«Stare da prete sui social? È portare agli altri ciò che ho ricevuto in dono»
di Matteo Liut
Don Roberto Fiscer è parroco a Genova ed è un volto noto del web. Ma per questo sacerdote di 50 anni, Internet è solo un altri modo per incrociare la vita delle persone. E magari far loro conoscere Dio. «La mia comunità non sta sui social: la nostra comunità è social, pensata come un incontro reale con la gente»

Social online ma social anche in parrocchia: per don Roberto Fiscer, 50 anni, parroco della Santissima Annunziata a Genova, volto noto del web, Internet è solo un altro modo per incrociare la vita delle persone. E magari far loro conoscere Dio.
Cosa vuol dire per lei, da sacerdote, stare sui social?
Per me stare sui social nasce da due esigenze entrambe molto importanti. La prima risponde a quell’invito, che è quasi un “testamento” di san Paolo: mi sono fatto tutto a tutti pur di conquistare almeno una persona, di portarne almeno una a Dio. Questo è uno dei motivi principali: sapere che dietro a quello schermo potrebbe esserci anche solo una persona che si avvicina a Dio. È quella pecora smarrita che non raggiungeremmo in altro modo, se non magari durante uno scroll banale sullo smartphone, quando finisce su un video di un sacerdote. Il secondo aspetto riguarda il sacerdote stesso: non il sacerdote distante, come spesso viene immaginato, ma un sacerdote che vive la stessa vita delle persone, che appartiene a una comunità viva fatta di ragazzi, ragazze, uomini e donne, persone comuni che condividono esperienze quotidiane come tutti, solo che le vivono in una casa allargata che si chiama Chiesa. Molte persone lontane non hanno un’idea della Chiesa come ce l’abbiamo noi che la viviamo: una comunità fatta di esperienze, gioie e momenti unici, come i campi estivi, l’oratorio aperto, la cura delle persone più fragili. Spesso, invece, si ha un’idea della Chiesa come di una matrigna e non come di una madre. Per questo, il secondo motivo per cui sono presente sui social è proprio mostrare a chi non la conosce il vero volto della Chiesa. Tutto nasce da una fame, una sete di anime, perché io stesso sono stato affamato e assetato di Dio, cercandolo nei modi sbagliati. Quando l’ho trovato, mi è rimasto questo “tallone d’Achille”, che però è anche un punto di forza: chi ha sete, ma non sa che è sete di Dio, come posso raggiungerlo?
Che posto ha questa dimensione nel suo ministero?
Vedo il mio ministero come una vera e propria staffetta spirituale. Io ho ricevuto un dono e lo passo a te, con le modalità che il Signore mi ha affidato. Tu, a tua volta, corri con questo dono tra le mani: può essere una domanda importante, una riscoperta, una nuova consapevolezza, e lo porti a qualcun altro con cui condividerlo. Invito sempre chi mi scrive – e sono tantissime persone – a portare nella loro comunità reale ciò che hanno incontrato nel virtuale, ricordando che nel loro paese, nella loro città, esiste una parrocchia, una comunità, un sacerdote con cui camminare mano nella mano. Se facessi riferimento solo a me stesso, rimarrei schiacciato: le domande che ricevo sono tante e profonde. Per questo, il senso del mio stare sui social si realizza solo se non sono il traguardo, ma parte di una staffetta che fa circolare fede, domande e scoperte tra le persone.
Come viene vissuto questo impegno dalle sue comunità?
La mia comunità non sta sui social, la nostra comunità è social, pensata come un incontro reale con la gente per strada, attraverso tante iniziative che coinvolgono ragazzi e adulti: dalla scuola, alla radio in ospedale, all’ospedale pediatrico di Genova, catechismo, Acr, scout, circolo anziani. La pastorale della mia comunità è “social” nel senso vero del termine: un campetto dove i ragazzi si incontrano e giocano, esperienze concrete di relazione e condivisione. Il mio ministero sul web si inserisce in questa realtà già sociale: non è l’apice, non è il vertice, ma un altro luogo da abitare come Chiesa di Dio.
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