Cari follower, ecco qualche consiglio se state cercando Dio nel mondo digitale
Seguire sui social i profili dei missionari digitali, interagire con post e like: scelte da fare a occhi aperti. E, magari, nel dialogo con quanti abitano il web e la Chiesa con noi. I criteri per navigare senza affondare

In principio era il lockdown: è stata la “clausura” imposta a tutti dalla pandemia a dare popolarità a quanti, con più o meno esperienza alle spalle, si sono dedicati ad annunciare il Vangelo, catechizzare, ascoltare e accompagnare i fratelli-follower con creatività nei linguaggi e con le tecniche proprie dell’ambiente digitale. Poi, il Sinodo 2021-2024: dopo che alcuni di questi soggetti sono stati coinvolti nella sua preparazione, è maturata, nel corso delle Assemblee ordinarie, la consapevolezza che la Chiesa si trovava davanti a una novità rilevante, e si è fatto della «missione digitale» l’oggetto di uno dei gruppi di studio istituiti tra le due sessioni sinodali e tuttora al lavoro. Parallelamente, si è mantenuta una significativa oscillazione, tra gli addetti ai lavori e presso l’opinione pubblica, su come chiamare queste nuove figure, se “missionari/missionarie digitali” (termine da preferire) o “influencer cattolici/cattoliche”.
E oggi a che punto è questa componente della pastorale digitale, che consiste non solo nell’utilizzare dispositivi digitali per le attività pastorali ordinarie, ma nell’immaginare l’ambiente digitale stesso come un nuovo continente nel quale testimoniare la propria fede in Cristo? Trattandosi di una realtà in così rapida evoluzione è difficile rispondere; si possono però segnalare le cose che ciascun utente, non importa se “vicino” o “lontano” o “altrove” rispetto alla vita della comunità ecclesiale, dovrebbe mettere a fuoco imbattendosi, smartphone alla mano, in un contenuto che fa appello alla religione e alla spiritualità cattolica, prima di scegliere di seguirne l’autore o l’autrice. Eccone quattro, che possono essere d’aiuto per orientarsi nella Rete.
La capacità comunicativa
Non c’è dubbio che, nel tempo di Instagram e di TikTok, la popolarità di un missionario digitale sia molto legata alla dote di “bucare lo schermo”, quella che una volta si richiedeva a chi volesse avere successo in televisione. Molti dei soggetti che ho conosciuto navigando il web come inviato di “Avvenire” hanno volti decisamente attraenti (penso a certi presbiteri latinoamericani); altri sono buffi, sanno strappare un sorriso semplicemente con la mimica facciale; altri ancora catturano l’attenzione per il tono della voce; ci sono infine quelli che trasmettono, solo a guardarli, la sensazione di un’intensa spiritualità. Nessuna di queste caratteristiche è di per sé in conflitto con i contenuti religiosi che vengono comunicati. Ma è bene essere consapevoli di quanto esse influiscono sulla nostra scelta di divenire follower di un determinato account.
L’impresa editoriale
Avere qualcosa da dire e avere il volto giusto per dirlo è un buon punto di partenza per un missionario digitale, ma non è sufficiente a reggere la concorrenza con la quantità sterminata di contenuti che i social ci propongono avendo riconosciuto, tramite gli algoritmi, i nostri interessi e i nostri desideri, compresi quelli meno elevati. Arriva il momento in cui ciascuno di loro è chiamato a scegliere: o rinunciare a questa missione, troppo dispendiosa in termini di tempo e risorse, o trasformarla in un’impresa editoriale, il che comporta dedicarcisi a tempo pieno o quasi, dotarsi di competenze, collaboratori e dispositivi professionali e trovare i modi (donazioni, abbonamenti, pubblicità diretta o indiretta) per finanziarla. Anche questo aspetto non è di per sé negativo (nessuno ha mai messo in discussione, a suo tempo, la “buona stampa”), ma agli occhi dell’utente deve essere chiaro: ad esempio sapendo che le sue reazioni a un post serviranno più a fare numero che a dialogare con l’autore.
Il legame con le istituzioni ecclesiastiche
Il Battesimo è di per sé titolo sufficiente per fare testimonianza cristiana, anche in Rete. Tuttavia la diversa condizione di laico/a (vicino o no a un movimento), presbitero diocesano, religiosa o religioso (quasi sempre anche presbitero) o vescovo, nonché il grado di preparazione teologica, si riflettono sull’attività dei missionari digitali. In particolare i religiosi e le religiose sembrano andare in missione digitale potendo contare su un maggiore incoraggiamento, sostegno e accompagnamento della comunità di appartenenza: è ciò che il Sinodo ha raccomandato alle Chiese locali di offrire a tutti, ma che finora è arrivato poco ai preti diocesani e ai laici. Anche su questo, prima di disporsi a seguire un profilo sui social, è utile essere informati. Certo, la testimonianza rimane personale; ma l’individualismo, al quale la cultura digitale pare spesso funzionale, può inquinarne la limpidezza.
La dinamica tra singoli e comunità
Questa dinamica vale anche per gli utenti: per quegli utenti che comunque vivono un’esperienza comunitaria nonché per quelli – gli esempi ci sono, anche significativi – che la cercano e la trovano attraverso il web. La comunità sarebbe il luogo giusto in cui confrontarsi e discernere – con i criteri qui suggeriti e con i tanti altri che si possono indicare – intorno ai contenuti di fede e spiritualità che circolano nella Rete e ai soggetti che ve li seminano. Luogo in cui comprendere se ci sono di aiuto nel cammino che stiamo percorrendo o se ci sono di inciampo e luogo a partire dal quale avvertire la responsabilità, che è tutta nostra, dei like che decidiamo di dare, di non dare o di smettere di dare.
© RIPRODUZIONE RISERVATA






