La resurrezione della carne: restare umani nella luce di Dio
Il cuore della fede cristiana non è un’idea spirituale. I corpi risorti sono corpi trasformati, ma sono nondimeno i nostri corpi, con la nostra singolarità, le nostre relazioni, la memoria dei nostri affetti

Abbiamo riflettuto sulla resurrezione di Gesù dai morti e sulla sua discesa agli inferi. Un mistero che sta nel cuore della fede cristiana e che coinvolge il futuro stesso dell’umanità. Gesù risorto ci coinvolge nella sua risurrezione. L’apostolo Paolo, a proposito di alcuni cristiani che già allora restavano scettici sulla risurrezione, scriveva: «Ora, se si predica che Cristo è risuscitato dai morti, come possono dire alcuni tra voi che non esiste la resurrezione dei morti?»(1Cor 15,12). Persone come queste ce n’erano allora e ce ne sono ancora oggi. Se si dovesse chiedere ai partecipanti alle Messe della Domeniche cosa significa la risurrezione dei morti, il silenzio sarebbe imbarazzante. È anche vero, del resto, che senza la rivelazione cristiana non sapremo dire alcunché su un tale questione. Paolo ai cristiani di Tessalonica scrisse con chiarezza: «Noi crediamo infatti che Gesù è morto ed è resuscitato; così anche quelli che sono morti, Dio li radunerà (ugualmente resuscitati) per mezzo di Gesù insieme con lui» (1Ts4,14).
Per Paolo l’intero cristianesimo ruota attorno alla risurrezione di Gesù e alla nostra, compresa. La fede ci assicura: chiunque si avvicina a Gesù e si lascia affascinare da lui, viene coinvolto anche nella sua resurrezione. L’apostolo Paolo ne è stato il cantore più efficace e coraggioso. Si recò nel cuore della cultura greca, l’areopago di Atene, per comunicare l’inimmaginabile (ma salvifico) mistero della risurrezione dai morti di Gesù. Si trovò di fronte ad un muro invalicabile. Quegli ateniesi lo ascoltarono con interesse parlare dell’opera di Gesù di Nazareth e della Sua origine divina ma, non appena iniziò a parlare della risurrezione di Gesù dai morti, lo interruppero seccamente: «Su questo ti sentiremo un’altra volta» (At 17,31). Per quei filosofi che ammettevano l’immortalità dell’anima, non era accettabile neppure l’ipotesi della risurrezione della carne. Il contrasto fu netto e insanabile. E per Paolo una amara sconfitta.
Certo, l’opera di Gesù, la sua visione del mondo, la sua predicazione morale, sarebbero potute rimanere. Paolo era convinto che senza la risurrezione non ci sarebbe stato cristianesimo. O, quantomeno, sarebbe stato solo una dottrina morale, etica. Non certo una radicale trasformazione dell’intera creazione. Purtroppo, anche oggi non siamo lontani da quei sapienti atenesi. Quanti cristiani ne allargano le fila! Nella pastorale ordinaria si fa poco tesoro della lezione dei “quaranta giorni” durante i quali i discepoli incontrarono il “Risorto”. In effetti, se ci lasciamo travolgere da quelle pagine evangeliche, sperimentiamo anche noi un utile apprendistato sulla “risurrezione della carne”. Certo, possiamo anche domandarci se la preoccupazione di affermare la radicale diversità della vita eterna da quella nel tempo, non ci abbia fatto rallentare la riflessione sulla esperienza della vita risorta. E così, il tema della “risurrezione della carne” ha perso la sua forza attrattiva.
La vita che abbiamo, la vita che siamo, la vita per la quale crediamo, speriamo e amiamo (è questo il senso del termine “carne”) la concepiamo come divisa in due, in maniera netta: quella prima della morte - piena di umanità e di carnalità – che chiamiamo vita mortale, corruttibile, che è destinata a finire; quella dopo la morte, invece, la svuotiamo di eventi, la prosciughiamo di emozioni e di affetti, perché è fatta di sola durata spirituale (prendendo in prestito la filosofia greca diciamo che è l’anima), svuotata quindi di umanità, di carnalità. Ma in questo modo le nostre qualità migliori – la libertà e la creatività, la scoperta e l’immaginazione, la relazione delle persone e la signoria del mondo – non hanno più campo nella beatitudine della vita della creatura umana con Dio. Attenzione però. Se apriamo i Vangeli vediamo che gli incontri dei discepoli con il Risorto sono descritti come relazioni e colloqui reali e pieni di affetti e di emozioni. È in questa prospettiva evangelica che dobbiamo inquadrare il tema della risurrezione dei morti. Gesù risorto – che entra nel cielo con il suo corpo “risorto” –, sigilla l’inaudito e impensabile ingresso dell’umano in Dio. È il regno di Dio di cui Gesù ha parlato così a lungo: la risurrezione è il mondo nel quale Dio regna con le sue amate creature.
La vita eterna promessa da Dio con la risurrezione non è post-umana. Rimane umana. Semmai, il problema riguarda il “come”. Il tema se lo pose anche l’apostolo Paolo: «Qualcuno dirà: come risorgono i morti? Con quale corpo verranno?» (1Cor 15,35). Paolo risponde: ciascuno riceverà da Dio il corpo che si merita. Una cosa comunque è certa: non ci scioglieremo in Dio, come Icaro nel sole. Piuttosto l’homo infirmus della terra diviene homo glorificatus nel cielo. È lo svelamento definitivo dell’opera dell’amore. I corpi risorti sono corpi totalmente trasformati dalla luce generatrice di Dio: ma sono nondimeno i nostri corpi, con la nostra carne, la nostra singolarità, le nostre relazioni, la memoria dei nostri affetti e l’immaginazione di tutta la vita che ci rimane da vivere. La risurrezione della carne significa che rimarremo umani anche nel grembo felice di Dio: anzi, saremo umani come non lo siamo mai stati. Non diventeremo come delle amebe del Cosmo, come degli ectoplasmi della Natura, come delle particelle aeree dell’Universo. Continueremo ad avere il nostro nome (non sono stati scritti nel Cielo, come dice il Vangelo?). E nessuno li può togliere di lì, per farci evaporare nell’indifferenziato stato di una vita senza nome e senza carne.
Chiediamoci ancora: cosa si intende per “carne” nel contesto dell’affermazione “risurrezione della carne”? Nel lessico biblico, carne, basar, non è semplicemente il corpo. La “carne” è l’uomo vivo, nella sua interezza (anima e corpo). È questo il mistero cha abbiamo celebrato a Natale: il Logos si fa “carne”, diventa uomo, perché noi – uomini e donne – diventassimo divini, ma non nel senso di “spirituali”, disincarnati. C’è un passaggio di Jean Danielou, un altro dei grandi teologi del secolo scorso, che mi ha sempre molto colpito. Riguarda l’essere stesso di Dio: «Confesso che la definizione di Dio come puro spirito (catechismo di San Pio X) mi pare pericolosa. Quando si dice che Dio è puro spirito, sembra che lo si voglia opporre al mondo materiale. Definire Dio come spirito, significa situarlo nell’ordine delle realtà intellettuali, quasi a voler sottintendere che le realtà materiali gli sono estranee. Vi è anche in questa definizione una specie di scrupolo, dato che non solo si dice che Dio è spirito, ma che è “puro spirito”. E aggiungendo quel “puro”, si ha l’impressione di voler dire che Egli è totalmente immune da tutto quel che potrebbe somigliare alla materia. Ora, questo è falso, poiché se Dio possiede in Sé, in modo eminente, le qualità di ciò che esiste, è evidente che vi sono nella materia, che è una creatura, qualità che Dio possiede eminentemente» (Miti pagani e mistero cristiano, Roma 1995, 92-93).
Parlare della sensibilità di Dio – non come pura metafora letteraria, ma come concetto reale – non è ancora del tutto spontaneo per il credente, anche oggi. L’ipoteca dell’eredità dei filosofi greci condiziona ancora il nostro linguaggio. Eppure, nella profondità della sua anima, ogni essere umano sa che tutto, nella vita, è deciso da questo: se c’è o non c’è un Dio sensibile agli esseri umani. Dobbiamo chiederci: com’è stato possibile che noi, che abbiamo conosciuto il Crocifisso e abbiamo mangiato con il Risorto, siamo diventati così sfuggenti e reticenti aridi e incapaci di immaginazione, a riguardo della sensibilità di Dio? Come ci siamo persi l’icona della sua tenerezza, che ci commosse fin dal principio: «Dio fece all’uomo e alla donna tuniche di pelle e li vestì» (Gn 3, 21)? Dopo il peccato! Di qui la potenza della incarnazione del Logos, Dio non è più “puro spirito”. È anche Lui “carnale” o, meglio, “umano”. E noi – nel Figlio - possiamo diventare divini.
Sì, è importante allora riflettere anche sul fatto che Gesù Cristo per 30 dei suoi 33 anni ha fatto il falegname in un paesino: si potrebbe dire facendo tavolini ha salvato il mondo tanto quanto facendo miracoli. Solo un undicesimo della sua vita è straordinario. Insomma, la carne di cui siamo fatti può diventare amore e l’amore diventare la carne di cui siamo fatti: una vita compiuta ma mai a spese altrui (carnefice è chi usa la carne altrui per riceverne l’energia che non trova in sé). La «resurrezione della carne» non è il ritorno a lucido dei miei atomi imputriditi, ma il modo in cui esseri limitati possono diventare vivi (creativi, originali, innamorati) ogni ora di più e sempre. Certo, rimane un “miracolo” che solo a Dio è possibile. Pensiamo bene, però. È forse meno “miracoloso” il gesto creatore dell’origine che sconfigge il nulla o trasformare in meglio quanto è già vivente? Nella risurrezione saremo trasformati, non sostituiti. Aveva ragione Ignazio di Antiochia parlando di se stesso nell’aldilà: «Allora (nella risurrezione) sarò davvero uomo» (Lettera ai Romani 6,2).
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