«Noi ragazzi, a Beirut, tra boati e colonne di fumo»

La testimonianza drammatica dei giovani dell'Opera La Pira: momenti di incertezza e paura, poi il ritorno in Italia. Il gruppo guidato da don Filippo Meli, responsabile della pastorale giovanile della diocesi di Firenze
March 3, 2026
Il gruppo dei giovani dell'Opera la Pira
Il gruppo dei giovani dell'Opera la Pira
I boati in lontananza, le sirene, le colonne di fumo. Sono tornati ieri in Italia, da Beirut, i 14 ragazzi dell’Opera per la gioventù Giorgio La Pira, proprio mentre Israele prendeva di mira la capitale libanese. Per loro però nessun problema, il volo per Roma è partito regolarmente. L’Opera La Pira è una realtà toscana impegnata da anni nel dialogo tra le varie sponde del Mediterraneo. Il gruppo, accompagnato da don Filippo Meli, responsabile della pastorale giovanile dell’arcidiocesi di Firenze, nei giorni scorsi aveva incontrato i giovani libanesi conosciuti durante un campo internazionale al Villaggio La Vela di Castiglione della Pescaia (Grosseto). I giovani toscani sono stati ospiti della Custodia di Terra Santa, del convento francescano di Saint Joseph, nella parte nord della città, a cinque chilometri dai quartieri meridionali colpiti dai bombardamenti israeliani. Hanno potuto quindi completare il loro viaggio, che nella giornata di lunedì ha visto anche l’incontro con il vescovo César Essayan, vicario apostolico di Beirut per i cattolici di rito latino. Nel gruppo anche Paolo Poggianti, giornalista che ha raccontato le vicende del viaggio attraverso i media legati alle diocesi toscane, Radio Toscana e Toscana Oggi. «Quello che colpisce – racconta – è lo spirito di resistenza. Non si piangono addosso, cercano di vivere, di studiare, di lavorare, di costruire relazioni nonostante tutto. È uno spirito davvero encomiabile». Le giornate a Beirut sono state accompagnate dalla presenza dei droni israeliani che pattugliano i cieli della città. «Per i libanesi è un rumore che conoscono bene dopo il precedente conflitto. Per noi è diverso: è un suono che ti fa alzare lo sguardo, che ti tiene in allerta continua. È una sensazione nuova, difficile da ignorare».
Le giornate, almeno nella zona nord, sono scorse comunque tranquille, con il sole a illuminare una normalità quasi paradossale viste le notizie che arrivavano, su un conflitto che da sabato mattina col passare delle ore è andato ad allargarsi a tutto il Medio Oriente. «Nella notte alcuni hanno sentito le esplosioni in lontananza. Noi comunque non abbiamo avuto ripercussioni dirette – precisa Poggianti – se non l’incertezza, la paura e l’impossibilità di determinare le nostre scelte». Il percorso più a rischio era quello per raggiungere l’aeroporto, in una zona della città meno sicura, ma anche quello si è svolto senza intoppi. Intanto dal sud del Libano e dalla valle della Bekaa continuano ad arrivare sfollati. Diversi villaggi hanno ricevuto ordine di evacuazione dalle forze israeliane. «Abbiamo visto persone che hanno lasciato le loro case in cerca di un posto sicuro. Speriamo che Beirut possa esserlo davvero». Il Libano, hanno avuto modo di apprendere i giovani toscani nei loro incontri, vive una crisi quasi ininterrotta: dall’inflazione e dal collasso del sistema bancario alle rivolte popolari, dall’esplosione del porto di Beirut nel 2020 alla pandemia, fino alle tensioni regionali che ciclicamente riemergono. «Dal 1975, dall’inizio della guerra civile, il popolo libanese vive in una sorta di incubo continuo. È un’oppressione che viene da più fronti e rende la vita sempre più difficile. Ma chiama anche a una resilienza straordinaria». Oggi, con il riaccendersi del conflitto, quel «fantasma della guerra» torna a farsi sentire con forza. Eppure, tra le mura del convento e nei quartieri ancora lontani dai bombardamenti, la vita continua.

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