Sal DaVinci: «All'Ariston canto l’amore eterno»

Il cantante partenopeo ha travolto il Festival con la sua “Per sempre sì”. «Il matrimonio è una promessa e va mantenuta. Mia moglie sempre accanto nelle gioie e nelle difficoltà»
February 25, 2026
Sal DaVinci: «All'Ariston canto l’amore eterno»
Il cantante Sal da Vinci / Fabrizio Cestari
Il ritmo travolgente da festa di matrimonio, una promessa davanti all’altare e la fede mostrata con orgoglio in diretta tv: Sal Da Vinci è tornato ieri sera dopo 17 anni sul palco di Sanremo in gara e con la sua Per sempre sì, esagerata e gioiosa, ha fatto saltare tutto l’Ariston e si candida decisamente alla vetta di questo 76° Festival. Una soddisfazione per il cantante partenopeo che quest’anno festeggia 50 anni di attività con un tour e due appuntamenti speciali all’Arena Flegrea di Napoli. Da quando calcava i palchi della sceneggiata a New York insieme al padre Mario, agli alti e bassi della carriera musicale, fino ai musical e al boom su TikTok della sua Rossetto e caffè, Sal Da Vinci ha una vita intera da raccontare. Ma soprattutto il valore di quella promessa fatta tanti anni fa alla moglie Paola. Il testo è stato scritto da Faderica Abbate, Alessandro La Cava e Francesco Da Vinci.
Sal, il brano è decisamente un inno al matrimonio.
«Il matrimonio è un avvenire, è una promessa per l’avvenire che noi facciamo al di là del matrimonio stesso. Non vogliamo dare a nessuno lezioni: ognuno vive la vita a modo suo. Però è una consacrazione, è un prendersi per mano. Parla del giorno in cui l’amore diventa eterno, la più grande promessa, la consacrazione dell’amore nell’atto più eterno».
Dietro c’è un atteggiamento molto positivo.
«Le promesse devono essere mantenute. In questi tempi si dice un sì e dopo un nanosecondo arriva un no. Quando prometti, soprattutto a te stesso, ti stai impegnando per un percorso di vita. Metti un fondamento, costruisci il tuo futuro. Non è solo una parola, è una responsabilità».
Rispecchia la sua esperienza personale?
«È una canzone onesta, vera. Anche un messaggio pulito, considerando che qualcuno può dire che è anacronistico. Però le cose tornano. Il mondo si mantiene sull’amore. Tutti ci innamoriamo nello stesso modo. L’amore è la base di tutto».
Nel brano si cantano anche le difficoltà.
«Certo. La passione è una cosa, l’amore si acquisisce nel tempo. È un cammino fatto di rapide salite, di montagne da superare. C’è una complicità talmente forte e potente che però va costruita. Ci sono cose che fanno male, ma è lì che cresci».
Nel brano si canta: “Con la mano sul petto / io te lo prometto davanti a Dio / saremo io e te”. Lei è credente?
«Io sono più che credente. Sopra di noi c’è una luce immensa che ci osserva e ci guida all’amore. Ci guida nella promessa della vita, in tutte le sue cose. Poi ognuno può credere a qualunque cosa, ma accadono cose sorprendenti. Ho avuto il piacere di incontrare papa Leone e di conoscere papa Francesco, che è come il padre spirituale di tutto il mondo. Nel 1995, nella spianata di Loreto, ho cantato per Papa Giovanni Paolo II. È un ricordo che mi resterà dentro per sempre. Nei saluti alla fine lui non mi ha lasciato inchinare e mi ha baciato sulla guancia. Me la porto dentro quell’immagine. Sarà stata suggestione, ma sentivo un calore, un’energia fortissima».
Lei ha anche interpretato anche il ruolo del prete di strada nel musical “Scugnizzi”.
«Quel ruolo mi ha cambiato la vita. Mi ha avvicinato a qualcosa che prima, per una mia miopia spirituale, non riuscivo a capire. È stato qualcosa di molto forte che ho vissuto. Una lezione di vita. Al di là della colonna sonora bellissima, erano le persone che venivano a teatro».
Lei non nasconde di avere avuto alti e bassi.
«Ho vissuto mille vite racchiuse in una. Sono caduto più volte di quante sia risalito, ma rifarei tutto. La sconfitta non la devi vedere come un accanimento contro di te. È una sfaccettatura dell’amore. Ti dà dolore, ma quel dolore è linfa. Impari a gestirlo. Il Padreterno ha inventato una cosa bellissima: la rassegnazione. Non è passività, è mettere d’accordo la mente e il cuore. E viene da una luce».
Ha iniziato a cantare da bambino.
«Non ho avuto un’infanzia normale, ho sempre lavorato dai 7 anni, quando ho cominciato nelle sceneggiate accanto a mio padre. Ho visto il mondo degli adulti troppo in fretta, ma va bene così. Mi sono sposato molto giovane perché mi sentivo pronto. Devo ringraziare la persona che ho accanto, mia moglie Paola, che mi ha sostenuto ed è caduta insieme a me. Nonostante il lavoro da nomade, ho sempre cercato di tenere unita la famiglia, di stare vicino ai figli».
I momenti più difficili?
«Da bambino ho visto gli addetti ai lavori disprezzare mio padre. L’ho visto asciugarsi le lacrime in silenzio. Lui aveva dato da mangiare a tanti e gli hanno voltato le spalle. Poi, per me, il momento più complicato è stato quando non riuscivo a portare avanti la famiglia. Non chiedevo niente a nessuno. Mettere qualcosa sulla tavola era una battaglia quotidiana. E anche quando mio figlio ha avuto dei problemi: sono momenti che ti segnano. Li abbiamo affrontati affidandoci nelle mani di Dio. E ne siamo usciti».
A Sanremo c’era già stato nel 2009...
«Dopo Scugnizzi arrivò il Festival, finii sul podio dopo un’eliminazione e un ripescaggio. Poi ho iniziato ad autoprodurmi, perché il mondo della discografia era distante da me. Ho portato la musica in teatro con Ciro Villano, ho scritto con Alessandro Siani la mia prima colonna sonora per un film, poi tante commedie musicali. Fino a Rossetto e caffè, una canzone che mi ha cambiato la vita. Ma io voglio una vita normale. A Sanremo voglio divertirmi, godermi ogni momento di questa festa popolare della musica italiana. La promessa è una cosa seria, è una scuola di vita. Però le cose si possono dire anche in modo festoso. Senza prendersi troppo sul serio».

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