L'arcivescovo di Belgrado Nemet: «Vi racconto la mia Serbia, che adesso va ascoltata»

di Nello Scavo, inviato a Belgrado
Per il cardinale, che guarda le tensioni nel Paese balcanico con preoccupazione, «le chiusure nazionaliste e i “muri” sono un rischio reale». E sui migranti: «I cristiani delle diverse confessioni agiscano insieme». L'appello al governo
February 15, 2026
Studenti dell’università di Belgrado in protesta contro il presidente Aleksandar Vucic / REUTERS
Studenti dell’università di Belgrado in protesta contro il presidente Aleksandar Vucic / REUTERS
La Serbia che da Est guarda all’Europa è nelle parole di Ladislav Nemet, il primo cardinale nella storia del Paese. Missionario nelle Filippine, poi in Polonia, Croazia, Ungheria, passando dalle relazioni con con gli uffici Onu di Vienna, l’arcivescovo di Belgrado è testimone e simbolo di quei Balcani che da terra di mezzo aspirano a divenire cerniera. Da vicepresidente del Consiglio delle conferenze episcopali d’Europa (Ccee), ne è insieme voce e sguardo. Da pastore cattolico è consapevole del mandato a “essere una piccola ma credibile minoranza - dice - che testimonia il Vangelo attraverso il servizio concreto, l’approfondimento del dialogo ecumenico e la creazione di spazi di fiducia in una società segnata dall’insicurezza e dalle tensioni sociali”. Insieme al dovere di parlare come “voce di speranza, non per il potere che esercita, ma per tutta la società serba”.
Come legge le manifestazioni e le tensioni interne di questi mesi?
Riflettono un clima di grande incertezza, paura della violenza e pressione politica, in cui molti hanno l’impressione di non avere posto nella società e nel mondo del lavoro se non mostrano lealtà verso i centri di potere. Proprio per questo ritengo decisivo che le Chiese – anche in forma ecumenica – aprano spazi di parola libera, di ascolto e di confronto non violento. Sono molto felice nel vedere che tutta la società ha mostrato una grande maturità ed evitato l’uso della violenza durante le proteste degli ultimi 16 mesi.
Qual è la vocazione europea di Belgrado?
La Serbia sa di dover essere un Paese ponte tra Est e Ovest e, come società multietnica e multireligiosa, nel portare dentro il progetto europeo la propria esperienza di conflitto, di minoranze e dialogo, contribuendo così a un’Europa di diversità riconciliata. Il fatto di aver vissuto in sette Paesi dell’Europa occidentale sia in quelli dell’Europa orientale mi aiuta a comprendere meglio paure e speranze di entrambe le parti e a favorire ponti invece di nuovi fossati.
L’Europa è attraversata da tensioni interne alimentate anche da discorsi di odio. Come contrastarli?
L’odio identitario può essere vinto solo se politica, Chiese e società civile insistono insieme sulla pari dignità di ogni persona, si pongono ecumenicamente e in dialogo interreligioso contro ogni forma di disumanizzazione e creano attivamente spazi d’incontro in cui si raccontano storie invece di alimentare nemici. L’esperienza di contesti europei diversi mi ha insegnato che le parole possono guarire o avvelenare, e che un linguaggio chiaro ma rispettoso è un passo decisivo per disinnescare i conflitti.
Il cardinale Ladislav Nemet
Il cardinale Ladislav Nemet
Da vicepresidente del Ccee spesso ha richiamato l’importanza di ravvivare le radici cristiane, come antidoto ai muri e alle derive nazionaliste. Lo ritiene un rischio concreto?
Le chiusure nazionaliste e i nuovi “muri” sono un rischio molto reale, perché le delusioni verso l’Europa, le difficoltà economiche e i conflitti irrisolti possono facilmente trasformarsi in narrazioni identitarie e religiosamente cariche, che finiscono per pesare anche sui rapporti ecumenici. Guardando alle diverse realtà in cui ho vissuto, vedo quanto rapidamente le identità nazionali possano essere strumentalizzate e quanto sia importante che le Chiese si espongano insieme contro l’esclusione e le idee di superiorità.
La Serbia è da anni terra di transito di migranti dall’Oriente. Come influisce nel dibattito pubblico e nell’impegno della Chiesa?
La migrazione di transito polarizza il dibattito pubblico tra argomenti legati alla sicurezza e richiami alla solidarietà, mentre le Chiese – spesso in modo ecumenico e attraverso le loro opere caritative e diaconali – si schierano molto spesso accanto ai migranti, offrendo aiuto concreto e promuovendo una cultura dell’ospitalità contro le paure volutamente alimentate. Anche qui mi sta a cuore che i cristiani delle diverse confessioni agiscano visibilmente insieme, per offrire un’altra immagine dell’Europa: non come una fortezza, ma come uno spazio di accoglienza, di responsabilità reciproca.
Allo stesso tempo si registra una emigrazione di giovani serbi. Da vescovo, cosa si sente di chiedere ai governanti?
Dal punto di vista ecclesiale, mi sento di chiedere alla politica di investire in salari giusti, in una protezione sociale affidabile, nella lotta contro la corruzione e in una reale partecipazione dei giovani ai processi decisionali, affinché possano immaginare il proprio futuro nel Paese e non solo nell’emigrazione. L’incontro con giovani di diversi Paesi europei mi mostra quanto siano simili le loro speranze e quanto sia decisivo offrire loro prospettive credibili e corresponsabilità.
Che cosa significa “riconciliazione” dopo i massacri degli anni ’90?
Riconoscere la verità sui crimini e sulle sofferenze, assumersi responsabilità e ricostruire passo dopo passo la fiducia tra popoli, confessioni e generazioni, affinché la memoria non divida ma apra a un apprendimento comune e a un futuro più pacifico. Il fatto di aver vissuto per anni in contesti culturali ed ecclesiali diversi mi fa percepire quanto questo cammino sia faticoso, ma anche quanto possa essere fecondo nel lungo periodo. In questo campo siamo ancora lontani da risultati reali; i nazionalismi presenti nei nostri territori sono purtroppo spesso più forti del senso del battesimo comune. Spesso i membri delle diverse Chiese cristiane sono i più grandi nazionalisti – purtroppo, a volte anche tra la gerarchia.
Qual è oggi la speranza più concreta del vescovo di Belgrado?
Che il Paese esca dalla spirale di paura, minacce di violenza e dipendenza politica, che le Chiese costruiscano insieme, in modo ecumenico, la pace. E che la Serbia trovi il proprio posto in un’Europa che non si chiude, ma attinge alle sue radici cristiane e umanistiche. La mia biografia, segnata dalla mia vita, mi convince che il cambiamento è possibile e che piccoli passi coraggiosi di comprensione reciproca sono spesso la fonte più forte di speranza.

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