Il Medio Oriente in fiamme ci fa capire il valore della pace perduta

Non si può evitare di sottolineare l’imbarbarimento della politica internazionale – e purtroppo anche di quella occidentale – evidenziato da un attacco militare che viola il diritto internazionale
March 3, 2026
Il Medio Oriente in fiamme ci fa capire il valore della pace perduta
Gli attacchi di Israele e Stati Uniti sulle aree chiave e sensibili di Teheran /Fotogramma
Capisci il valore dell’acqua, quando il pozzo di casa si secca, si soleva dire. Capisci il valore della pace, ora che tutto il Medio Oriente è nuovamente in guerra. Un conflitto che la Repubblica islamica dell’Iran, in modo del tutto prevedibile, ha deciso di regionalizzare attaccando le monarchie arabe del Golfo in risposta al bombardamento deciso da Israele e Stati Uniti per eliminare la Guida Suprema, l’anziano ayatollah Ali Khamenei, e insieme a lui le strutture politiche e militari, nella speranza di provocare il collasso del sistema. Speranza che rischia di essere velleitaria, dato che l’Iran, al momento, risponde colpo su colpo. Ma prima di analizzare le dinamiche del conflitto e immaginare i suoi possibili esiti non si può evitare di sottolineare l’imbarbarimento della politica internazionale – e purtroppo anche di quella occidentale – evidenziato da un attacco militare che viola il diritto internazionale: bombardare per eliminare un capo di Stato, quale che fossero le sue colpe, senza alcun mandato Onu, uccidere civili colpevoli solo di essere parenti degli obiettivi che si volevano colpire tradisce tutti i valori che dichiariamo di voler difendere e svilisce tutto quanto fatto dal 1945 in poi per porre limiti all’arbitrio della forza.
Per la seconda volta, Trump attacca l’Iran mentre sono in corso i negoziati: il danno alla reputazione residua di Washington non va sottostimato, perché è difficile immaginare che altri si fideranno delle parole di questa amministrazione. Ma intristisce anche l’atteggiamento europeo – con minime eccezioni – che condanna giustamente l’attacco iraniano alle monarchie arabe del Golfo, ma tace sulla mancanza di legalità delle operazioni israelo-statunitensi. Per di più, l’uccisione di Khamenei non è detto sia un colpo mortale al sistema di potere iraniano (il famigerato Nezam). Anzi: l’anziana Guida – che ha governato per decenni con crudele brutalità sopra una popolazione che per lo più lo detestava – serve ai Pasdaran e alle nuove leve del potere più da morto che da vivo. Ora è un martire da vendicare, mentre da vivo era un freno alla scalata del potere da parte della nuova generazione. L’idea di “tagliare la testa del serpente” per far cadere tutto il Nezam, dimostra quanto poco lo si capisce in Occidente. Perché dopo le sconfitte e i colpi subiti, il sistema di potere islamico sarà anche uno zombie, come è stato detto, ormai al collasso economico e privo di legittimità popolare. Ma come tutti gli zombie nei film hollywoodiani, pericoloso ed estremamente resiliente.
Da tempo a Teheran si erano preparati a questi colpi devastanti che non sono in grado né di intercettare né di prevenire. E quindi hanno risposto con la duplicazione dei centri di comando, con la delega ai sottoposti, con gli automatismi delle risposte dai vari comandi locali. Lo ha dimostrato la velocità della loro reazione, che ha colpito rapidamente l’altra sponda del Golfo. Una mossa cinica e brutale ma efficace: la loro strategia non può essere quella di sperare di sconfiggere militarmente Israele e Usa, bensì quella di massimizzare i danni, allargando il conflitto. Bombardare le basi americane significa obbligare Washington a disperdere le proprie difese aeree e a consumare un gran numero di preziosi missili intercettori. Colpire Dubai e le altre città degli emirati regionali esprime la volontà di combattere fino alla fine: non si colpisce soltanto un simbolo dell’Occidente nel Golfo, ma si provocano tensioni sui mercati finanziari. È bastata la minaccia di bloccare lo stretto di Hormuz, una vena giugulare dell’energia mondiale, per paralizzare il commercio di gas e petrolio, dato che nessun armatore vuole correre rischi e le compagnie di assicurazioni bloccano le necessarie protezioni.
Pensare che il popolo iraniano, già massacrato dal regime a gennaio, scenda in piazza per rovesciare un regime che combatte per la propria sopravvivenza in una lotta senza quartiere, sembra ora prematuro. Certo, la guerra serve a Benjamin Netanyahu anche per rivincere le elezioni: da politico privo di scrupoli e ossessionato dall’iper-potenza militare del suo Paese, sceglie sempre la guerra come suo strumento strategico. Quale siano i ritorni per gli Usa è difficile capirlo. Ma Trump ormai sembra avviluppato nel suo egotismo mutevole e capriccioso. Facile capire invece chi perderà da questa guerra voluta: il popolo iraniano in primis, tutta la regione mediorientale, i civili israeliani nuovamente costretti nei rifugi, quanto resta dell’idea di un diritto internazionale e di un sistema multilaterale che non crede che esista solo la legge del più forte nella giungla delle relazioni internazionali.

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