sabato 7 gennaio 2023
Numerosi storici paragonano l'invasione alle guerre mussoliniane
La guerra russa in Ucraina: una serie interminabile di errori. Ecco quali

Reuters

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Passerà alla storia come un’invasione. La guerra russa contro l’Ucraina è una saga interminabile di errori militari. Fin dall’inizio. Nel prepararla, gli strateghi moscoviti l’avevano impostata sulla base di due postulati fallaci: la fragilità strutturale del governo nemico e la debolezza della sua resistenza armata.

Sembra di sfogliare le pagine più ingloriose delle «guerre mussoliniane» (affermano in tanti), partito all’assalto della Grecia con mezzi inadeguati, nel momento peggiore dell’anno, fra l’autunno e l’inverno del 1940. Come il Duce, i generali di Putin si erano illusi di sbrigare la pratica velocemente, attaccando su più assi poco coordinati e prendendo la capitale senza colpo ferire. Pensavano forse ai trascorsi sovietici in Cecoslovacchia e in Afghanistan, risoltisi in guerre lampo, poi degenerate. Ma il passato li ha ingannati.

Così facendo, hanno trascurato il principio di concentrazione delle forze e sguarnito le direttrici di avanzata. La guerra si combatte però in due e i comandi russi si sono rivelati affatto inadeguati. Si sono sopravvalutati, fingendo di non sapere che le fortune di un esercito sono molto più che la sommatoria di carri e artiglierie. Sono soprattutto un fatto di uomini, capaci e competenti, e di sinergie armoniose fra le varie componenti. Nulla di tutto ciò si è visto in Ucraina, con un’aviazione quasi assente, un sistema di comando inorganico e una logistica latitante. Nel giro di pochi mesi, le batoste accumulate hanno bruciato quattro condottieri supremi. La nomina di Surovikin ha avuto finalmente il merito di unificare gli sforzi, ma non ha messo fine ai problemi russi, perché l’esercito di Putin fa acqua da tutte le parti.

È una vera incompiuta, un ibrido che tiene in vita una coscrizione inutile e manca di sottufficiali, quando sono proprio i sergenti a decidere le sorti delle truppe sul terreno, con decisioni autonome e rapide. Ai massimi livelli, non va meglio. Il numero uno della Difesa, Sergej Shoigu, è lì per la fedeltà incondizionata allo zar, ma non brilla nella sua arte. In dieci anni è riuscito solo a insabbiare le riforme del predecessore, lungimiranti.

Come stupirsi allora se l’Armata russa combatte oggi allo sbaraglio? Non è preparata. Non si addestra mai alla guerra in città e si trova impantanata in un paese fittamente urbanizzato. Incespica di fronte al più piccolo abitato. Non ha nemmeno i reparti adeguati (fanterie motorizzate). E paga cari gli errori, di fronte a un nemico ostico, lontano parente di quello sbriciolatosi nel 2014. Grazie alla consulenza anglo-americana, Kiev è oggi uno degli avversari più temibili da affrontare, dopato dalle armi occidentali e molto più abile dei russi nella guerra di manovra. Surovikin ha fatto di necessità virtù, per scongiurare una disfatta strategica che sembrava imminente. Ha circoscritto gli obiettivi iniziali, irraggiungibili, sacrificato Kherson ed eretto fortificazioni ininterrotte dal Lugansk alla Crimea, passando per Mariupol.

Nell’ultimo mese, grazie alle riserve, è riuscito a rosicchiare posizioni lungo tutto il fronte, concedendo poco al nemico. Ma a quale prezzo? In una guerra di logoramento, conoscere le perdite permetterebbe di valutare la sostenibilità dello sforzo. Ma i dati noti sono del tutto inattendibili. L’unica certezza è che per ora non tira aria di negoziati, a dispetto della tregua natalizia invocata dal patriarca Kirill. Non sarebbe la fine della guerra, ma un timido segnale di pace.

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