«Dio soffre con noi. Ma Europa e Italia non lascino soli l'Ucraina»

Il portavoce del Capo della Chiesa greco-cattolica del Paese: «Nella popolazione c’è un’enorme stanchezza, ma anche una straordinaria resilienza. L’amore è la nostra risposta asimmetrica alla violenza»
February 24, 2026
Padre Taras Zheplinskyi
Padre Taras Zheplinskyi
Quattro anni di buio, freddo e sirene che, però, non sono stati in grado di spegnere la fede di un popolo che continua a sperare. Nel quarto anniversario dell’invasione russa (24 febbraio 2022), l’Ucraina combatte su due fronti: quello militare e quello spirituale, contro l’insidia dell’odio e dell’assuefazione alla guerra. Ne parliamo con padre Taras Zheplinskyi, sacerdote a Kiev e portavoce del Capo della Chiesa greco-cattolica ucraina, Svjatoslav Shevchuk.
Padre Taras, a quattro anni dall’inizio del conflitto, qual è lo stato d’animo della popolazione?
C’è un’enorme stanchezza, certo, probabilmente non c’è una sola città o villaggio in Ucraina dove sulla tomba di un militare o di una vittima civile non sventoli la bandiera ucraina al cimitero, ma questo anniversario è anche una testimonianza di straordinaria resilienza. Il nemico voleva prendere Kiev in tre giorni, eppure eccoci qui, dopo quattro anni di lotta per la libertà e la dignità. La mattina dell’invasione, sua Beatitudine Sviatoslav Shevchuk, arcivescovo maggiore di Kiev-Halyc, disse: «La vittoria dell’Ucraina sarà la vittoria della forza di Dio sull’arroganza dell’uomo». Queste parole ci hanno impedito di spezzarci. C’è stanchezza per il freddo e i continui blackout, come il massiccio attacco subìto l’altra notte. Eppure, la gente non si lamenta. In Ucraina circola una battuta: «Da noi c’è un orario flessibile: se sopravvivi vai al lavoro, altrimenti no». L’Occidente vede le macerie, ma non vede la massa di persone che, cessato l’allarme, torna a lavorare. Resistiamo grazie alla forza di Dio e alla solidarietà.
Oggi come è evoluta la missione della Chiesa?
All’inizio le cripte erano rifugi. Oggi le parrocchie sono “punti di invincibilità” dotati di generatori, giunti anche grazie al Papa e al cardinale Krajewski. Ma la Chiesa offre soprattutto il “sacramento della presenza”. I sacerdoti restano accanto alla gente nel freddo, in una vera “pastorale del lutto”. I fedeli hanno bisogno di pane, ma soprattutto di speranza. Il sindaco di Kiev, il famoso ex pugile Vitali Klitschko, ha detto all’arcivescovo che più del cibo e degli aiuti umanitari, i cittadini hanno bisogno dalla Chiesa di una parola di speranza. Nei giorni di buio più intenso a Kiev, a un nostro sacerdote è nato un bimbo, chiamato Davide: colui che affrontò Golia con la fede. Gesù è la nostra luce spirituale che splende nelle tenebre della guerra, come profetizzò Isaia, noi ci sentiamo come il popolo che camminava nelle tenebre e che vide una grande luce. Dio soffre con noi: a gennaio, a meno 25 gradi in una cappella senza riscaldamento, un sacerdote ha visto il sangue di Cristo congelarsi nel calice mentre celebrava l’Eucaristia. È l’esperienza di un Dio che si identifica fisicamente con chi soffre il gelo. E la Chiesa agisce concretamente: monsignor Shevchuk ha da poco consegnato al Papa una lista di quattrocento prigionieri ucraini per favorirne la liberazione.
Come si predica il Vangelo a una popolazione che subisce violenze da quattro anni?
Le ferite dell’anima sono più profonde delle rovine. Non predichiamo un perdono astratto, ma un amore più forte dell’odio, per impedire che questo sfiguri la nostra umanità. Una donna ha chiesto a un sacerdote: «Come posso perdonare i russi? Vorrei odiarli di più». Lui le ha risposto: «Se il tuo odio potesse abbattere anche un solo missile, forse sarebbe giustificato. Ma così, distrugge solo te e ti prosciuga l’anima». L’amore è la nostra risposta asimmetrica. Quando è nato mio figlio, nei primi mesi di guerra, gli abbiamo dato il nome Lubomyr, «colui che ama la pace». Volevamo insegnargli a non lasciarsi consumare dal risentimento, ma a costruire la pace. Nelle macerie non vediamo la fine, ma l’inizio di una risurrezione.
Avete la percezione che l’Europa si sia “abituata” al conflitto?
Sì, avvertiamo la stanchezza del mondo. Lo capiamo quando sentiamo usare l’espressione “la vostra guerra”. È ciò che temiamo di più: che il nostro dolore diventi una routine nei notiziari. Siamo immensamente grati all’Occidente per gli aiuti, ma quando gli attacchi alle infrastrutture diventano solo un’altra notizia, emerge il pericolo dell’indifferenza, che regala all’aggressore l’impunità. Vi prego, non chiamatela “la vostra guerra”: è un’aggressione contro la libertà di tutta l’Europa. Non abituatevi al nostro dolore, la vostra attenzione è la nostra luce.
Cosa si sente di dire oggi agli italiani?
Che la nostra emergenza non è finita, è quotidiana. L’altra notte ci sono stati di nuovo missili, morti e blackout. Non sappiamo se ci sveglieremo domani mattina. Il 2025 è stato l’anno più letale per i civili. Agli italiani non chiedo pietà, ma solidarietà. L’Ucraina lotta per l’intera Europa. Il vostro aiuto pratico e le vostre preghiere scaldano i nostri cuori congelati. Ripetetevi spesso: “L’Ucraina non è sola”. E, se potete, venite da noi. Un invito che abbiamo rivolto anche al Papa. Insieme vinceremo il buio con la luce dell’amore.

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