La Nobel Ebadi: «L'Iran è oscurato, il mondo sia la voce dei coraggiosi»
Dall'esilio la giurista parla con Avvenire: la priorità è fermare l’eccidio ed evitare che si ripeta. Monarchia o Repubblica, a scegliere sia il popolo

La giurista Shirin Ebadi, insignita nel 2003 del premio Nobel per la Pace per il suo impegno a favore della democrazia in Iran, segue dal suo esilio londinese la crisi che sta attraversando il suo Paese. Chiamata da ogni parte del mondo a commentare i 20 giorni di protesta, le dure repressioni del regime e il dietro le quinte della diplomazia internazionale, ammette di non avere quasi più voce per parlare.
Il raid americano è stato infine rimandato. Se l’aspettava?
Anzitutto voglio chiarire che per gli iraniani la soluzione alla crisi innescata dalle manifestazioni dei giorni scorsi non è un attacco militare all’Iran perché questo creerebbe altra devastazione e uccisioni. La priorità è trovare soluzioni immediate per fermare l’eccidio della popolazione. Una di queste potrebbe essere, per esempio, l’eliminazione “chirurgica” della guida Ali Khamenei, come del resto è stato fatto con Ismail Haniyeh a Teheran nel 2024. Questo indebolirebbe moltissimo il regime perché senza la Guida Suprema, le forze di repressione, compresi i pasdaran, si ritroverebbero senza ordini da eseguire. È lui, l’ayatollah, che chiede di uccidere.
Quali sono le altre possibili soluzioni?
Un’altra via potrebbe essere la distruzione dell’apparato di comunicazione su cui si regge il sistema di propaganda di regime. A partire dalla radio e dalla televisione di Stato. Non dimentichiamoci che è con la narrazione che comincia l’opera di repressione delle proteste di piazza.
Trump ha annunciato che a Teheran non ci sono più esecuzioni in programma. È vero? C’è da fidarsi delle informazioni lasciate trapelare agli Usa?
Io non credo a queste dichiarazioni che pare siano arrivate, attenzione, dal ministro degli Esteri iraniano, non dall’ayatollah. Il capo della diplomazia iraniana non ha alcun potere in merito. È solo la Guida Suprema che decide. In ogni caso, io non mi fiderei neppure se fosse stato Khamenei in persona ad averlo detto. Sappiamo tutti benissimo che lui, nel momento più opportuno, potrebbe tornare ad agire contro il suo popolo e pure in maniera ancor più violenta. Cosa che del resto, nel corso degli ultimi decenni, è già successa.
Come crede che adesso si muoverà l’ayatollah?
Khamenei attualmente si sente in pericolo. Sappiamo che si è nascosto in un posto segreto. Ha paura anche delle persone più vicine a lui, come è successo pure a giugno durante la guerra dei 12 giorni.
Qual è la situazione interna all’opposizione? Possibile che non riesca a farsi più compatta per dare una spallata al regime dall’interno?
L'opposizione iraniana non riesce a mettersi d’accordo sul futuro dell'Iran. Tutti concordano sul fatto che, dopo 47 anni al potere, il regime deve cadere. Ma non c’è una visione unica su quello che il Paese dovrà essere dopo. C’è chi vorrebbe il ripristino della monarchia, chi invece vorrebbe una nuova Repubblica. Io sono dell’avviso che bisognerebbe indire un referendum e dare gli iraniani la libertà di scegliere quale sistema di governo dare al proprio Paese. Lo ha sottolineato più volte lo stesso Ali Reza Pahlavi, l’erede dello scià in esilio a Washington.
Lei, personalmente, chi vedrebbe alla guida di un governo di transizione? Tornerebbe a Teheran per farne parte?
Non mi sento di esprimermi in merito. Io, personalmente, so solo che accetterei qualsiasi cosa decida il popolo con un referendum. L’importante è che avvenga sotto la stretta sorveglianza degli osservatori internazionali.
Cosa chiede adesso alla comunità internazionale?
Chiedo di essere la voce silenziata del popolo iraniano. Di tenere accesi i riflettori sulle poche notizie che vengono dall’Iran. Di continuare a indignarsi per la violenza e per il blackout totale in cui è stato confinato il Paese. Di denunciare, anche, l’oscurantismo digitale a cui sono costretti gli iraniani. A loro, di fatto, viene impedito di pronunciare ogni singola parola.
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