sabato 24 novembre 2012
​Si è chiuso con un fallimento il Consiglio europeo sul budget dell’Unione europea per i 7 anni 2014-20. Nella seconda bozza di Van Rompuy, ritenuta più vicina per noi alla proposta iniziale della Commissione Ue, l’Italia recuperava 1,2 miliardi sui fondi di coesione e 1,5 miliardi sulla Pac, la politica agricola​.
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Si chiude con un fallimento il Consiglio europeo sul bilancio dell’Ue per i 7 anni 2014-20. La maionese preparata da Van Rompuy, il presidente del Consiglio Ue, sta­volta è impazzita, ma per Mario Mon­ti ciò non va letto come un disastro totale: il premier si sforza di sostene­re che il risultato tutto sommato va bene per l’Italia, sono stati registrati «progressi importanti ma non suffi­cienti » e c’è ora in generale un «suf­ficiente grado di convergenza poten­ziale » fra i 27 governi per trovare un accordo, sulla base di una nuova pro­posta. Ci si riprova a inizio 2013, al­lora, e il Professore spera di poter es­sere in ogni caso lui a chiudere («Se non erro, il governo resta in carica per un po’ per l’ordinaria amministra­zione », osserva). Il capo del governo tende insomma a vedere il bicchiere mezzo pieno, almeno sul versante na­zionale: «Non siamo soddisfatti e og­gi non avremmo sottoscritto un ac­cordo », è la premessa, ma i punti con­tenuti nella seconda bozza presenta­ta da Van Rompuy sono per noi «con­siderevolmente migliori» della prima mediazione. E, soprattutto, «stiamo per uscire molto più rispettati nelle nostre esigenze, non ci sentiamo mi­nimamente messi all’angolo». È una rivendicazione che il Professore fa ri­spetto al passato, rispetto alla prece­dente trattativa sul bilancio setten­nale, chiusa a fine 2005 dal governo Berlusconi (peraltro mai nominato da Monti).
La posta in palio è quan­to mai concreta, per l’Italia un bel po’ di soldi: Monti ricorda che i conti del­la Ue ci sono costati 5,9 miliardi di euro nel 2011 (di maggiori contribu­ti in rapporto ai fondi che riceviamo), per via di una «tendenza» che «si è aggravata» negli anni e che ci ha por­tati a essere il 3° contributore in va­lori assoluti dell’Unione e il 1° in ter­mini relativi (rispetto al Pil). A giustificare la parte di «non soddi­sfazione » di Monti è l’impianto ge­nerale che si vuole dare al bilancio: l’austerità cara alla Gran Bretagna e in generale al fronte del Nord va be­ne, ma non deve tradursi in una «ten­denza a favorire un accordo al ribas­so, tendenza che abbiamo contra­stato », spiega in conferenza stampa, perché per Palazzo Chigi il bilancio Ue, pur senza sprechi, dovrebbe au­mentare, non diminuire.
È una linea argomentata: «La nostra visione è che ci sono beni pubblici che è conve­niente produrre a livello comunita­rio », dato che su scala nazionale co­stano anche di più. Inoltre «è con­traddittorio » e «un po’ demagogico» insistere sull’esigenza di rafforzare la crescita economica se poi non si met­tono a disposizione risorse, tanto più – annota Monti – che «sono gli stessi stati membri a caricare la Ue di nuo­ve funzioni». Il punto di contrasto forte resta però su dove allocare le risorse. Nella se­conda bozza di Van Rompuy, ritenu­ta più vicina alla per noi migliore pro­posta iniziale della Commissione Ue, l’Italia recuperava 1,2 miliardi sui fon­di di coesione, saliti in percentuale dall’8,3 al 9% (qui la nostra soddisfa­zione era maggiore, annotano fonti della delegazione italiana), e 1,5 sul­la Pac, la politica agricola. Inoltre c’e­ra un miliardo l’anno extra per le Re­gioni più povere (con un reddito pro­capite pari al 75% di quello medio Ue), un aumento da 800 a 1.300 eu­ro del contributo per ogni disoccu­pato (rientrano nei fondi di coesio­ne) e la precisazione che tutti i 27 Sta­ti – Londra inclusa, che vuol mante­nere tutti i suoi privilegi – devono par­tecipare al finanziamento degli scon­ti che sono ancora riconosciuti ad al­cuni Paesi (oltre al Regno Unito, an­che Germania, Olanda e Svezia), ma non all’Italia.
Per Monti quella dei re­bates è una pratica «distorsiva e ini­qua », per questo l’Italia vi è contraria e non intende usufruirne. Ma del­l’ultima bozza facevano le spese quel­le voci relative alle grandi reti tran­snazionali (trasporti, energia, ecc.) che di un potenziale sviluppo po­trebbero essere uno dei motori, per ora sacrificate proprio per tutelare le voci più care all’Italia (e alla Francia). Sembra una contraddizione e Monti se ne rende conto, tanto da precisa­re – con al fianco il ministro Fabrizio Barca (oltre a Enzo Moavero e Mario Catania) – che i fondi di coesione so­no ugualmente importanti pur non essendo Lisbon sounding , cioè non orientati in apparenza alla crescita. Ovviamente, però, a questo punto so­no tutte voci da confermare nei pros­simi mesi, «finché tutto non è deci­so, nulla è deciso». Non aver rag­giunto un’intesa, chiude tuttavia il Professore, «non pregiudica nulla, non è la prima volta e non sarà l’ulti­ma » che il vertice sul bilancio si chiu­de così.
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