La rivolta, le minacce degli ayatollah, le vittime: cosa sta succedendo in Iran

Le proteste si estendono da Teheran a tutto il Paese. Il regime risponde con la repressione totale e affida l’ordine ai Guardiani della Rivoluzione. Tra blackout informativo, decine di morti e segnali di destabilizzazione interna, il futuro del Paese appare più incerto che mai
January 10, 2026
Le immagini filtrate attraverso i social mostrano migliaia di persone in marcia lungo Pasdaran Avenue, e Teheran / ANSA
Le immagini filtrate attraverso i social mostrano migliaia di persone in marcia lungo Pasdaran Avenue, e Teheran / ANSA
L’onda lunga delle proteste in Iran non accenna ad arrestarsi. Le dimostrazioni che da due settimane esatte stanno facendo tremare il regime degli ayatollah hanno raggiunto ogni provincia. Ieri, hanno cominciato a portare in strada anche gli iraniani della diaspora nel mondo. Manifestazioni di sostegno al popolo in rivolta della Repubblica Islamica hanno preso forma anche in Germania, Svezia, Regno Unito, Belgio, Canada, Australia, Nuova Zelanda e Giappone. Diverse manifestazioni sono state registrate anche negli Stati Uniti. È da Washington che, venerdì sera, è rimbalzato l’appello agli iraniani di Reza Pahlavi, il figlio dell’ultimo scià di Persia in esilio Oltreoceano: «Invito i lavoratori e gli impiegati dei settori chiave dell’economia, in particolare dei trasporti, del petrolio, del gas e dell’energia – ha incitato in un video messaggio – a indire uno sciopero nazionale». «Chiedo inoltre di scendere in piazza sabato e domenica, alle 18.00, con bandiere, immagini e simboli della nazione e di occupare gli spazi pubblici – ha aggiunto –. Il nostro obiettivo non è più solo uscire allo scoperto, ma prepararci a occupare e difendere le nostre città». La chiamata a non mollare, unita all’esortazione a fare scorta di provviste, si è conclusa con una dichiarazione scandita con i toni della promessa: «Mi preparo a tornare in patria e a essere di nuovo con voi. Credo che quel giorno sia molto vicino».
Il grido “lunga vita allo scià” è uno dei tanti che hanno animato le proteste degli ultimi 15 giorni. Martedì, Pahlavi parteciperà a un evento pubblico a Mar-a-Lago, in Florida, ma non è detto che incontrerà il presidente Donald Trump. Segno che non gode, per lo meno non ancora, dell’appoggio Usa per tornare a Teheran.  Molti, tra gli addetti ai lavori, sostengono che la fine del regime degli ayatollah in Iran è vicina. L’intelligence israeliana, così ha spiegato a Channel 12 un alto funzionario, ha rilevato «segnali concreti» di destabilizzazione del regime ma è ancora preso per dire che l’era degli ayatollah è al tramonto. Trump, questa è la ricostruzione del Guardian, starebbe valutando un accordo con una fazione dissidente all’interno del governo, agitato dalla guerra interna per la successione ad Ali Khamenei, 86 anni, l’attuale guida suprema, per dare al regime una spallata.
I moti nati a Capodanno nel Gran Bazar di Teheran, questo è certo, hanno portato la tensione alle stelle. Mercoledì scorso, a Qaemyeh, nella provincia di Fars, hanno portato all’abbattimento, altamente simbolico, della statua di Qasem Soleimani, una delle figure più potenti del Paese, ucciso in un attacco aereo statunitense nel 2020 su ordine di Trump. Khamenei, ieri, ha portato l’allerta sicurezza al livello più elevato rispetto a quello in cui si trovava, a giugno, durante la guerra con Israele. Nel timore di defezioni da parte della polizia e dell’esercito, ha inoltre ordinato ai Guardiani della Rivoluzione di assumere il controllo della repressione. L’ordine impartito dal procuratore generale Mohammad Movahedi Azad è tolleranza zero: tutti i manifestanti saranno considerati «nemici di Dio», “mohareb”, e per questo punibili con la pena di morte.  Di sangue, in strada, già ce n’è. Secondo la Human Rights Activists News Agency il numero delle vittime (solo quelle identificate) è salito a 65. La maggior parte dei morti è stata segnalata fuori Teheran, nelle province di Chaharmahal e Bakhtiari, Ilam, Kermanshah e Fars. Gli arresti sarebbero invece 2.311.
I numeri non ufficiali raccontano di una strage molto più grave. Un medico di Teheran intervistato dal Times ha riferito di aver contato in sei ospedali della capitale almeno 217 morti, in prevalenza giovani. Molti erano i manifestanti su cui la polizia a nord di Teheran ha sparato con le mitragliatrici. La gran parte dei corpi, così ha riferito, è stata fatta sparire dalle autorità. L’oscurità è la cifra di questa crisi. Durante le proteste del 2022, il sistema satellitare Starlink continuò a supportare l’accesso a internet dei manifestanti. Oggi, gli unici account che riescono a collegati alla rete, quindi al mondo, sono quelli governativi. Venerdì, Khameni ha “twittato” dodici volte per attaccare gli Stati Uniti: «I loro calcoli su di noi sono sbagliati», «Non ci conoscono», «Falliranno anche adesso». Gli iraniani, dunque, non sanno che, ieri, seppure per qualche minuto, dal balcone dell’ambasciata di Therean a Londra è sparita la bandiera della Repubblica Islamica: un manifestante l’ha sostituita con il tricolore con il sole e il leone della monarchia.

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