Bcc, cantiere ancora aperto


LUCA MAZZA venerdì 12 febbraio 2016
Il testo potrebbe cambiare già prima dell’approdo in Parlamento.
EDITORIALE Buon passo da raddrizzare (Leonardo Becchetti)
Bcc, cantiere ancora aperto
Dal Consiglio dei ministri di mercoledì notte è uscito un testo di 14 pagine. Ma i contenuti di alcuni punti chiave potrebbero cambiare già nel giro di due o tre giorni. In pratica, è altamente probabile che il decreto possa essere modificato prima ancora che arrivi sulla scrivania del Quirinale per la necessaria firma del presidente della Repubblica, prima che venga pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale e quindi prima ancora di passare all’esame del Parlamento. La parte su cui si sta seriamente pensando di intervenire è quella relativa al 'meccanismo d’uscita' (la cosiddetta way out) per le banche che non vorranno aderire al gruppo unico. Attualmente il testo prevede che una Bcc possa rifiutarsi di entrare nella capogruppo a condizione che abbia riserve di una entità consistente (almeno 200 milioni di euro) e versi un’imposta straordinaria del 20 per cento al Fisco sulle stesse. A quel punto, dovrà trasformarsi in Spa. Questo passaggio, tuttavia, è fortemente contestato dal mondo cooperativo, che ha reagito con stupore e timore alla 'novità'. Del resto, si tratta di una 'previsione' inserita all’ultimo secondo e non concordata durante il lungo percorso condiviso a cui hanno lavorato per un anno Tesoro, Bankitalia e Federcasse. Per cui è logico che proprio l’associazione nazionale delle Bcc e delle Casse rurali, pur apprezzando l’impianto della misura, si mostri preoccupata da quest’ultima scelta, «perché va nel senso contrario rispetto a quello ufficialmente perseguito, in quanto favorisce la frammentazione bancaria e finisce con lo scoraggiare il fare banca con finalità mutualistiche, indebolendo di fatto la 'coerenza cooperativa' dell’intero sistema». L’auspicio del numero uno di Federcasse, Alessandro Azzi, è «che il Parlamento possa migliorare il provvedimento per evitare che la riforma del Credito Cooperativo raggiunga obiettivi diversi da quelli che si poneva in origine, vale a dire il consolidamento e l’irrobustimento delle aziende bancarie italiane». Anche il vice presidente di Confcooperative, Maurizio Ottolini, vede pericoli enormi di depotenziamento del settore e critica con parole dure la decisione del governo: «È una violenza istituzionale che ci riporta indietro di decenni. È un attacco al cuore delle Bcc e della cooperazione in generale».  Proprio in queste ore però, come si diceva, sono all’esame correttivi sostanziali. Il ministero dell’Economia è in pressing. Fonti interne al dicastero guidato da Pier Carlo Padoan, infatti, raccontano che si sta insistendo per inserire nel decreto «il mantenimento dello status cooperativo per le Bcc che non volessero aderire alla capogruppo, impedendo alle stesse l’utilizzo di parte delle loro riserve per trasformarsi in Spa». In questo modo, secondo il ministero di via XX Settembre, non diminuirebbe la percentuale delle Bcc sul totale delle realtà bancarie del Paese. Dunque, è il ragionamento del Mef, la biodiversità del sistema sarebbe tutelata almeno sotto l’aspetto quantitativo. Il prezzo da pagare, a quel punto, sarebbe però la rinuncia all’unica holding. Con il conseguente 'abbandono' della prospettiva davvero interessante di vedere unite le realtà cooperative sotto un unico cappello. Verrebbe messa in conto, infatti, «l’eventualità che possano sorgere due o tre gruppi». Che farebbe cadere il pilastro della capogruppo unica su cui poggiava l’autoriforma elaborata da Federcasse. Ovviamente dalla decisione che verrà presa sul mantenimento per tutte le Bcc della forma cooperativa, dipenderanno anche altre due variazioni: sulla soglia minima da 200 milioni di patrimonio (per poter uscire) e sui tempi per la scelta di aderire o meno alla capogruppo (al momento quantificabili in 18 mesi dall’approvazione della misura). Sul tetto da 200 milioni, si valuta se alzarlo sensibilmente. E anche il termine di un anno e mezzo dalla stesura di Bankitalia del contratto di coesione – che lega il singolo istituto alla (o alle) holding – potrebbe avere una scadenza più ravvicinata. Insomma, anche se ha visto finalmente la luce, la riforma delle Bcc è ancora piena di punti oscuri. E il finale della partita è più che mai aperto.
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