In Sierra Leone la tragica storia dei bambini “bruciati” dalla soda

di Antonella Mariani, inviata a Freetown (Sierra Leone)
La produzione di sapone in casa, incoraggiata anche da piccole ong per l'empowerment femminile, causa centinaia di incidenti: i figli bevono per sbaglio la sostanza diluita nell’acqua. Il nostro viaggio nell’unico ospedale che li assiste, quello di Emergency
February 16, 2026
In Sierra Leone la tragica storia dei bambini “bruciati” dalla soda
Attività di promozione sanitaria all'ospedale di Emergency a Goderich (Andrea Simeone)
Kumbo ha un anno ed è arrivato nella notte a Goderich, dopo 4 ore di automobile dalle province rurali del Nord. L’incidente è accaduto tre giorni fa: la mamma aveva lasciato il piccolo con la sorellina di 3 anni per andare al mercato, lui gattonando qua e là per il cortile polveroso ha bevuto un sorso di soda caustica diluita nell’acqua, malconservata in un secchiello aperto. Ora Kumbo, enormi occhi neri, fasciato all’altezza dello stomaco, è steso in un letto del Reparto Soda dell’ospedale di Emergency, alla periferia di Freetown, l’unico presidio medico in Sierra Leone e in tutta l’Africa occidentale in grado di trattare le ustioni all’esofago. Come gli altri piccoli pazienti accanto a lui, se le cose nei prossimi mesi andranno bene Kumbo potrà alimentarsi dalla bocca con pappe semiliquide, se invece il suo esofago resterà chiuso per le cicatrici e non reagirà alla dilatazione endoscopica, si nutrirà per il resto della sua vita attraverso un sondino diretto allo stomaco.
Lo sguardo spento e un pianto silenzioso
Il piccolo Hassan, ricoverato all'ospedale di Goderich (A.Ma.)
Il piccolo Hassan, ricoverato all'ospedale di Goderich (A.Ma.)
La piaga delle ustioni da soda è ben nota in Sierra Leone: nonostante non ci siano statistiche ufficiali, i bambini e i ragazzi privi di esofago sarebbero ormai diverse migliaia. Il fenomeno è esploso dopo la guerra civile, quando all’inizio degli anni Duemila alcune piccole ong e perfino il governo promossero opportunità di empowerment femminile attraverso la produzione casalinga di sapone da rivendere al mercato o da usare per sé. Attraverso la microfinanza migliaia di donne acquistarono l’occorrente: sacchi di soda caustica (idrossido di sodio) allo stato di cristalli o di polvere, olio di palma e sostanze chimiche aromatizzanti, secchi di varie misure, forme per far asciugare il sapone. E nei villaggi più remoti del Paese si iniziò a diluire la soda con l’acqua. Mano a mano che la produzione di sapone si allargava, anche il numero di incidenti casalinghi iniziò a moltiplicarsi. «All’ospedale di Goderich riceviamo tra i 250 e i 300 “pazienti soda” all’anno, ed effettuiamo centinaia di visite di follow up. Arrivano dalle province, cioè dai luoghi più remoti e poveri del Paese, anche diversi giorni dopo l’ingestione - spiega Giuseppe Meucci, coordinatore medico del Centro chirurgico di Emergency a Freetown -. Noi stabilizziamo il paziente, inseriamo il sondino della gastrostomia e poi dove è possibile con il follow up tentiamo di dilatare il più possibile l’esofago per cercare di restituire la capacità di far transitare liquidi e pappe nutrienti».
Il dottore Giuseppe Meucci - ICU Goderich, April 2024 Andrea Simeone
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Il Reparto Soda dell’ospedale di Goderich - che per il resto è un Centro chirurgico traumatologico, l’unico specializzato in Sierra Leone, con 6 terapie intensive e 3 sale operatorie dove si opera a ciclo continuo soprattutto su adulti con gambe rotte, addomi perforati dal tifo o dalla peritonite - è un concentrato di sofferenza. Nel momento in cui lo visitiamo, percorrendo lunghi vialetti coperti e decorati con i classici colori bianco e rosso di Emergency, intervallati da magnifiche aiuole tropicali, ci sono 7 bambini ricoverati, ciascuno con il suo piccolo camice giallo ocra. Accanto a loro, le mamme indossano grembiuli rosa.
Hassan invece è solo: ha 9 anni ma il suo corpicino sfinito e malnutrito non ne dimostra più di sei. È ricoverato da un mese e ha visto la madre solo una volta, perché lei ha altri bambini da accudire. Per questo ha lo sguardo spento e piange piano piano, come un gattino: il sondino per la nutrizione enterale si è infettato e trasuda sangue. L’infermiera Freda Mamie Kangoma, 41 anni, una sierraleonese che ne ha viste tante – dalla guerra civile che tra il 1991 e il 2002 ha provocato 50mila morti e migliaia di mutilati, all’epidemia di Ebola del 2014 che nell’ospedale di Gino Strada ha avuto l’unico fronte di lotta del Paese – scuote la testa, sconsolata, quando parla di lui. Hassan è un paziente in follow up: lui la soda caustica diluita l’ha ingerita per sbaglio quando aveva 5 anni, nella baracca di una vicina di casa che teneva il contenitore aperto nel cortile. Credeva fosse acqua, come tutti. Curato a Goderich, a casa poi non è stato accudito bene: la miseria non fa sconti nemmeno ai bambini con bisogni speciali.
Le infermiere spiegano alle mamme dei pazienti soda come preparare le pappe per l'alimentazione forzata attraverso il sondino gastrico (A.Ma.)
Le infermiere spiegano alle mamme dei pazienti soda come preparare le pappe per l'alimentazione forzata attraverso il sondino gastrico (A.Ma.)
«Noi forniamo alle famiglie gli alimenti proteici da infondere, ma poi loro lo dividono con gli altri figli, e quando ritornano per i controlli, se ritornano, li troviamo malnutriti», continua Freda, sconsolata. Così l’ospedale ha avviato incontri di formazione per i genitori dei “pazienti soda”, per insegnare loro che nutrire i piccoli attraverso il sondino è l’unica possibilità per vederli crescere. È stata Isatu Alie a trovare la soluzione buona per le mamme sierraleonesi, che già devono combattere per mettere insieme qualcosa da mangiare a pranzo e a cena: lei aveva 13 anni quando tornata a casa da scuola, assetata, ha bevuto un bicchiere di soda, scambiandola per acqua. Da 9 anni non porta alla bocca un boccone di cibo né un sorso d’acqua, ma 4 anni fa è diventata mamma di Denis, e ora lavora per Emergency come Health Promoter.
Un gruppo di donne di un villaggio rurale fa il sapone in casa (A.Ma.)
Un gruppo di donne di un villaggio rurale fa il sapone in casa (A.Ma.)
«Per semplificare la vita alle mamme dei “bambini soda”, ho pensato che per nutrirli devono poter usare gli alimenti quotidiani come il riso. Così insegniamo a pestare i chicchi lessati fino a farli diventare una crema, ad aggiungere una salsa nutriente alle arachidi e una manciata di semi di sesamo e infine a diluire con l’acqua. Così possono facilmente infondere la pappa con una grossa siringa nel sondino della gastrostomia». Ibrahim è un altro “paziente soda”: è guardato a vista dalle infermiere, appena trasferito in reparto dalla terapia intensiva dove è stato settimane. Ha appena 6 mesi e la sua giovanissima madre ha mescolato nelle prime pappine del piccolo i cristalli di soda, scambiandolo per zucchero. Il suo organismo non assorbe il nutrimento dallo stomaco: è denutrito, e i medici, sia quelli più esperti sia gli specializzandi che dall’Italia e da altri Paesi del mondo arrivano all’ospedale di Emergency per alcuni mesi, sperano di riuscire a salvarlo. Giace nel letto, quasi immobile, minuscolo, gli arti lunghi e sottilissimi.
Isafa ha cercato di suicidarsi per amore
In reparto, tra tanti bambini e bambine, c’è una ragazza con i lineamenti da principessa e lo sguardo perso. Isafa Abu è annientata. Ha 19 anni, è incinta di pochi mesi e lei la soda caustica l’ha ingerita per rabbia quando ha scoperto che l’uomo che l’aveva convinta ad abbandonare il suo villaggio, la madre e i sei fratelli e seguirlo nella capitale Freetown era già sposato, e che la moglie legittima voleva riprenderselo. «I nostri pazienti soda sono all’80 per cento bambini e il resto adulti che cercano di suicidarsi. Isafa dice di averlo fatto per amore, ma se ne pentirà ogni giorno della vita che le resta. Per amare gli altri bisogna prima amare se stessi. E se ami te stesso, certe cose non le fai», racconta l’infermiera Salamatu Bah, mentre insegna alla sorella di Isafa come dovrà nutrirla attraverso il sondino. Ogni giorno e più volte al giorno. Per tutto il resto della sua vita.
La storia di Mariama, sopravvissuta e adottata dall'infermiera di Emergency
Mariama con la madre adottiva Dimitra (per gentile concessione di D.G.)
Mariama con la madre adottiva Dimitra (per gentile concessione di D.G.)
Aveva le spalle e il collo bruciati, così come l’esofago, la bocca ustionata. Per Mariama l’ingestione di soda caustica non è stata accidentale. Aveva 18 mesi quando è arrivata all’ospedale di Emergency a Goderich; era l’agosto 2024 e la nonna, accompagnata dalla polizia, aveva viaggiato per 5 ore dalle lontane province sierraleonesi. Ad accogliere Mariama, accanto ai medici, c’era l’infermiera Dimitra Giannakopoulos, 57 anni, nazionalità greca, dal 2005 con Emergency nei luoghi più remoti del pianeta. È stata lei con, tra i tanti colleghi, le due infermiere sierraleonesi tutt’ora presenti Hannah e Mary Rose, ad avviare il Programma Soda a Freetown. «Non riusciva a parlare, a camminare né a muovere il collo. Abbiamo capito che la bimba era molto trascurata dalla sua famiglia di origine e non viveva in un ambiente sicuro». Dimitra ha curato tanti piccoli “pazienti soda”, di molti – i più soli, i più fragili - si è innamorata. Con Mariama, giganteschi occhi scuri, rimasta sola al mondo dopo che il padre e la nonna sono tornati al villaggio e hanno ripreso la loro vita di stenti, è stato amore a prima vista. «Era una bambina tristissima, non si faceva toccare da nessuno tranne che dalla caposala Freda. Il primo sorriso l’ha fatto dopo due mesi». Oggi la piccola è sbocciata come una farfalla, ed è diventata sua figlia: dopo la gastrostomia e mesi di cura l’ha portata con sé nella Guest House di Emergency, poco lontano dall’ospedale, dove è diventata la mascotte di tutti.
Dimitra com Mariama (per gentile concessione di D.G.)
Dimitra com Mariama (per gentile concessione di D.G.)
«Mariama è la mia gioia. È un’esperienza meravigliosa essere in grado di cambiare la vita di una bambina. E lei è una persona speciale: è una sopravvissuta, ma deve combattere ancora per la sua vita». Dimitra la nutre diverse volte al giorno infondendole con una grossa siringa le pappe nel sondino che va allo stomaco; Mariama, come tutti i bambini che esplorano il mondo anche attraverso la bocca, spesso si porta alle labbra il cibo che trova qua e là nella grande cucina. Ma non può deglutire nulla. «Le dico di essere paziente, le ho promesso di fare tutto ciò che è in mio potere per giocare al meglio le carte che il destino le ha messo in mano». Il progetto di Dimitra è completare la serie infinita di documenti necessari per l’adozione, portare Mariama in Grecia e lì inizialmente confermare una diagnosi sul danno e poi, spera, poter attuare un piano di trattamento definitivo del tutto improponibile in un Paese non attrezzato come la Sierra Leone. Negli anni Emergency ha lavorato con il governo di Freetown per organizzare campagne di sensibilizzazione nei villaggi sulla estrema pericolosità della soda. Durante la visita a un gruppo di donne impegnate nella produzione domestica del sapone, in un poverissimo villaggio rurale a Waterloo, una trentina di chilometri fuori dalla capitale, ha portato Mariama con sé, prova vivente, con la sua gastrostomia, di quanto può costare a un bambino lasciare incustodito un secchiello di sostanza chimica. «Le campagne di sensibilizzazione non hanno fatto diminuire il numero di “pazienti soda” – dice Dimitra -. Per questo da anni chiediamo al governo di applicare qualsiasi iniziativa che miri all'eliminazione del problema. Ciò implica leggi che regolino le modalità di vendita dell'idrossido di sodio, i luoghi di vendita, le quantità vendibili e i contenitori in cui deve essere venduto; cooperative che definiscano la corretta gestione della produzione da realizzare all'interno delle comunità femminili per mantenere la loro autonomia economica e provvedere alla famiglia, ma in sicurezza; la formazione di professionisti sanitari su come gestire le vittime di ingestione di soda. Perché quello che è accaduto a Mariama e che ancora accade a tanti bambini in Sierra Leone è davvero ingiusto».
Sierra Leone, un Paese che cerca faticosamente la sua strada
La Sierra Leone ha 8.6 milioni di abitanti, di cui 2 a Freetown. Il Paese ha conosciuto una devastante guerra civile tra il 1991 e il 2002; nel 2014 l’epidemia di Ebola ha colpito duramente il paese e l’unico ospedale a operare è stato quello di Emergency. Oggi la Sierra Leone, colonia britannica fino al 1961, cerca faticosamente di trovare la sua strada; l’aspettativa di vita è di 60 anni, la mortalità infantile è al 77 per mille, metà della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà. Oggi si assiste a un drammatico aumento delle morti a causa di una droga sintetica chiamata kush contro i quale il governo ha dichiarato l’emergenza nazionale.
L'ospedale di Gino Strada offre cure gratuite
L'ospedale di Emergency a Freetown (A.Ma.)
L'ospedale di Emergency a Freetown (A.Ma.)
L’ospedale di Goderich, sobborgo della capitale sierraleonese Freetown, ha 66 letti, 3 sale operatorie e 6 posti di terapia intensiva. Lo staff si compone di 400 persone, di cui 23 internazionali - molti giovani medici in via di specializzazione - e il resto locale. L’ospedale è attivo 24 ore su 24, tutti i giorni della settimana ed è l’unico nel Paese completamente gratuito per i pazienti. Nella struttura, diretta dalla serba Jasna Sundic, si operano soprattutto persone con traumi da incidente stradali, addomi perforati dal tifo o da peritoniti. Un reparto è dedicato ai “pazienti soda”, che convergono a Goderich da tutta l’Africa occidentale; nel 2025 sono stati trattati 758 pazienti, di cui 285 nuovi e 473 in follow up. La metà dei pazienti soda” ha meno di 5 anni. 

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