Cattolicesimo italiano ed economia, una storia di “cose nuove”

La nuova serie che inizia con questo articolo è una esplorazione dell’intreccio tra economia e cattolicesimo nell’Italia contemporanea, dalla metà dell’800 a tutto il XX secolo. Un cammino non facile passato per il confronto con diverse dottrine di pensiero, e maturato nella Dottrina sociale della Chiesa
January 11, 2026
Cattolicesimo italiano ed economia, una storia di “cose nuove”
Papa Leone XIII, autore nel 1891 dell'enciclica "Rerum novarum"
Ci sono state stagioni della civiltà europea quando l’amore, il dolore, le esperienze e gli esperimenti dei cristiani hanno generato parole di carne che poi sono diventate encicliche papali, documenti, riviste e libri che hanno universalizzato e generalizzato quell’amore e quel dolore civili. Non avremmo avuto la Rerum novarum (1891) – o sarebbe stata molto più povera e meno influente – senza il movimento cooperativo, le casse rurali, il movimento sindacale, le leghe operaie, le società di mutuo soccorso, l’Opera dei congressi... Certo, sono state importanti anche le idee teologiche di padre Matteo Liberatore o quelle socio-economiche del giovane professore Giuseppe Toniolo, ma prima sono stati i fatti a vagliare, discernere, selezionare e valorizzare le idee dei teologi, dei filosofi, degli economisti e poi dei Papi. Nel cristianesimo non sono le idee a validare i fatti, ma il contrario. «La realtà è superiore all’idea», non è infatti solo un principio molto caro a papa Francesco: è soprattutto una sintesi del cristianesimo, del suo umanesimo fondato sul Verbo che si fece carne – il Logos non è entrato nella storia diventando una idea, una ideologia o un libro, ma facendosi bambino. Le idee sono vive, vivificanti e capaci di trasformare il mondo solo quando sono carne.
Allora, l’impatto, la qualità e la capacità trasformativa di un documento della Chiesa dipendono molto, quasi interamente, dalla qualità e dalla capacità generativa di imprenditori, di cooperatori, di politici, di cittadini, di studiosi, soprattutto di intere comunità cristiane, che vivono e sperimentano cose nuove nella loro carne, individuale e collettiva. L’inchiostro “simpatico” dei documenti importanti della Chiesa è il sangue dei testimoni e dei martiri. Siamo tutti in attesa della prima enciclica sociale di papa Leone, e siamo ben coscienti che questo documento non potrà creare la realtà: potrà vederla, darle ali, amplificarla, potrà far diventare “non ancora” alcuni piccoli “già”; ma sarà ancora una volta la realtà che la Chiesa, e l’umanità, stanno già vivendo a conferire qualità e impatto alle encicliche di Leone XIV, come fu con la Rerum novarum di Leone XIII. Senza questa “carne” e questa vita, le encicliche sono documenti di carta che non migliorano il mondo economico e sociale.
La serie di articoli che iniziamo oggi è una esplorazione dell’intreccio tra economia e cattolicesimo nell’Italia contemporanea, in particolare durante quel lungo secolo che da metà Ottocento ci ha portato alla fine del XX secolo, passando per il socialismo, il modernismo, le guerre e il fascismo con la sua dottrina economica “corporativista”, di cui pur ci occuperemo. Economia e religione cattolica saranno dunque i due assi di questa riflessione. In qualche articolo prevarrà l’economia, in altri la religione, in tutti ci sarà il dialogo tra le due.
Dire tradizione economica italiana significa dire soprattutto Economia civile, che è il nome che la scienza economica prese dal suo sorgere con Antonio Genovesi a metà Settecento, quando giunse a maturazione una tradizione economico-civile iniziata nel Medioevo con il monachesimo, i mercanti, con i francescani e le loro dottrine sull’usura, i loro Monti di Pietà e Monti frumentari. Con il processo di nascita dello Stato unitario, quell’antica tradizione di pensiero italiano (ma anche europeo) conobbe una frattura, e quindi una lunga eclisse. E da lì partiamo.
Fino all’inizio dell’Ottocento la tradizione italiana dell’Economia civile era ancora viva e stimata. Il milanese Pietro Custodi, tra il 1802 e il 1816 pubblicò la Collezione degli Economisti Classici Italiani in cinquanta volumi, un’opera fondamentale per la diffusione del pensiero economico italiano nelle nuove università e tra i nuovi uomini politici. Ma quando nel 1850, per iniziativa di Francesco Ferrara – che era l’economista più influente della sua generazione –, nacque la Biblioteca dell’economista, su 13 volumi complessivi solo uno di questi (il terzo) era dedicato agli economisti italiani. Il clima culturale stava infatti cambiando velocemente e radicalmente. Nella sua Introduzione a quel terzo volume, Ferrara ha belle parole su Genovesi, che, non a caso, colloca come primo autore del volume: «La più antica fra le cattedre di Economia in Italia, e una delle più antiche in Europa, è quella di Napoli, del 1754, del Genovesi». Quindi ci dona anche alcune note biografiche su Genovesi: «Inviso ai monaci e preti delle scuole, l’ignoranza de’ quali serviva di fondo oscuro alla splendida fama di questo prete novatore, che, evitando quanto potesse il latino, appoggiandosi sopra argomenti ribelli alle strette forme del sillogismo, citando autori inglesi e francesi, pronunziando con labbro ugualmente impassibile la verità della Bibbia e il passo dello scrittore eretico, era pur nondimeno frequentato con entusiasmo da un’avida gioventù...: questo era Genovesi» (Vol 3, pp. V-VI). Genovesi, anche su indicazione esplicita dell’Intieri, il finanziatore della cattedra, insegnava infatti in italiano (non in latino), un dato innovativo che non sfuggì a Ferrara: «Secondo l’uso dei tempi, Genovesi cominciò l’indomani a dettare ai giovani le sue lezioni; ed egli stesso racconta essere sembrato una meraviglia il sentire per la prima volta un professore a parlare in italiano dalla sua cattedra», e denunciava «la colpa che hanno gli italiani nel tenere in pochissima stima la loro lingua» (pp. VII-VIII), una colpa che oggi continua e cresce. Fin qui le belle parole su Genovesi e la sua Economia civile.
Nonostante la sua stima personale per Genovesi, per Ferrara però la vera scienza economica è ormai solo quella degli inglesi e dei francesi. Genovesi e gli italiani sono solo pre-istoria, antico regime: «I meriti della prima fondazione dell’economia appartengono a Smith inglese, o a Turgot francese, non a Genovesi» (p. XXXVI). La tradizione italiana, a suo dire, non era stata capace di entrare nella modernità, perché ancora imprigionata da preoccupazioni morali e politiche. L’Economia come scienza autonoma sia dalla morale che dal “principe” l’aveva invece fondata Adam Smith, nella sua Ricchezza delle Nazioni (1776): «L’antica scuola italiana nulla offre che possa raccomandarla alla nostra predilezione... io dividerò il sentimento dell’amor proprio nazionale, ma continuerò a studiare Smith per impararvi l’Economia» (p. XXXV). E così coerentemente conclude: «Se alla Biblioteca dell’economista si fosse assegnato uno scopo men vasto di quel che ebbe, nessuno forse degli autori italiani che ora comprendiamo in questo volume vi sarebbe entrato» (p. LXX). Una tesi molto forte e chiara, che fu decisiva.
La non-modernità di Genovesi si trovava, quindi, nella sua scelta di inquadrare le questioni in una maniera «larga e complessa». Il suo errore sarebbe stato di metodo: non aver guardato alla ricchezza dal «punto di vista astratto ed assoluto, ma sotto quello del benessere generale», o della pubblica felicità. Per Ferrara, invece, Smith fu il vero fondatore della scienza economica moderna, proprio perché abbandonò questa “maniera larga e complessa” per concentrarsi sulle sole variabili economiche - è la nascita dell’homo oeconomicus (più in Ferrara che in Smith): «Il merito di Smith consiste nell’avere prima che altri sentito il bisogno di abbandonare... le formule larghe e complesse». E questo fu «un immenso progresso», fu «il Cogito dell’economia» (p. XL).
Il riferimento agli economisti italiani del Settecento era quindi per Ferrara un tentativo di «ricoprire con le memorie passate la nullità del presente» (p. LXX). La nullità era ovviamente quella del suo presente – metà Ottocento non era certo un tempo di grandi talenti teorici per l’economia italiana –, ma la tentazione di tornare a un nobile passato quando il presente è povero (come il nostro) è sempre attuale. Quindi il monito di Ferrara è importante anche per noi oggi, un invito a non consolarci ricordando i grandi padri nel tempo dei piccoli nipoti.
Francesco Ferrara era un convinto economista liberale e figlio del secolo di Darwin, di Marx e del positivismo, collega, nel metodo, di John S. Mill. Per lui la “vera” scienza economica poteva nascere solo rinunciando all’Intero per studiare il frammento, tralasciando la “pubblica felicità” per concentrarsi sul costo di produzione e sull’utilità del consumatore. Ferrara fu il ponte dove l’economia civile italiana del Settecento dovette passare per arrivare nella seconda metà dell’Ottocento. Un ponte molto stretto, quasi una cruna, che di quella grande eredità classica lasciò passare molto poco, troppo poco perché ne restasse traccia. Dopo questo passaggio l’Economia civile uscì dall’accademia, ma – e qui sta un punto chiave – uscì anche dal pensiero e dall’azione del mondo cattolico, dei suoi economisti e sociologi, dei cooperatori, dei sindacalisti, dei Papi e dei vescovi. A partire infatti dal caposcuola Toniolo, la tradizione cattolica che ispirerà la Rerum novarum e poi la Dottrina sociale non si ricollegherà né a Genovesi né all’Economia civile, ignorati o considerati troppo moderni e lontani da quel neo-tomismo che guiderà molti documenti. Non capiamo la Dottrina sociale della Chiesa tra Otto e Novecento se non teniamo ben presente che questa si sviluppò durante il Non expedit di Pio IX e la polemica modernista di Pio X e i suoi successori fino al Vaticano II. In un clima quindi di chiusura al mondo moderno e alle sue richieste di uno studio scientifico della Bibbia, anche perché provenivano soprattutto dai Paesi protestanti. A questo quadro già complesso si aggiunse la nascita e lo sviluppo del socialismo e del marxismo, che complicò ulteriormente il dialogo con il passato e con il mondo contemporaneo, occupando molte energie dei cattolici, probabilmente troppe.
La scomparsa della tradizione civile italiana anche dal pensiero della Chiesa è una della ragioni del mancato incontro della cattolicità con la modernità e del suo anti-modernismo, che sono ancora un grave problema del mondo cattolico e della sua riflessione sull’economia e sulla società. Quel Genovesi che, per Ferrara, era troppo poco moderno perché affascinato dalle “formule larghe e complesse”, divenne invece troppo moderno e con categorie troppo larghe e complesse per rientrare nel tomismo rimesso da Leone XIII al centro del pensiero della Chiesa. Insieme all’Economia civile restarono fuori dalla Dottrina sociale cattolica anche i francescani, il monachesimo, i mercanti toscani, i Monti di pietà e i Monti frumentari, Bernardino da Feltre e Muratori, insieme a una seria prospettiva biblica. Tutto questo fu avvolto da una notte oscura durata quasi due secoli, di cui ci occuperemo in questi articoli.
In questa lunga notte si sono infilati alcuni angeli insieme a molti fantasmi, che ancora popolano i sogni del mondo cattolico. È forse l’ora di svegliarsi.
l.bruni@lumsa.it

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