martedì 4 aprile 2023
Il contesto di crisi economico-sociale ha spinto molte aziende ad attivare misure di contrasto al lavoro povero e altre per trattenere i talenti. Tante le buone pratiche
Aziende a sostegno dei lavoratori

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Il contesto di crisi economico-sociale causato anche dalla pandemia ha accelerato il diffondersi di condizioni di povertà diverse da quelle del passato. In un periodo in cui l’impatto dell’inflazione sul portafoglio diventa sempre più pesante, però, è allarmante sapere che solo il 19,8% degli occupati conosce gli strumenti welfare. Il dato emerge dal VI Rapporto Censis-Eudaimon: oltre otto lavoratori su dieci infatti non conoscono i dettagli di questi dispositivi. Ma in quale campo gli italiani vorrebbero maggior sostegno attraverso il welfare? Per il 79,2% gli strumenti dovrebbero facilitare la conciliazione tra famiglia e lavoro, mentre addirittura per il 68,1% dovrebbero riguardare il supporto psicologico. Ma non è tutto: per il 43% dei giovani il welfare può contribuire a una riorganizzazione migliorativa dell’equilibrio tra vita privata e ufficio. Le stesse misure di welfare si stanno adeguando. Da un lato sono più attente al sociale, dall'altro mirano ad attirare e trattenere lavoratori. Una ricerca di Up Day e Tecné ha messo a confronto il gradimento dei buoni spesa sociali (Bss) e del reddito di cittadinanza (Rdc). I Bss raccolgono giudizi positivi più alti sia tra la popolazione maggiorenne che tra i singoli referenti. In particolare, tra i responsabili dei servizi sociali la valutazione del Rdc è molto più alta della media (63% rispetto al 38%), ma inferiore ai buoni spesa sociali considerati positivamente da tutti gli addetti del settore. Dall’analisi dei dati emergono differenze significative dal punto di vista socioeconomico. Innanzitutto, i beneficiari dei Bss, cioè le misure complessivamente coinvolte dalla misura, si distribuiscono maggiormente sui nuclei più numerosi, mentre i percettori del reddito/pensione di cittadinanza hanno il baricentro più spostato verso il basso. Tra i beneficiari dei Bss, infatti, i nuclei con tre o quattro componenti rappresentano il 47%, mentre tra i beneficiari del reddito/pensione di cittadinanza rappresentano il 43%. Le posizioni si ribaltano se si considerano i nuclei di uno o due componenti. In questo caso i percettori di Rdc rappresentano il 41%, mentre i beneficiari di Bss si fermano al 36%. In particolare, i lavoratori poveri rappresentano un fenomeno rilevante dal punto di vista economico e sociale, perché esprimono una condizione che ha radici nel lavoro stesso che non è più in grado di garantire un reddito sufficiente per una vita senza stenti. Se la condizione di povertà o quasi-povertà riguarda circa una famiglia su cinque (19%), l’area della vulnerabilità coinvolge l’11% delle famiglie. La pandemia di Covid-19 esplosa nel 2020 ha avuto un impatto senza precedenti sull’economia italiana, ma, a fronte di un crollo del Pil pari a -9%, la povertà è diminuita scendendo al 10,1% dall’11,4% del 2019. A questo calo degli indici di povertà hanno dato un contributo determinante gli interventi volti a mitigare gli impatti della pandemia, evitando che il blocco di alcuni settori produttivi e il rallentamento dell’economia aggravasse ancora di più la crisi sociale, oltre all’entrate a regime del reddito di cittadinanza nel 2019. I Bss rientrano tra questi interventi e sono stati finanziati con il decreto Sostegni bis che ha introdotto agevolazioni per famiglie, lavoratori e imprese danneggiati dagli effetti delle restrizioni adottate a livello nazionale per contrastare la diffusione dell’epidemia da Covid. Tra le misure previste c’era, appunto, lo stanziamento di 500 milioni di euro da erogare ai Comuni per concedere aiuti alle famiglie in difficoltà per l’attivazione di iniziative di solidarietà alimentare, mediante il meccanismo dei Bss. La misura è stata finanziata nel 2021 e rinnovata nel 2022. I beneficiari dei Bss, per ogni singola erogazione finanziata, sono stati in media 1,9 milioni (con 900mila nuclei percettori) per un importo medio “una tantum” di 250 euro. Con i Bss le persone e le famiglie in difficoltà hanno avuto accesso a contributi economici per acquistare alimenti, farmaci e beni di prima necessità. Interessante è la distribuzione geografica dei beneficiari delle due misure, messa in relazione il tasso di occupazione e con i valori medi Isee delle famiglie che hanno presentato Dichiarazioni sostitutive uniche: il Rdc è complementare al tasso di occupazione, con tassi di incidenza decisamente più elevati nel Mezzogiorno rispetto al Centro-Nord. I Bss, invece, si caratterizzano per una maggiore omogeneità sul territorio nazionale e una più elevata relazione positiva con l’occupazione e valori Isee determinati da redditi da lavoro. Il Rdc, inoltre, risulta destinato a una fascia prevalentemente sotto la linea di povertà, mentre i buoni spesa sociali sono una misura di sostegno all’area della vulnerabilità e della povertà intermittente. Infatti, mentre i buoni spesa sociali sono utilizzati in grande prevalenza per acquistare beni alimentari, il reddito di cittadinanza agisce su un raggio più ampio e meno diretto a soddisfare un bisogno specifico.

Il welfare per fidelizzare le risorse umane

Secondo l’Indagine Trend Mercato del Lavoro 2023 di InfoJobs, il tema dei rincari e delle congiunture socio-politico-economiche spinge oltre la metà delle aziende intervistate a ritenere strategiche azioni a sostegno dei propri dipendenti: per il 27,8% si tratta di benefit come buoni pasto, agevolazioni trasporti/parcheggi eccetera; il 16,5% invece sta valutando un bonus/contributo aggiuntivo in busta paga e, ancora, il 15,8% sta pensando a una politica di aumenti o adeguamenti degli stipendi. Se il 13,5% non trova necessaria alcuna azione, il 26,3%, invece, sarebbe intenzionato a supportare i dipendenti, ma non gli è possibile per motivi economici.​​ «Secondo i dati emersi - spiega Filippo Saini, Head of Job di InfoJobs -. Le pmi Italiane si trovano a fronteggiare un contesto socio-economico ancora molto sfidante, unito a nuove modalità di approccio al lavoro che sono drasticamente cambiate dopo gli anni della pandemia. Le aziende riconoscono quanto, oggigiorno, sia diventato indispensabile avere una maggiore sensibilità verso le esigenze concrete delle persone e per questo attivano leve di welfare aziendale in grado di soddisfare le persone, trattenere e attirare i talenti, garantendo stabilità alle attività e alle strutture aziendali stesse». Il lavoro nella fase post pandemica sta mostrando problematiche inedite come l'incremento del numero di dimissioni in ogni settore economico. Un fenomeno che vede sempre più persone dimettersi dal posto di lavoro e iniziare un nuovo tragitto. La ricerca di condizioni migliori sul piano retributivo e della carriera si associa, quasi sempre, al perseguimento di una strategia di vita che richiede un maggiore benessere. Più tempo libero, più formazione e la possibilità di vivere un ambiente professionale capace di garantire una più equa conciliazione tra i ritmi dell'esistenza quotidiana e del lavoro sono gli aspetti che oggi sono richiesti in modo diffuso, come sottolinea Formazienda, fondo interprofessionale che dal 2008 ha stanziato oltre 200 milioni di euro per formare 500mila persone. «La pandemia ha cambiato radicalmente la modalità di intendere il lavoro - commenta il direttore generale di Formazienda Rossella Spada -. Quando si palesa una ripresa rapida, come è quella che stiamo vivendo in diversi comparti, usualmente aumentano le dimissioni dai precedenti impieghi e le attivazioni di altri percorsi. Ci sono più opportunità di cambiamento. Ma i numeri del fenomeno, oggi, dicono che è intervenuto un nuovo fattore strettamente collegato allo shock dell'emergenza dovuta al Covid. Per non rassegnarsi allo stato di fatto, con il rischio di generare rischi e squilibri strutturali, credo sia importante puntare sempre di più sulla leva formativa. Le aziende che promuovono la crescita delle competenze sono individuate come realtà che hanno davvero a cuore i progetti di vita e di lavoro dei dipendenti. La formazione finanziata, in questa prospettiva, rappresenta una risposta concreta e immediata che può spingere le imprese a fidelizzare le persone non disperdendo un bagaglio prezioso di conoscenze. L'azione dei fondi interprofessionali diventa strategica ed è simultaneamente utile ai datori di lavoro e ai dipendenti perché individua un punto di sintesi per soddisfare in modo complementare le diverse esigenze».

Le buone pratiche del welfare

Sono tante le aziende che investono in progetti di welfare. Piccole e medie imprese attente al rendimento, ma anche all'impatto che esso genera sulla società e sul territorio. È questo il bilancio della IV edizione di Imprese Vincenti, il programma di Intesa Sanpaolo per la valorizzazione delle pmi. «Le 140 aziende che anche quest'anno hanno condiviso con Intesa Sanpaolo il percorso di Imprese Vincenti emergono come testimonial del made in Italy e della capacità esemplare di cogliere i nuovi stimoli e trasformare la propria visione anche in logica Esg», afferma Stefano Barrese, responsabile della divisione Banca dei Territori di Intesa Sanpaolo. Lo scorso ottobre è iniziato un "viaggio" in 14 tappe che ha attraversato l'Italia dando voce a realtà imprenditoriali che si sono mostrate capaci di reagire alle incertezze del contesto macro-economico investendo in piani di rilancio e trasformazione nei settori chiave indicati dal Piano nazionale di ripresa e resilienza: digitalizzazione e competitività, sostenibilità e transizione ecologica, innovazione, ricerca e istruzione o welfare e salute. Le Imprese Vincenti investono in formazione, in servizi welfare, in processi rispettosi dell'ambiente e in progetti che danno molta rilevanza all'impatto sociale e alla definizione di qualità del prodotto in virtù della valorizzazione delle risorse del territorio o dei rapporti di filiera con altre aziende collegate. Anche la ricaduta territoriale - in termini di occupazione, ma anche di attrattività e di sviluppo - è una delle chiavi di lettura di questa edizione di Imprese Vincenti, che ognuna delle 140 aziende ha raccontato in un percorso che ha trasmesso il grande senso di responsabilità del proprio ruolo sociale e non solo economico. Dal roadshow emerge, infatti, come «stia cambiando il ruolo dell'imprenditore - spiega Intesa -, capace di riconoscere come valore la vocazione sociale dell'impresa che risponde ai nuovi canoni di attenzione alla sostenibilità, non solo ambientale, al capitale umano, agli sviluppi digitali a servizio dell'impresa e delle persone. L'azienda che meglio performa è quella che sviluppa il business senza dimenticare il benessere comune». Non un semplice bonus bebè una tantum, ma un vero e proprio sostegno finanziario orientato ad accompagnare i neo-genitori nei primi due anni di vita dei loro bambini pari a 6mila euro: 3mila erogati alla nascita e successivamente 2mila e 1.000 al compiersi del primo e secondo anno d'età. Questa è la principale fra le numerose e straordinarie misure previste dal nuovo piano di sostenibilità sociale introdotto da San Marco Group, leader nel settore delle pitture e delle vernici per l'edilizia. Il supporto alla gestione delle spese familiari è infatti parte di un ampio e articolato programma rivolto ai dipendenti che mette in campo numerose iniziative, non solo economiche, tese a promuovere la parità di genere nel contesto lavorativo, familiare e sociale. Il Gruppo, che ha il suo quartier generale a Marcon (Venezia) e promuove da ormai dieci anni un innovativo modello di welfare a misura delle esigenze di ogni dipendente, ha deciso di integrare del 20% la retribuzione della maternità facoltativa prevista dall'Inps: in questo modo le neomamme possono contare su un compenso pari al 50% del loro stipendio. Al fine di promuovere una genitorialità più paritaria ha inoltre raddoppiato i giorni previsti dall'ordinamento per il congedo di paternità, che raggiungono così quota 20: le giornate di permesso aggiuntive messe a disposizione dall'azienda sono retribuite al 100% e possono essere fruite entro un anno dalla nascita di un figlio, anche in maniera non consecutiva. Mentre Tesisquare, società italiana leader nella creazione di soluzioni digitali della Supply Chain, con circa 500 dipendenti dislocati in diverse sedi in Italia e all’estero, ha annunciato una serie di iniziative atte ad arginare l’impatto dell'inflazione e dell’aumento dei prezzi dell’energia sui lavoratori dell’azienda. La società ha infatti stanziato, tra il 2022 e l’inizio del 2023, 1,7 milioni di euro per supportare le proprie persone con una serie di incentivi economici come: buoni carburante, buoni pasto, voucher, aumenti in busta paga, pari ad una mensilità aggiuntiva, “una quindicesima”, per tutti i dipendenti. Si tratta di iniziative maturate in un contesto emergenziale, che tuttavia si inseriscono in una tradizione di comportamenti virtuosi nei confronti delle proprie persone. Per promuovere la crescita del talento, per esempio, sono previste forme di sostegno a chi sceglie di intraprendere un percorso di studi universitari, con permessi speciali per studiare, premi ad ogni esame e un riconoscimento speciale all’ottenimento della laurea. Vengono inoltre offerti percorsi formativi differenziati, una piattaforma di e-learning per studiare fino a 14 lingue straniere, il co-design con i dipendenti di turni e organizzazione del lavoro, per venire incontro alle esigenze del personale. A tutti i dipendenti viene data la possibilità di usufruire del lavoro agile per almeno giorni giorni alla settimana, che diventano tre per chi abita a più di un’ora di distanza dalla sede. Per promuovere una mobilità sostenibile, inoltre, è in essere una convenzione con una società di car sharing, per l’uso professionale e personale di vetture, oltre ad un servizio di Car pooling gratuito con navette elettriche da Torino a Bra. In quest’ottica si inserisce il progetto di Digital Innovation Gate 421, un grande polo dedicato all’Open Innovation, e dell’omonima fondazione, promossa da Giuseppe Pacotto, presidente di Fondazione DIG421, e Marcella Brizio, vice presidente di Fondazione DIG421. Attraverso la Fondazione DIG421 è stato infatti realizzato uno spazio innovativo di condivisione e co-creazione finalizzato a generare nuove idee e pensato per favorire lo sviluppo del distretto industriale e connetterlo con i principali nodi di innovazione. Duemila metri quadri dedicati alla creazione di momenti di confronto e di condivisione di idee e progetti, il Campus ha l’obiettivo di diventare un punto di riferimento per il territorio e non solo. Il Centro nasce per promuovere l’innovazione, lo scambio di conoscenze, competenze digitali e relative opportunità, sia su nuovi prodotti e servizi che su nuovi modelli di business. Uno degli ultimi progetti pensati per i dipendenti è Orto a portata di mano per la creazione di un orto aziendale, che coniuga sostenibilità ambientale, economica e welfare aziendale. Il progetto sperimentale prevede la realizzazione di un orto aziendale a disposizione dei dipendenti. Nell’ottica di rendere il luogo di lavoro sempre più uno spazio pensato per favorire la creatività, l’interazione sociale e la collaborazione, nella sede centrale di Bra è stato inaugurato “The Ring”, un anello di 1,3 chilometri per passeggiate e riunioni di lavoro all’aperto, un’area con sabbia e sdraio per rilassarsi ma anche dove poter lavorare, ed è inoltre consentito portare i cani in ufficio un giorno alla settimana.



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