Ambrogio Beccaria: «Il mio mare selvaggio tra vento e balene»
«Navigare in solitario significa viaggiare dentro di sé, avere il coraggio di andare a fondo, senza raccontarsi più bugie. L’oceano oggi è la mia vita: lo adoro, ma è un luogo senza giustizia»

Aveva dieci anni quando chiese di andare alla scuola di vela a La Maddalena, in Sardegna, che aveva già frequentato sua sorella più grande. «Non accettavano bambini così piccoli, ma tormentai mia madre fino a che lei li convinse a prendermi. Su quella spiaggia ho capito che la mia vita avrebbe dovuto essere un’eterna estate, un infinito mare da lì all’oceano...».
Il suo libro Mare Selvaggio. Storie di vita e di vela (Mondadori, pagine 156, euro 18,50), scritto con Matteo Caccia, termina così. Ma, come quasi tutti i grandi finali, è l’indizio di un inizio. Lui si chiama Ambrogio Beccaria, 34 anni, milanese come più non si può nel nome e nel cognome, ma cittadino del vento con base sulle coste della Bretagna. E la sua è una bella storia. Di mare, di vela, di passione e di vittorie, e anche di solitudine. Quella che quando è una scelta, diventa libertà, scoperta, conquista.
La scuola, gli anni da marinaio sulle barche degli altri, le prime regate d’altura, poi il primo Laser di seconda mano, acquistato con i soldi dei genitori e in società con due amici. Con loro rimise a nuovo quello scafo in tempo per vincere un Campionato Italiano e arrivare terzo all’Europeo. Ma il bisogno di adrenalina aumenta, Beccaria è un competitivo: partecipare non gli basta più. «Non parto per provarci – spiega -. Parto sempre per vincere. Ma ogni volta che salgo a bordo scopro qualcosa che posso fare meglio. E ogni volta che scendo, mi viene in mente un dubbio nuovo. Ma è esattamente quello che voglio: dubitare. Perchè quando dubiti, migliori...».
Siamo nell’autunno del 2013, la Mini Transat, leggendaria regata oceanica in solitario, è partita da poco e Ian Lipinski fa naufragio al largo del Portogallo dopo una grave avaria. Lo skipper sta bene ma la barca è messa male. Ambrogio ci pensa, poi fa il grande passo: parte per il Portogallo, va a parlare con Ian e compra quella barca che è quasi un relitto. «Era rimasta semiaffondata al porto di Cascais. Nessuno la voleva più. Quando arrivo, nemmeno riesco a trovarla: è piccola, bassa, galleggia a metà, nascosta dietro un’altra barca. Quando la vedo, realizzo di essere pazzo: l’albero è spezzato in tre, un disastro. Ma la attacco al gancio di traino della mia auto e la porto in Italia. Nello sport, per arrivare da qualche parte, devi partire. E io, quella barca, dopo un anno di lavoro l’ho rimessa in mare. E sono partito...».
Inizia così una straordinaria sequenza di risultati internazionali. Prima e dopo, l’Università e la laurea in ingegneria navale, a La Spezia. «Un posto strano. Vive di mare, ma il legame non è turistico, non è fatto di passeggiate e gelati sulla spiaggia. A La Spezia il mare è lavoro, è acciaio, resina, gomiti sporchi di grasso. E a me questo affascina. Là ho respirato l’aria del porto come se bastasse, da sola, a trasformarmi in marinaio. Quando mi chiedono se essere ingegnere navale mi aiuta a navigare, dico di sì. In realtà però il metodo scientifico che uso quando progetto una regata non arriva da lì. Arriva dal Severi, il mio liceo di Milano. Il resto l’ho imparato da solo, in mare. Dove ho capito che le barche sono prima di tutto fatica...».
Nel 2017 Beccaria disputa la sua prima Mini Transat, che vincerà due anni dopo, primo italiano nella storia della vela. Dalla Francia ai Caraibi in solitario, su barche di appena 6 metri e mezzo, senza assistenza e con attrezzatura minima: sfida estrema, avventura pura. Ma affrontata con le idee chiarissime: «Cosa significa navigare in solitario? Significa viaggiare dentro se stessi, avere il coraggio di andare a fondo, e di non raccontarsi più bugie. Quando fai qualcosa da solo, sei obbligato a sentire ciò che ti dice il tuo corpo: lo devi ascoltare, non ci sono tabelle, nè calcoli che qualcun altro ha scritto anche per te. Ma stare nel proprio equilibrio è confortevole. Non è solo tenere il timone e regolare le vele. Ma guardarsi nel profondo, trovare risorse che non pensavi di avere, combattere la paura con la logica. Una barca a vela, per quanto sembri semplice, è una delle macchine più complesse mai pensate. È un aereo che galleggia. Vola tra due fluidi, uno sopra e uno sotto. Ha ali in aria e in acqua. Deve assecondare il vento, ma anche le onde. E ogni cambiamento, anche minuscolo, si sente. E fa la differenza».
Ecco, la paura. L’ha citata lui, ma è la domanda che chiunque si fa di fronte a vite del genere, spese a centinaia di chilometri dalla terra, nell’infinito nulla, tra le onde alte e il buio della notte. Cos’è la paura in mare? «È tante cose - spiega Beccaria – e io ci convivo sempre. È uno strumento che mi aiuta a non dimenticare di essere in un elemento ostile. Non è la paura che provi a terra. In mare è una scoperta, è l’accettazione del limite durante una traversata. È una compagna preziosa perché oltre al coraggio e alla sfida agli elementi ti fa com prendere altro dentro te stesso».
Impossibile credere che chi sta in mare da solo, per quindici giorni di fila, dormendo pochi minuti alla volta e combattendo contro tutto, non ceda mai allo sconforto: «Mi capita, certo. Ma anche nei momenti peggiori, cerco una cosa bella. Anche piccola. Un pasto caldo, un angolo asciutto in barca, il mio cuscino preferito. Non è molto. A bordo però tutto conta».
L’incontro impossibile da dimenticare? «Davanti a Capo Finisterre, Oceano Atlantico Settentrionale, che già di per sé è un posto mitico per ogni navigatore perché è l’ultimo baluardo d’Europa continentale, e coincide con la fine della navigazione sotto costa: da lì in poi ti butti in mezzo all’Oceano. All’improvviso, spunta una megattera. Non emerge, salta. A cinque, sei metri dall’acqua. A metà corpo. E si cappotta all’indietro. Enorme. Gigantesca. Non ho il coraggio di fare niente. Mi blocco. Rallento un po’, ma resto congelato. Passo nella turbolenza del suo salto, e lei riemerge cinquanta metri dietro di me. Capisco che il mare mi sta lasciando passare. E non è un modo di dire. È proprio così: il mare decide se lasciarti andare o no. Me la sono tatuata, quella balena, sull’avambraccio. È diventata il mio portafortuna. E ogni volta che ripasso da lì, bacio il tatuaggio e penso ancora a lei».
Con le vittorie e la fama, arrivano gli sponsor. Nel 2022 Ambrogio lancia il suo nuovo progetto, in collaborazione con Pirelli e Mapei, da cui nascerà “Alla Grande Pirelli”, un Class40 di ultima generazione sviluppato interamente in Italia. Sei mesi dopo, a bordo della nuova barca Beccaria partecipa alla storica transatlantica Route du Rhum che conclude al 2º posto della sua classe, unico velista “non francese” sul podio. Nel 2023 vince la CIC Normandy Channel Race, in equipaggio con Kévin Bloch, e la Transat Jacques Vabre nei Class40. Oggi Ambrogio Beccaria è un uomo realizzato, ma incapace di fermarsi. Che cerca il vento come rifugio, e il mare come infinito. Sapendo bene cosa aspettarsi da loro: «Il vento per me è il respiro della terra, uno degli elementi di equilibrio intelligente della natura. L’Oceano invece è un luogo dove non c’è giustizia. Nel senso che si è portati a idealizzare la natura considerandola sempre qualcosa di perfetto e di buono. Ma non è così: il selvaggio a volte è crudele, non ha niente di giusto. Ma spesso è meraviglioso, e ti fa piangere».
Per cosa piange Ambrogio Beccaria quando è in mare? «Mai per una delusione, o per una vittoria. Piango per la felicità di poter guardare una nuvola che cambia forma. Quelle sopra all’Oceano a volte sono enormi e cambiano molto velocemente: le puoi studiare, capire, mi emozionano sempre, come vedere un pesce strano. Vi racconto una cosa straordinaria che ho vissuto. Io non ascolto mai musica in barca. Su un Mini soprattutto, dove navighi con le orecchie e ogni rumore nuovo è un segnale. Un giorno al largo delle Azzorre, la radio si è accesa da sola. La uso per ricevere i bollettini meteo, ma funziona anche come radio normale. All’improvviso becca un segnale da chissà dove, ed esplode una musica portoghese pazzesca. Bellissima. Sembrava che la barca volesse dirmi: «Rilassati, puoi fidarti, va tutto bene...». Mi sono messo a piangere. Poi è arrivata una lampuga. Un mahi-mahi. Stretta, lunga, verde. Si è messa all’ombra della mia barca ed è rimasta lì, mezz’ora. I pescatori le attirano con le foglie di banano, perchè cercano l’ombra, e all’ombra si sentono più sicure. Ecco, io mi sono sentito come quella lampuga. Protetto, in sintonia con tutto…».
Sono esperienze che avvicinano al soprannaturale. Ma lei è credente? «No, ma navigando per giorni in mezzo al nulla senti per forza che esiste qualcosa di spirituale, più in alto di te, di tutto, oltre le onde, il mare e l’orizzonte. Capire esattamente cos’è, ecco quello mi manca…».
Nel 2024 Ambrogio ha vinto la Transat CIC, traversata in solitario da Lorient a New York. E ha chiuso la collaborazione con Pirelli, annunciando l’ingresso nella classe IMOCA 60 con Mapei come sponsor per partecipare alla prossima edizione della Vendée Globe, la regata intorno al mondo in solitario e senza scalo. Ad aprile 2025 è nato il nuovo progetto “Allagrande Mapei Racing” con l’acquisto dell’imbarcazione, ex Vulnerable, del francese Thomas Ruyant. Ora la grande sfida è fissata per il 2028: «Il giro del mondo in solitario per me non era nemmeno un sogno, ora è un progetto serio che mi emoziona molto. So già che sarà la mia ossessione per i prossimi tre anni che mi auguro di vivere sempre con la stessa passione. Quella, quando la tratti bene, ti porta lontano».
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