In Iran il blocco del web durerà 3 mesi. E la caccia all'uomo continua

di Nello Scavo, inviato a Gerusalemme
Nel buio delle comunicazioni il regime degli ayatollah conferma l'arresto di 3mila manifestanti. Intanto dal Paese giungono immagini di città deserte
January 16, 2026
In Iran il blocco del web durerà 3 mesi. E la caccia all'uomo continua
Veicoli in transito nel centro di Teheran / Ansa
«Siamo caduti nella trappola. Non dovevamo fidarci». Da bambino Mozzafar ha scoperto che il suo nome significa “vittorioso”. Ma dopo due settimane di repressione si sente tradito e sconfitto. Conta le ore che lo separano dalla cattura. I cortei nelle piazze hanno consegnato ai mastini del regime lo schedario più prezioso: i volti di decine di migliaia di oppositori che credevano di essere a un punto di svolta. «Abbiamo arrestato 3mila rivoltosi negli ultimi giorni e la caccia all’uomo è ancora in corso», avverte una nota della polizia iraniana che sembra farsi beffe delle rassicurazioni di Trump. «Hanno smesso di uccidere e non ci sono state le previste 800 impiccagioni», ha ripetuto il tycoon motivando quello che molti hanno interpretato come un voltafaccia. Le poche immagini che a fatica giungono dall’Iran mostrano città deserte, poche auto in transito nelle ore serali. Il regime ha prorogato il blackout di Internet fino a marzo. Per tenere a bada la controinformazione della dissidenza e occultare la contabilità dei lutti. Sono circa 3mila i morti censiti dalle Ong locali, ma migliaia di altre uccisioni vengono negate dalle autorità. Diverse fonti hanno riferito alla Bbc che ai familiari delle vittime vengono chieste somme di denaro per riavere i corpi.
Gli alleati degli Stati Uniti, tra cui Arabia Saudita e Qatar, avevano avvertito Washington che un attacco avrebbe avuto ripercussioni in tutta la regione e sulle monarchie petrolifere del Golfo. I grandi quotidiani americani hanno riferito che è stato Netanyahu a fermare Trump (oggi una nuova telefonata tra i due) un attimo prima che premesse il grilletto: per Israele il piano d’attacco non garantiva che il regime cadesse e soprattutto a Tel Aviv non avrebbero avuto abbastanza tempo per reagire a una rappresaglia.
La strada per Teheran passa da Gerusalemme. Mentre David Barnea, direttore del Mossad, raggiungeva Washington per incontrare l’inviato della Casa Bianca, Steve Witkoff, il premier Netanyahu rispondeva a una telefonata da Mosca. Dopo avere parlato con il presidente iraniano Massoud Pezeshkian, Vladimir Putin ha contattato il premier israeliano e si è proposto come mediatore. «Russia e Iran sostengono costantemente una posizione unitaria a favore di una rapida de-escalation delle tensioni» e ritengono che le crisi vanno affrontate «esclusivamente attraverso mezzi politici e diplomatici», si legge in una nota del Cremlino, di solito avvezzo – dall’Ucraina alla Siria – a fare diversamente. I ricercatori dell’Istituto per gli studi sulla guerra di Washington (Isw) oggi hanno citato numerose fonti secondo cui i mullah avrebbero trasferito all’estero centinaia di milioni di dollari in contanti. Come se la corte degli ayatollah sentisse che la prossima ondata di rivolte potrebbe finire in un altro modo.
Prima di interrompere le comunicazioni su piattaforme criptate accessibili attraverso la rete satellitare Starlink, Mozzafar oggi ha dovuto chiedere aiuto a suo nonno, che da una cassapanca ha tirato fuori una vecchia radiolina a batterie. Lo stanno facendo anche altri. Perché si torna all’antico. Alle onde corte, più difficili da silenziare. E come ai tempi di Radio Londra durante le dittature in Europa, la Bbc sta trasmettendo notiziari in lingua farsi in replica ogni mezz’ora dalle 7 alle 9 del mattino e per un’ora dalle 22. Nessuno avrebbe immaginato di dover riportare nel 2026 informazioni come ai tempi dei despoti del primo Novecento. E in un Paese con un territorio esteso come dalla Francia alla Croazia, l’etere resta una via di comunicazione non completamente a disposizione del regime.
Mozzafar vorrebbe allontanarsi da Teheran. Dice che per i maschi camuffarsi è più facile. Tagliare barba e capelli oppure farli crescere per non essere identificati a vista. Più complicato per le ragazze. Ma non tutti sono disperati. Le contestazioni hanno mostrato anche la fragilità del regime. Un tempo era l’Iran a mandare i suoi giannizzeri a consolidare il potere degli alleati in Siria, Libano, nello Yemen e in Iraq. Ora è il contrario. Da soli gli ayatollah non possono reggere l’onda d’urto di un intero Paese in rivolta. Diverse fonti diplomatiche e militari europee sostengono che da Baghdad siano stati inviati centinaia di combattenti iracheni sciiti per soccorrere la Repubblica islamica. Un funzionario della sicurezza dell’Iraq che ha parlato di oltre 5mila miliziani entrati in Iran attraverso i valichi orientali.
«Credo che il presidente Trump sia un uomo di parola e che alla fine starà dalla parte del popolo iraniano», ha affermato in una conferenza stampa a Washington Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo scià che spera di tornare al trono di Teheran. Il tycoon non ha nascosto le sue perplessità, mentre attende di capire quali piani possano essere attuati per una eventuale transizione.
Le questioni umanitarie non sembrano più in cima alla lista. Mentre insiste sulla pressione diplomatica, l’emissario americano Witkoff elenca le priorità da affrontare con gli ayatollah: «L’arricchimento del nucleare; i missili (devono ridurre il loro inventario); il materiale (nucleare) effettivamente a loro disposizione, che è di circa 2mila chilogrammi arricchiti tra il 3,67% e il 60%; i proxy (le pedine regionali, ndr)». Anche questo Mozzafar lo ha ascoltato di nascosto al notiziario radio: «Ma neanche una parola per noi».

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