Le vite sospese sul Ponte Bolívar, a 200 passi dal Venezuela
di Lucia Capuzzi, inviata a Cúcuta (Colombia)
Il nostro reportage da La Parada, sul confine colombiano, racconta la paura del dopo-Maduro: il flusso dei migranti non si arresta, ma sotto la superficie si ridefiniscono equilibri di potere tra bande criminali, guerriglia e apparati statali

«Stiamo tornando in Venezuela, a San António per portare i fiori sulla tomba dei nostri genitori. Lo facciamo ogni sabato da quando ci siamo trasferiti dall’altra parte, dieci anni fa. Ma tu stai attenta perché qui c’è gente cattiva». Con una stretta al braccio, il marito interrompe la frase. «Vuole dire che rubano», taglia corto prima di lasciarsi, in tutta fretta, la Colombia alle spalle. I furti – frequenti – sono, in realtà, il problema minore a La Parada, settore di Villa del Rosario, propaggine sudorientale di Cúcuta. Là si apre il ponte Simón Bolívar, principale anello di congiunzione tra i due Paesi, con il suo via vai di 15mila persone al giorno. La cattura di Nicolás Maduro da parte degli Stati Uniti non ha alterato il flusso. Nell’ultima quindicina d’anni, la passerella sospesa sul fiume Táchira è stata la cartina di tornasole del “terremoto a rallentatore” di Caracas. Le tensioni interne – specie durante le proteste del 2017 e del 2019 – si sono riverberate plasticamente lungo la sua doppia carreggiata, calpestata da milioni di migranti, in marcia per lasciarsi indietro un’economia in dissesto e un governo sempre più repressivo. Bogotà ora temeva una nuova ondata di profughi: per questo ha schierato 30mila militari a presidiare i 2.200 chilometri di confine. Ma, a una settimana esatta dall’atto di forza, dell’Amministrazione Trump, finora non c’è stata. I quattro blindati sono rimasti, però, all’imboccatura del cavalcavia mentre Cúcuta trabocca di soldati. Eppure anche stamattina La Parada si è svegliata con un nodo alla gola. Venerdì un 25enne è stato assassinato. E ieri si vociferava dell’inizio di un regolamento di conti nel dopo-Maduro.
È il tempo della ridefinizione degli equilibri fra i “signori della frontiera”, i gruppi armati che, da un lato all’altro, ne gestiscono transiti e traffici, in parallelo alle autorità ufficiali. La Parada e Villa del Rosario sono territorio del Tren de Aragua, la più nota delle bande criminali venezuelane. «Il suo è un controllo sociale più che territoriale, esercitato soprattutto nei confronti dei connazionali migranti – spiega l’analista Jorge Mantilla -. I business principali sono la tratta di esseri umani per lo sfruttamento sessuale e le estorsioni». La selva di ambulanti che si estende intorno al ponte, con l’offerta chiassosa di schede, cambio, caffè, acqua è il suo “bancomat”. Proprio contro il Tren de Aragua l’anno scorso, si è concentrata l’attenzione di Washington che l’ha incluso nella lista delle organizzazioni terroristiche nell’ansia di colpire Caracas. Negli ultimi tempi, però, lo sguardo della Casa Bianca si è rivolto sull’Ejercito de liberación nacional (Eln), la principale guerriglia colombiana dopo gli Accordi di pace con le Fuerzas armadas revolucionarias de Colombia (Farc) del 2016 e arbitro del confine, dove ha una presenza storica. «Lo utilizzava come retroguardia strategica quando Hugo Chávez ancora gattonava», sottolinea Alejo Vargas, politologo dell’Universidad nacional e attento osservatore del lungo conflitto colombiano. L’avvento della Revolución bolivariana, però, ha offerto nuove opportunità. «Anche se non ci sono prove di un accordo formale, per i governi di Chávez e Maduro, come i fatti dimostrano, combattere la guerriglia non è stata una priorità. La frontiera, dunque, è diventata un “santuario”per l’Eln. I miliziani hanno acquisito un ruolo di primo piano nello sfruttamento di oro e, soprattutto, coltan e terre rare di cui il lato venezuelano del confine è ricco, stabilendo con le forze armate locali – a cui il regime ha garantito il grosso delle concessioni – una convivenza conveniente per entrambi. «Per gli Usa ora l’Eln è il nemico perfetto – aggiunge Mantilla –, contro il quale creare un’alleanza con il chavismo post-Maduro e la Colombia». Il governo di Gustavo Petro ha provato più volte a negoziare la sua “pace totale” senza, però, ottenere risultati per l’intransigenza dei guerriglieri. La telefonata con Trump ha profilato un cambio di strategia.
In attesa di capire da dove – Venezuela, Colombia o Usa – arriverà la minaccia, l’Eln si è reso ancora più invisibile. Ma sul ponte tutti sanno che c’è. È la guerriglia – non il Tren de Aragua che deve pagarle una tassa per agire –, come sempre, a decidere chi e cosa passa – coca, minerali, denaro - dalle “trochas”, i sentieri clandestini tra le due nazioni scavati nell’altipiano pietroso ai piedi della Cordigliera. E a contendersene il dominio – con una guerra feroce - con i rivali dei cosiddetti “dissidenti”, i miliziani delle Farc che hanno rifiutato di lasciare le armi. La tensione è salita ulteriormente negli ultimi giorni e gli episodi di violenza nei confronti di presunte spie si moltiplicano. Il business – legale e illegale –, però, nel frattempo, va avanti in un clima di normalità. Apparente. In realtà i venezuelani, dal governo chavista ai cittadini, continuano la propria routine come sonnambuli mentre cercano di decifrare il futuro imminente. Madre e figlia – che ripetono ossessivamente di non mettere il loro nome: «Non vogliamo problemi, ce n’è già tanti», – trascinano enormi confezioni di uova comprate a Cúcuta per il loro negozio oltrefrontiera, dove i prezzi stanno vertiginosamente salendo in seguito alla svalutazione del bolívar, la moneta locale. Al mercato nero, ce ne vogliono 700mila per un dollaro, quanto lo stipendio minimo. «Non ci credi? Vieni a vedere!». San António è a poco più di duecento passi. Vicina e irraggiungibile per la stampa. «Per poter passare, i giornalisti devono fare richiesta formale al consolato», ripete, come un ritornello, l’agente della Guardia nacional bolivariana, che ha l’occhio allenato a individuare i reporter e sbarrare loro il passo. Caracas ha blindato le porte ai media. E la chiave del visto è una chimera come sa la folla di cronisti che pur sfida la trafila, insieme sovietica e tropicale, per presentare la domanda. «Senza è impossibile», ripete. Inutile replicare. Il viaggio finisce a duecento passi di distanza.
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