L'Africa al mondo chiede la pace, prima di tutto

di Eugenio Fatigante, inviato ad Addis Abeba (Etiopia)
Abbiamo assistito ad Addis Abeba alla 39esima assemblea dei capi di Stato e di governo dei 55 Paesi dell'Unione Africana, dov'era presente anche la premier Meloni. Il Piano Mattei resta sullo sfondo, mentre le priorità sono la stabilizzazione delle aree a rischio, la battaglia per l'acqua e l'energia, la valorizzazione delle giovani leadership emergenti nel continente
February 14, 2026
L'Africa al mondo chiede la pace, prima di tutto
La presidente del Consiglio Giorgia Meloni saluta i leader dell'Unione Africana ad Addis Abeba / Ansa
Tra priorità vecchie e nuove e Piano Mattei di matrice italiana, l’Africa si interroga. Lo fa ad Addis Abeba, dove si chiude la 39esima assemblea dei capi di Stato e di governo dei 55 Paesi dell’Unione Africana (Ua). Anche da qui emerge una forte richiesta di pace, come pre-condizione per mantenere nel tempo quello sviluppo che, lentamente e finalmente, pare stia emergendo. Questo continente vive una stagione significativa, con una crescita economica (stimata al 4,6% medio) che quest’anno dovrebbe per la prima volta scavalcare l’Asia. Ha in mente tutto ciò Giorgia Meloni quando, da invitata d’onore alla sessione plenaria nella Nelson Mandela hall della sede Ua, interviene e lancia come messaggio centrale che «l’Italia e l’Europa non possono pensare al proprio futuro senza prendere l’Africa nella giusta considerazione, perché il nostro futuro dipende dal vostro». E ancora: «Si dice spesso che la Storia abbia ripreso a correre. È vero e io credo che oggi stia correndo qui. L’Africa non è un capitolo marginale di questa Storia e chi non lo comprende oggi rischia di restare indietro. Per questo l’Italia ha concentrato gran parte delle proprie energie su progetti di formazione per i giovani, anche nel campo dell’intelligenza artificiale».
È un richiamo al giorno prima, ai concetti messi a fuoco nel vertice Italia-Africa del venerdì, dedicato a capire come rendere più efficace il Piano Mattei avviato 2 anni fa e che per ora coinvolge 14 Stati (altri ingressi sono previsti nel 2026, forse 4). Di accenni al piano, a dire il vero, non se ne sentono molti poi nella litania di interventi che si susseguono dal palco dell’assemblea. Tra le righe vien fuori, semmai, una contraddizione tra il forte potenziale di crescita, dovuto all’uso più accurato delle risorse naturali, all’urbanizzazione accentuata e all’esplosione della popolazione giovanile, e una leadership che invece guarda ancora all’indietro: l’età media dei leader africani è sui 65 anni e per questo non tutti riescono a cogliere le mutate esigenze delle proprie società. Uno spunto lo dà Evariste Ndayishimiye, presidente del Burundi: «Le statistiche mostrano che l’Africa avrà più di 2,5 miliardi di abitanti nel 2050. Il dividendo demografico può essere una forza o un rischio, a seconda delle scelte che prenderemo – è la sua analisi – e soprattutto da cosa faremo in materia di educazione, formazione, ricerca scientifica e accesso al lavoro».
C’è condivisione su questo punto, così come sulla premessa: per la stabilità del continente, prima di ogni decisione va garantita l’eterna assente, cioè la pace. A ricordarlo è il presidente della Commissione dell’Ua, Mahmoud Ali Youssouf: «Dal Sudan al Sahel, dalla Repubblica democratica del Congo orientale alla Somalia e altrove, la nostra gente continua a pagare il pesante prezzo dell’instabilità». E parole ancor più nette le riserva al vicino Medio Oriente: «La Palestina e la sofferenza del suo popolo interpellano anche noi. Lo sterminio di questo popolo deve cessare». Ad ascoltare c’è anche Mohammed Mustafa, il primo ministro che ha portato il discorso di Abu Mazen: il presidente dell’Autorità nazionale palestinese ricorda di aver chiesto «di rimuovere tutti gli ostacoli imposti dall’occupazione israeliana all’attuazione» della seconda fase dell’accordo di pace e che starebbe impedendo al comitato Ncag (previsto dalla bozza di Trump) di gestire ad interim il territorio.
La pace, tuttavia, è solo una delle condizioni necessarie per tracciare una rotta nuova in un continente ancora oppresso da gravissime carenze nell’accesso all’acqua e all’energia (tema ricordato in svariati interventi) e da forti debiti, come si è discusso pure nel vertice Italia-Africa dove si è ipotizzato delle sospensioni del debito in caso di gravi eventi climatici. Su questo capitolo, come anche sui territori da pacificare (fra i quali ha ricordato anche la Libia), si è soffermato Antonio Guterres, il segretario generale dell’Onu, ricordando l’ingiustizia per cui «i Paesi africani pagano tassi d’interesse fino a otto volte superiori a quelli delle economie avanzate» e affermando che «noi dobbiamo triplicare la capacità di prestito delle banche multilaterali di sviluppo». Per questo Guterres ha sostenuto che, per il futuro, occorre «mobilitare i finanziamenti privati» e, ancor più, «riformare l’architettura finanziaria internazionale al fine di garantire ai Paesi in sviluppo una voce e una partecipazione piena nel processo decisionale». In parallelo, la comunità internazionale deve fare di più sul piano energetico, perché «l’Africa riceve ancora appena il 2% degli investimenti globali in energia pulita» (difatti questo è uno dei pilastri del piano Mattei) e «deve assumersi pienamente le responsabilità nella lotta contro il riciclaggio di denaro, l’evasione fiscale e i flussi finanziari illeciti», altri fenomeni che penalizzano uno sviluppo africano integrale.

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