La grande fuga verso il Burundi: «Nella Repubblica Democratica del Congo non c'è speranza»

di Sara Milanese Musenyi (Rutana)
Nel 2025 più di 200mila persone hanno cercato asilo in quello che l’Onu considera il Paese più povero del mondo. A far deflagrare l’emergenza l’offensiva dei ribelli dell’M23 di inizio dicembre
January 11, 2026
I profughi in coda per il ritiro del cibo nel campo di Musenyi, gestito dall’Unhcr, nel sud del Burundi
I profughi in coda per il ritiro del cibo nel campo di Musenyi, gestito dall’Unhcr, nel sud del Burundi
«Non torneremo più nella Repubblica Democratica del Congo, il conflitto dura da molti anni e non ne vediamo la fine; il nostro paese è ormai demolito dalla guerra». Non tradisce nessuna emozione il tono di voce di Mambolewa, rifugiata congolese del campo dell'Unhcr di Musenyi, nel sud del Burundi. La incontriamo davanti alla sua tenda, mentre lava piatti e pentole con l'acqua di una bacinella. È arrivata qui in febbraio, dopo essere scappata con il marito e i sei figli dalla sua città di origine, Luberizi, pochi giorni prima che i ribelli dell'M23 (movimento 23 marzo) entrassero a Bukavu, capitale della regione del Sud Kivu che si trova 80 chilometri più a nord. «Abbiamo camminato per giorni – racconta –. Ci siamo fermati solo dopo aver oltrepassato il confine». Con la famiglia di Mambolewa sono arrivati migliaia di altri congolesi: in tutto il 2025, più di 200mila persone hanno cercato asilo in quello che l'Onu considera il Paese più povero del mondo. La prima grande ondata dell'anno scorso, 70mila, si è registrata tra gennaio e aprile. Nonostante l'Accordo di pace firmato a Washington tra la Repubblica Democratica del Congo e il Ruanda il 27 giugno (il primo dei tre accordi sponsorizzati dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump), il flusso di arrivi dal confine non si è mai fermato, basti pensare che il numero degli ospiti del campo di Musenyi, uno dei 5 presenti in territorio burundese, è triplicato in pochi mesi e a metà dicembre aveva superato le 22mila presenze.
Non si tratta di un fenomeno nuovo: il conflitto nell'est della Repubblica Democratica del Congo, una delle regioni al mondo più ricca di minerali preziosi, dura da oltre tre decenni, alimentato dal sostegno ruandese all'M23; alcuni dei rifugiati di Musenyi si trovano nel campo anche da 5 anni. Ma a far deflagrare l'emergenza umanitaria è stata l'offensiva dei ribelli di inizio dicembre, con la presa della città congolese di Uvira: secondo un rapporto Onu, in un mese dal poroso confine tra Burundi e la regione del Sud Kivu sono entrati più di 100mila congolesi, soprattutto a piedi, in alcuni casi anche in barca, attraversando il lago Tanganica. I rifugiati vengono subito indirizzati nei “centri di transito” non lontani dal confine, che nelle ultime settimane hanno superato di gran lunga la loro capacità, in alcuni casi di quasi il 200%. In attesa di essere trasferiti nei campi per rifugiati all'interno del paese, migliaia di famiglie aspettano in queste aree, dove le forniture di cibo e medicinali faticano ad arrivare, e dove l'accesso limitato all'acqua e la mancanza di servizi igienici fanno aumentare esponenzialmente il rischio di diffusione di epidemie. Molte delle persone in fuga arrivano ferite e traumatizzate per le violenze viste e subite; stremati da giorni senza cibo i più piccoli e le donne in gravidanza.
Un'altra immagine del campo di Musenyi
Un'altra immagine del campo di Musenyi
«Quasi il 70% dei bambini presenta segni di malnutrizione – ci spiega Silvie Ngawuna, dottoressa della clinica mobile di Musenyi –. Arrivano al campo già in questa condizione, e la sfida per noi è riuscire a individuarli in tempo per iniziare il trattamento di cura prima che sia troppo tardi. I minori più gravi vengono ricoverati in ospedale». Le Nazioni Unite riferiscono di 53 morti tra i rifugiati congolesi nei campi profughi del Burundi, ma secondo la Coalizione per la pace e la coesistenza comunitaria (Cpcc), associazione locale che lavora sul territorio, nelle ultime due settimane i decessi sono stati almeno 105. Sulle cause c'è totale concordanza: la mancanza di assistenza sanitaria, le precarie condizioni abitative, la malnutrizione, e anche il colera. Nel novembre scorso sono scoppiati nuovi focolai di questa malattia, che in Burundi è endemica, proprio sul confine con la Repubblica Democratica del Congo e lungo le rive del lago; quelle stesse aree che oggi sono un passaggio obbligato per i rifugiati. Il nodo principale, però, è la mancanza di fondi: «Non ci sono sufficienti risorse per coprire i bisogni primari come cibo e assistenza medica: oltre al taglio degli aiuti allo sviluppo registrato in tutto il mondo, il Burundi paga il fatto di non ricevere attenzione a livello internazionale», spiega Giampaolo Pastorelli, responsabile Paese dell'Ong WeWorld, attiva qui da trenta anni.
Le principali attività di WeWorld in Burundi sono proprio la lotta alla malnutrizione e l'accesso all'acqua potabile per migliorare le condizione igieniche, due sfide che per questo paese sono ancora in cima alla lista delle priorità. Nei campi profughi queste due esigenze chiedono una risposta ancora più urgente: «Vanno attivati programmi nutrizionali per risolvere i casi più gravi di malnutrizione, con particolare attenzione alla fascia d'età zero-cinque anni – continua Pastorelli –. Migliorare la situazione igienico sanitaria nei campi profughi è prioritario: ci sono dei focolai che hanno già fatto registrare vittime, il quadro è allarmante». Servono almeno 47 milioni di dollari, secondo l'Unhcr, per garantire cibo, acqua, assistenza medica e rifugi per tutti. E servono in fretta, altrimenti, avvertono le agenzie umanitarie, le forniture di aiuti arriveranno con grave ritardo. Le sorti di Uvira intanto, restano incerte: i ribelli avevano annunciato il loro ritiro, ma diverse fonti confermano la loro presenza nei quartieri in periferia, mentre nei dintorni della città si registrano ancora combattimenti. Questa instabilità alimenta il flusso costante di persone in fuga in Burundi. Per molti congolesi è solo l'ennesimo sfollamento: affermano che, non appena le condizioni lo permetteranno, torneranno alle loro case. Mambolewa non sembra pensarla così: «Abbiamo perso le speranze di tornare a casa, ma speriamo di riuscire un giorno di ricostruire qualcosa qui». Di fronte alla prospettiva che l'est del Congo conosca finalmente la pace, le sembra più probabile che a permetterle di ricominciare la sua vita sia un paese povero come il Burundi.

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