lunedì 15 novembre 2010
È di nuovo allarme rosso nell'Ue per alcune economie nazionali in bilico. Dopo Atene, ora sull'orlo del baratro sembrano esserci Lisbona e Dublino. E l'Unione europea sembra destinata a mobilitare tra qualche giorno gli strumenti che si è data per soccorrere i Paesi in difficoltà.
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È di nuovo allarme rosso nell'Ue per alcune economie nazionali in bilico. Dopo la Grecia, salvata alcuni mesi fa ma che non riesce a uscire dalla crisi, ora sull'orlo del baratro sembrano esserci Portogallo e Irlanda, con la Spagna che potrebbe seguirle a breve. E l'Unione europea sembra destinata a mobilitare tra qualche giorno gli strumenti che si è data per soccorrere i Paesi in difficoltà. Una situazione, quella attuale, che si riflette anche sull'euro che ha fatto segnare una chiusura al di sotto di quota 1,36 dollari.L'Irlanda è in contatto ormai continuo con l'Unione europea per un intervento di salvataggio che scongiuri il rischio di un contagio verso altri Paesi dell'area euro. A confermarlo è l'opposizione: Michael Noonan, portavoce dell'opposizione, ha riferito alla Bbc che «le indiscrezioni (di un salvataggio imminente) circolate nel weekend sono vere» e che «l'intervento europeo è in preparazione». Stamani il vice presidente della Banca centrale europea, Vitor Constancio, ha parlato di contatti in corso, smentendo tuttavia che Dublino abbia richiesto aiuti. Fonti europee riferiscono invece che la cifra di cui si sta discutendo per soccorrere Dublino varia fra i 50 e i 90 miliardi di euro. In ogni caso non ci sono novità ufficiali sulla richiesta di intervento del Fondo anti-crisi usato per la Grecia, il cui staff sta comunque lavorando alacremente in queste ore per essere pronti a ogni evenienza. Il direttore Klaus Regling (tedesco) parteciperà martedì alla riunione dell'Eurogruppo e subito da Palazzo Justus Lipsius, dove ha sede il Consiglio Ue, hanno spiegato che «è tutto normale e ovvio». Sta di fatto che nelle ultime ore c'è stata una accelerazione o quantomeno una concitazione eccezionale nelle mosse e nelle dichiarazioni dei vari attori in gioco. Escluso dagli irlandesi come da tutti gli altri governi che stanno dando segnali ai mercati in questi giorni (Germania, Francia innanzitutto) che Dublino abbia bisogno di un sostegno per rifinanziare il debito sovrano (è già coperto fino a metà 2011), c'è il problema delle banche che avrebbero bisogno secondo alcuni calcoli più pessimistici di 50 miliardi di euro per ricapitalizzarsi. E, infatti, come detto, le voci e i rumors indicano 50 miliardi l'ammontare base del quale si parlerebbe a livello tecnico di un eventuale intervento del Fondo anti-crisi. Secondo alcuni si discuterebbe di una cifra fra i 50 e i 90 miliardi di euro. Tutto questo, naturalmente, viene smentito da tutte le fonti ufficiali e dai governi interessati. Di qui l'interrogativo della giornata: è possibile usare il Fondo anti-crisi (costituito in maggio con 60mld di euro della Commissione, 440 miliardi di garanzie di prestito dai membri Eurozona e 250 miliardi di prestiti Fmi) per sostenere le banche? Secondo Constancio sì e lo ha spiegato a Vienna: il meccanismo non può essere usato direttamente per le banche, ma per fare prestiti ai governi che poi possono usarlo come ha fatto il governo greco. Ebbene, Atene ha usato 10 miliardi proprio per le banche. Anche per Lisbona «c'è un alto rischio» di dover chiedere l'assistenza finanziaria degli altri paesi europei. Lo ammette il ministro delle Finanze portoghese Fernando Teixeira dos Santos che, intervistato dal Financial Times, spiega come il suo paese «non sta affrontando solo un problema nazionale: è un problema che tocca Grecia, Irlanda e Portogallo, così come l'Eurozona e la sua stabilitá». E questo - ha aggiunto - «rende più probabile un contagio, dal momento che anche se le situazioni sono molto differenti i mercati hanno le stesse preoccupazioni» per i tre paesi. «Se non fossimo insieme nell'eurozona - sottolinea il ministro portoghese - il rischio di contagio sarebbe più basso, invece così i mercati avvicinano» la situazione di Lisbona a quella di Atene e Dublino
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