Chi prende atto della forza e chi difende il diritto
Il caso-Venezuela ha riproposto la spaccatura tra le due posizioni: la prima ha il vantaggio di essere semplice, rilevando l'efficacia del risultato, la seconda ha lo svantaggio contrario, e va incontro a critiche di inutilità se non di "amicizia con i dittatori". Serve una riflessione su fini e mezzi

Anche di fronte ai fatti del Venezuela, nei commenti che ne sono seguiti si è riprodotta la spaccatura, che conosciamo già da troppo tempo, tra chi proclamandosi “realista” prende atto, accetta, o addirittura elogia il ruolo della forza nello scenario internazionale, e chi rifiutando questa logica sottolinea la violazione delle regole del diritto internazionale, facendo notare che nemmeno un fine auspicabile, come quello della fine di una dittatura, può essere raggiunto in spregio alle regole che garantiscono il mantenimento di rapporti pacifici tra gli Stati.
La prima posizione ha il vantaggio di essere semplice e per così dire “nuda”, nel suo mettere in risalto il ruolo della forza e la capacità di questa di essere efficace: di costituire anzi l’unica risorsa che efficace può esserlo davvero in un contesto internazionale segnato dai rapporti tra potenze, come ripete costantemente anche la nostra presidente del Consiglio Giorgia Meloni. La seconda posizione ha lo svantaggio contrario. Cercando argomenti che possano arginare la forza, in un mondo in cui non sembra esistere altro che la forza, coloro che la sostengono vanno incontro a critiche che oscillano tra l’accusa di difendere qualcosa di “inutile”, come sarebbe oggi il diritto internazionale, e l’accusa ancora peggiore di essere “amici dei dittatori”. Le due critiche spesso convergono, ma tenderei qui a distinguerle per poter avanzare alcune osservazioni, a difesa non solo del diritto internazionale ma anche di un approccio meno ideologico alle sfide di questi tempi tanto problematici.
Cominciamo dalla seconda accusa, per poi arrivare alla prima. Chi impiega l’argomento dell’”alleanza col nemico” tende a giustificare l’azione messa in atto da Donald Trump con l’efficacia e la bontà del risultato. Si sarebbe trattato di un’azione che ha finalmente liberato un Paese dal suo oppressore interno, e avrebbe quindi riportato la libertà dove essa era sistematicamente violata. Dunque, poiché ci sarebbe solo da ammirare e ringraziare colui che ha ordinato e compiuto questo atto di liberazione, chiunque avanzi qualche critica diventa - coscientemente o meno - difensore del dittatore deposto.
La questione, ovviamente, è ben più complessa. Difendere il diritto internazionale non ha nulla a che fare con la difesa o la giustificazione di un regime tirannico. E non perché l’ordinamento interno e quello internazionale siano separati e indipendenti, oppure in nome di un principio assoluto e intangibile di sovranità (né l’una né l’altra di queste affermazioni sono infatti coerentemente difendibili). Ma per un principio più generale. Quando si proclamano e si perseguono fini che hanno una loro plausibilità - come può essere quello di difendere la libertà e la democrazia - con mezzi che palesemente vi contrastano, l’effetto è di inquinare alla radice il percorso che si vuole costruire, condizionando pericolosamente anche i passaggi successivi. Come aveva mostrato Sant’Agostino criticando Roma, ciò che poniamo all’origine si ripercuote poi nel prosieguo della storia e diventa difficile, per non dire impossibile, liberarsene. Un nuovo ordinamento giuridico e politico, costruito sulla base di un violento intervento esterno, rischia di essere perennemente condizionato dalla presenza incombente e ingombrante di quel primo intervento, non solo perché sempre potenzialmente reiterabile (per quanto in forme differenti), ma anche perché inevitabilmente presente nelle dinamiche politiche interne (come già stiamo verificando).
Si tratta, in fin dei conti, di prendere sul serio il rapporto stretto che sempre esiste tra i mezzi e i fini. Agire attraverso la violenza, e in spregio ad ogni regola stabilita - affermare addirittura che si ha un “diritto al golpe”, come pure è stato scritto - non può essere giustificabile in nome dei valori e del fine che si dice di voler perseguire. Viene quindi il sospetto che dietro alla difesa dell’azione compiuta in nome della libertà ci sia altro: e non mi riferisco alle “vere” ragioni dell’Amministrazione americana (ammesse persino dal Presidente Trump), ma alle ragioni di chi le commenta, e che mostra semplicemente di adeguarsi alla legge del più forte, in questo caso più accettabile perché imposta da un Paese considerato nostro amico. Ma come opporsi, allora, in futuro a ciò che molti hanno già paventato, e cioè ad una possibile azione della Cina su Taiwan e della Russia, oltre che sull’Ucraina anche su altri territori che essa ritiene di sua pertinenza? O come opporsi alle pretese americane sulla Groenlandia, se vale il principio dello stato di natura, in base al quale ciascuno ha tanto diritto quanta ha di potenza? Si rischia in altre parole di innescare una spirale infinita di violenze e di atti di forza.
A partire da queste domande possiamo rivolgerci perciò, per rigettarla, alla prima critica, quella di chi accusa di moralismo le posizioni di chi invoca — «inutilmente», va da sé — il rispetto delle regole. Questa critica sa di ideologismo oltre che di una certa mancanza di consapevolezza su come funziona il mondo del diritto. Quel che si dimentica è che il diritto è un meccanismo di regolazione che si basa, prima che sulla forza istituzionalizzata (sanzioni, costrizioni, ecc.), sul riconoscimento della sua validità e sul comportamento conseguente degli attori coinvolti. Se i primi ad affermare che «il diritto internazionale non conta» sono i soggetti che sarebbero chiamati ad attuarlo, non siamo di fronte ad una amara e sconsolata constatazione, ma ci troviamo invece davanti ad un atto di vero e proprio sabotaggio del diritto medesimo, esattamente come lo sarebbe quello di un giudice o di un poliziotto che, all’interno di un qualsiasi ordinamento, si rifiutassero di fare ciò che devono, usando l’argomento che «tanto il diritto non serve a molto, dal momento che la violenza domina la realtà».
Il diritto vive nella lotta, ci ha spiegato Rudolf von Jhering, in quel grande classico che è La lotta per il diritto (1872, da poco ripubblicato a cura di Pasquale Femia e Francesco Mancuso, per l’editore Castelvecchi). E questo vale sempre, anche all’interno degli ordinamenti. Se smettiamo di difenderlo, allora vuol dire che non ci interessa più tutto ciò che esso può garantire. Chi punta il dito contro i difensori del diritto internazionale, anziché nei confronti di chi lo viola, dovrebbe tenerlo a mente. La posta in gioco è davvero molto alta.
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