è decidere chi vogliamo essere. Oggi l’Europa è strutturalmente dipendente da infrastrutture essenziali che non controlla, da filiere che si collocano fuori dal suo spazio politico, da piattaforme tecnologiche e informative che non rispondono ai suoi principi costituzionali. Dipendente sul piano energetico, tecnologico, produttivo, industriale. È da questa dipendenza che nasce la sua fragilità, non dalle sue discussioni interne, che sono il segno fisiologico di una democrazia viva. Come possiamo parlare di sovranità europea se per ogni infrastruttura decisiva, dal cloud ai semiconduttori, dall’intelligenza artificiale alle reti energetiche, dai software di base ai sistemi di informazione, dipendiamo quasi integralmente da Paesi che non condividono il nostro modello democratico? Non è una questione ideologica, ma concreta, perché riguarda la sicurezza dei dati, la continuità dei servizi, la possibilità stessa di esercitare diritti fondamentali.
Sassoli aveva ben chiaro che questo nodo non si scioglie con la retorica, ma con le scelte. Oggi ci troviamo davanti a un passaggio in cui non è più sufficiente esistere, e nemmeno semplicemente resistere, ma diventa necessario scegliere e assumersi fino in fondo la responsabilità della propria autonomia. Anche di fronte a quanto sta accadendo in Venezuela – che mette in discussione l’idea stessa di ordine internazionale che abbiamo contribuito a costruire – l’Europa appare spettatrice di dinamiche che si svolgono altrove. Incapace, come gli Stati che la compongono, di esercitare alcun peso. Ed è proprio questa mancanza di peso collettivo il vero problema da affrontare.
Ma in un contesto globale che è cambiato, non possiamo più affidarci all’idea che altri garantiscano automaticamente l’equilibrio in cui viviamo. È qui che diventa urgente un salto in avanti europeo, perché non possiamo più permetterci l’equivoco secondo cui la democrazia si difenderebbe da sola. Ciò che è in gioco non è un generico insieme di valori, ma un modello sociale preciso che ha dato forma alle democrazie europee moderne, trasformando i sudditi in cittadini e il potere in responsabilità. Da questa consapevolezza discendono scelte che non possono più essere rinviate: costruire una capacità di difesa europea autonoma, perché senza sicurezza non c’è politica estera; sviluppare una vera autonomia strategica non solo in campo energetico, ma anche sulle infrastrutture digitali, che oggi sono essenziali per la vita democratica quanto l’energia lo è per l’economia; avviare una politica industriale e di sviluppo fondata su un grande negoziato tra i principali Paesi, capace di distribuire responsabilità e benefici di una nuova stagione di crescita continentale; e superare l’alibi dei veti, utilizzando le cooperazioni rafforzate per evitare che l’unanimità continui a trasformarsi in paralisi. L’immobilismo non è prudenza, ma rinuncia, e quando l’Europa rinuncia, arretrano insieme sicurezza, uguaglianza e democrazia.
Ecco, nell’anniversario della sua scomparsa non possiamo non ricordare il monito di Sassoli: «Se allentassimo la soglia di attenzione non saremmo più in grado di sostenere che la democrazia è il sistema che meglio accompagna il desiderio di libertà, giustizia e benessere delle persone, non avremmo possibilità di proteggerci dalle ingerenze dei regimi autoritari, di far valere la nostra identità nelle relazioni internazionali». Nel ricordare David Sassoli non ci si può fermare alla sua commemorazione, ma assumerci fino in fondo il compito che ci ha lasciato: rendere l’Europa autonoma per restare fedele a sé stessa, capace di difendere il proprio modello sociale e la propria idea di libertà.

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